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Elezioni e scenari in Algeria: Intervista a Karim Metref* |
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Scritto da Angelo D'Addesio
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venerdì 18 maggio 2007 |
 . D: Gli attentati dell'11 aprile (un altro undici infausto per il mondo), hanno colpito poco il mondo, ma hanno scosso l'Algeria e sono un segnale preoccupante. Di fronte a ciò qual è la situazione in Algeria alla vigilia delle elezioni?
METREF: Gli attentati in Algeria hanno scosso poco il mondo perché a morire erano soltanto Algerini. Oggi, dal punto di vista mediatico è più interessante rapire per pochi giorni il primo occidentale capitato che ammazzare un intero villaggio africano o asiatico che sia. Ma questa è un'altra storia. La popolazione è preoccupata, molto preoccupata. La gente si era rilassata un po' dopo che la calma era tornata soprattutto nelle città. Il ritorno della violenza, soprattutto da parte di soggetti non identificati, non codificati… desta molti sospetti e non poca ansia. Le elezioni, nonostante i numeri da record che il ministero degli interni annuncerà fra poche ore, non hanno suscitato nessun interesse nella popolazione. Si sa che come quasi tutte le precedenti saranno teleguidate dai servizi. Questa è una consuetudine. Per ciò alle ultime legislative l'affluenza reale non aveva superato le 46,09%. Oggi si vedrà se questo record sarà confermato o se ci sarà una discreta risalita? Del resto anche il governo non si fa illusioni. Yazid Zerhouni, l'inamovibile ministro degli interni e grande cerimoniere delle frode elettorali da più di dieci anni ormai, ha annunciato un tasso probabile tra il 55 e il 63%. Per avere un'idea reale della partecipazione bisogna seguire i numeri delle province di Algeri ma soprattutto Bejaia e Tizi-Ouzou. Sono le uniche province dove i servizi non hanno un controllo totale degli uffici elettorali e delle amministrazioni locali. Tutto questo la popolazione lo sa. È ormai tradizione ancorata e, per ciò, l'affluenza alle urne sarà sicuramente molto discreta.
D: Continuano ad essere scoperti accampamenti di Al Qaeda, Hezbollah si sta estendendo in Africa…Non c'è il rischio di un ritorno del fondamentalismo, della GIA in versione moderna? M: Il fondamentalismo non è nato con Al Qaeda e non morirà con essa o con Hezbollah. Il fondamentalismo è parte di ogni cultura religiosa. Quello islamico è stato gonfiato oltremisura per una serie di circostanze. Le reti più importanti dell'integralismo islamico sono un'eredità della guerra fredda. Mentre i regimi nazionalisti arabi che comandavano nella maggior parte dei paesi arabo musulmani erano speso di sinistra e quindi schierati con il blocco Est, gli occidentali, con in testa britannici e statunitensi hanno optato per la carta del fondamentalismo. Le reti internazionali sono state create, finanziate, addestrate e promosse dai paesi del Golfo, Arabia Saudita e Kuwait in testa. Ora si sa benissimo che questi due paesi altro non sono che satelliti del colonialismo britannico prima e dell'imperialismo statunitense poi. Al Qaeda è un marchio senza fabbrica. È come la Nike. Soltanto un logo e una strategia di marketing. Si può fabbricare un oggetto in qualsiasi fabbrica del mondo, si sa che mettendoci il marchio di Nike sopra, venderà di più e a prezzi più alti. Per ciò sia il titolare del marchio, sia altri, abusivi, ricorrono a questo metodo. Al Qaeda funziona esattamente della stessa maniera. Anzi è molto più efficace. Ci sono gruppi formati di qua di là che poi rivendicano l'appartenenza ad Al Qaeda avendo l'avvallo dei capi, altri che lo fanno abusivamente, altri che non lo fanno ma che sono lo stesso denunciati dai governi che li combattono come tali, per avere mano libera per la repressione. In Algeria, ad esempio, ha funzionato a lungo così. Il Gruppo Salafita per La Predica e il Combattimento (GSPC), è stato a lungo dichiarato dai servizi di sicurezza algerini e dalla stampa locale come antenna di Al Qaeda in Algeria, quando né loro hanno annunciato questa affiliazione, né osservatori oggettivi hanno confermato questa affiliazione. Il GIA non è mai scomparso. Perché ha delle reti sociali, economiche e politiche molto profonde, ma anche perché il GIA fa molto comodo al regime di Algeri. Ci sono testimonianze di ufficiali che raccontano come sono stati bloccati da ordini superiori quando avevano sotto tiro degli accampamenti importanti del GIA. Oggi questo misterioso soggetto chiamato Al Qaeda-Maghreb, nessuno lo riesce a leggere veramente. Un nuovo gruppo? È la mutazione dei residui della guerra degli anni novanta? Sono i capi del GIA o del AIS (più legato al partito Fronte Islamico della Salvezza) che hanno approfittato dell'amnistia per riorganizzarsi e tornare più forti che mai? O sono semplicemente, possibilità da non escludere mai, nuovi strumenti creati a Tavolino per il mantenimento della dittatura.
