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Quella polemica mai finita su Guareschi e De Gasperi Stampa E-mail
venerdì 11 agosto 2006
...la cosa inaudita fu che vennero censurate addirittura le richieste della pubblica accusa. E su questo, qualcuno deve pur rispondere: si è mai visto un processo dove l’imputato non ha la possibilità di difendersi ed il pubblico ministero non ha la facoltà di sostenere l’accusa? In che consiste, allora, un processo? Sulla questione Guareschi-De Gasperi la discussione continua. Paolo Tritto ha scritto un libro sull'argomento, e ci propone la sua versione della intricata vicenda. Noi, che non vogliamo e non abbiamo modo di prender partito, pubblichiamo volentieri, lasciando ovviamente all'autore la responsabilità di quanto sostiene. Ma c'è ovviamente spazio anche per chi sostiene tesi diverse...
Pensiamo che sia passato abbastanza tempo per poterne discutere serenamente. E riteniamo che, comunque la si veda, non «crollerebbe» alcun mito: su questo Tritto ci permetta di dissentire.

Nel mese di gennaio del 1954, il popolare scrittore Giovannino Guareschi, creatore della saga di Peppone e don Camillo, importante opinion leader dell’epoca, reazionario tenace, direttore del diffusissimo settimanale di satira Candido, pubblicava sul suo giornale documenti fortemente compromettenti per il più potente politico del dopoguerra italiano: Alcide De Gasperi.
Erano due lettere autografe, scritte nel corso dell’ultima guerra, in una delle quali il futuro statista democristiano avrebbe invocato “a cuore stretto” il bombardamento di alcuni quartieri periferici di Roma e di alcuni obiettivi militari da parte dell’aviazione alleata. De Gasperi denunciò Guareschi, e ciò fece scalpore soprattutto perché lo scrittore era uno che aveva portato tanta acqua al mulino democristiano. Al termine del processo, Guareschi venne condannato a tredici mesi di carcere. Il quale, non solo non presentò appello contro la sentenza, ma si affrettò a raggiungere la galera, senza battere ciglio. Commentò: «Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione».
Il caso Guareschi-De Gasperi infiamma ancora oggi il dibattito storiografico e se ne comprende bene il motivo: se i documenti pubblicati da Guareschi risultassero autentici, crollerebbe il mito di Alcide De Gasperi, attorno al quale sono state costruite le carriere di una intera legione di politici. Sono davvero tante le cose che si potrebbero dire in proposito. Io mi limito a fare alcune domande alle quali, però, ciascuno può rispondere come più gli pare e piace.
1. Se le carte pubblicate da Guareschi erano una bufala perché dopo oltre mezzo secolo se ne continua a parlare, quando perfino della bufala dei falsi diari di Hitler dopo una settimana non se ne discuteva più?
2. Se quei documenti erano falsi, perché il Tribunale decise di distruggerli?
3. Flaminio Piccoli, stretto collaboratore di De Gasperi, a proposito del processo dichiarò: «che il clima politico possa aver influito sui giudici non lo nego». Perché “influirono” sui giudici?
4. Una delle lettere attribuite a De Gasperi era stata scritta su carta intestata della Segreteria di Stato del Vaticano. Perché il Vaticano non intervenne mai per chiarire che quella lettera era un falso? E perché da quel momento Pio XII non ha più voluto incontrare De Gasperi?
5. Se i documenti erano falsi perché Andreotti sosteneva, invece, che avevano una “capacità disgregatrice”?
6. Il Presidente del Consiglio Mario Scelba, all’indomani del processo, irruppe nel domicilio privato di Guareschi pretendendo che lo scrittore facesse ricorso in appello. È mai possibile che il capo di un governo si scomponga tanto per una semplice bufala?
7. De Gasperi chiese ufficialmente a Churchill di verificare se negli archivi inglesi non esistesse, per caso, una copia di questi documenti “falsi”. Risulta a qualcuno che a Londra si divertano ad archiviare documenti falsi?
A queste domande ne potrei aggiungere molte altre. E anche in questo caso ciascuno potrebbe rispondere come meglio gli pare. Ma se anche tutte queste domande lasciassero il lettore del tutto scettico riguardo al caso in questione, non cambierebbe il fatto che De Gasperi di fronte ai giudici di Milano dichiarò il falso. Egli infatti nel corso del processo – cito gli atti del Tribunale – «smentiva in modo categorico che da parte del governo da lui presieduto fossero state intavolate regolari trattative al fine di venire in possesso del carteggio stesso».
La prova che De Gasperi abbia mentito ai giudici ce la fornisce involontariamente il senatore Andreotti quando, in una recensione al mio libro, ricorda testualmente: «Come Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ricevetti un giorno Enrico Mattei, accompagnato da un ex comandante partigiano che si diceva al corrente di un inquietante segreto [le lettere di De Gasperi]… Non rifiutai davvero l’offerta di una copia che il partigiano mi avrebbe inviato all’indomani».
Al processo, i giudici negarono il diritto a Guareschi di esibire prove in sua difesa. Non vollero ascoltare le sue ragioni, perché dissero: «nulla avrebbero potuto dire». I giudici scrissero proprio così, testualmente, in quella sentenza che – io credo – ha macchiato per sempre la credibilità della magistratura italiana. Si è impedito a un imputato di difendersi perché le sue parole «nulla avrebbero potuto dire». Quanto disprezzo, quanto cinismo in questa espressione!
Ma la cosa clamorosa, la cosa inaudita fu che vennero censurate addirittura le richieste della pubblica accusa. E su questo, qualcuno deve pur rispondere: si è mai visto un processo dove l’imputato non ha la possibilità di difendersi ed il pubblico ministero non ha la facoltà di sostenere l’accusa? In che consiste, allora, un processo?
Sì, perché il pubblico ministero, presumibilmente per incastrare Guareschi, aveva chiesto anche lui di esaminare gli autografi attribuiti a De Gasperi. «Non ho il menomo dubbio» aveva sostenuto, «che i documenti siano falsi di sana pianta». Apriti cielo! Il processo fu sospeso e, alla ripresa, si assistette al penoso spettacolo di un pubblico ministero che ritrattava tutto e che chiedeva scusa per avere osato richiedere l’esame delle prove; «un eccesso di scrupolo» si giustificò balbettando. Non disse, quel colto magistrato, in quale pagina della Dottrina le prove sono definite “un eccesso di scrupolo”.
Che cosa possiamo concludere? Perché nemmeno il PM doveva mettere il naso in quelle carte? A me sembra evidente: gli autografi di De Gasperi erano autentici.
Paolo Tritto
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