D: Dopo gli attentati di Casablanca ed Algeri, la dura pressione dei Fratelli Musulmani in Egitto, re Mohammad VI e Boutflika hanno fatto fronte comune. E' possibile una nuova forte alleanza del Maghreb contro il terrorismo? M: Caso mai sarà una alleanza per il terrorismo. Il terrorismo integralista in Nordafrica, non ha mai avuto i mezzi di mettere in pericolo gli interessi dei gruppi al potere. Lo si è pensato all'inizio della guerra civile in laneria ma si è poi presto capito che era uno scivolamento controllato. Qualcuno aveva approfittato del periodo delle stragi per impossessarsi di tutte le risorse del paese, che finora erano pubbliche visto che l'Algeria aveva un regime socialista, compiuta la vera e propria "rapina a mano armata", la mafia militaro-politico-economica ha ben presto ristabilito il suo controllo sul territorio. I regimi in posto in tutti i cinque i paesi del Maghreb sono delle dittature. Anche se qualcuno vuole presentare il Re Mohamed VI, in Marocco, e il presidente Bouteflika, in Algeria come dei democratici convinti. I regimi e le forti disuguaglianze sociali, le povertà, l'ignoranza, le frustrazioni e la mancanza di prospettive per i giovani poveri che hanno generato sono la fabbrica principale dell'integralismo armato, della criminalità e dell'esodo dei giovani verso le sponde nord del mediterraneo. Si fanno guerra e si alleano soltanto in funzione del mantenimento dei loro privileggi e del loro potere. Immaginate che il Re del Marocco e il suo entourage diretto hanno in mano circa il 72% delle risorse del paese. Che democrazie si possono istaurare in condizioni del genere? L'integralismo armato è la migliore carta che si può nascondere nella manica. È la garanzia della perennità dei loro regimi autoritari.
D: Parliamo delle elezioni legislative. Quali sono le forze in campo e quali partiti o gruppi saranno determinanti nel governo del paese? M: Le elezioni si presentano come una vera e propria mascherata: 12 229 candidati presentati da 24 formazioni politiche in gara per 389 seggi Parlamentari! È la fiera dei piccoli, medi e grandi opportunisti. I servizi hanno sempre teleguidato una infinità di partitini e di liste indipendenti per creare confusione. La parte del leone se la ritagliano i partiti della coalizione al governo. Innanzitutto lo storico Fronte di Liberazione Nazionale. Tornato in forza con la salita del suo nuovo segretario genrale al posto di primo ministro. Subito dopo arriva L'RND (Rassemblement National Democratatique) una specie di "Forza Algeria", nato nel 1997, da una spinta dei generali per rompere la mano messa del FLN sulle istituzioni politiche, tre mesi prima delle elezioni legislative, che ha subito stravinto prendendo la maggioranza assoluta al parlamento. Poi Il MSP, islamista, che rappresenta l'ala "centrista" dell'islamismo algerino. La così detta opposizione democratica è più debole che mai. I partiti democratici a matrice Cabila sono indeboliti dalla crisi della Cabilia e hanno perso molto della loro, una volta immensa, credibilità. Il più forte dei due, il FFS (Fronte delle Forze Socialiste) ha boicottato questo scrutinio, mentre il secondo il RCD (Raduno per la Cultura e la Democrazia) partecipa. I partiti tradizionale di sinistra Ex PC algerino e formazioni trotskiste saranno in parte presenti ma in numeri insignificanti.
D: L'Algeria per diverse vicende storiche resta sempre molto vicina alla Francia. Come viene considerata la nomina di Sarkozy e che conseguenze avrà nel rapporto franco-algerino? M: La Francia è un paese che ha una politica estera molto stabile da tantissimi anni. I passaggi della presidenza (essendo il presidente il vero padrone delle relazioni internazionali nel sistema francese) da sinistra a destra non ha mai marcato cambiamenti nelle relazioni internazionali. La politica estera della Francia è disegnata in conformità con gli interessi delle Rhone Poulenc, Bouigue, Total, Societé Generale, Lyonnaise des Eaux… è il sistema "Françafrique", come lo chiama lo scrittore François-Xavier Verschave, presidente dell'associazione "Survie" (http://www.survie-france.org/). Un sistema trasversale alle forze politiche, economiche e ai servizi segreti francesi. Le relazioni tra l'Algeria e la Francia sono invece messe allo stretto dalla vera e propria OPA lanciata dagli stati uniti sugli interessi francesi in Africa. L'attuale presidente Bouteflika è più vicino dalla Casa Bianca che dall'Elisé. Questo non impedisce alla Francia di avere forti interessi in Algeria e forti legami con alcuni cerchi del regime, e su questo l'elezione di Sarkozy o di Royal non cambia niente.
D: L'Algeria resta un paese islamico ma moderato, calmo ma insicuro. Come vive concretamente il popolo algerino? Quali i dubbi e le certezze del cittadino algerino? M: "Islamico moderato" è un appellativo molto caro a tutte le dittature arabe e molto odiato dai popoli. È una specie di medaglia che gli stati occidentali e la loro stampa attaccano al petto di quei regimi che sono molto duri con la loro popolazione ma che proteggono gli interessi occidentali nei loro paesi e non si oppongono ai piani imperialisti nella regione. Un grande capo musulmano moderato è Zine El Abidine Ben Ali. In Tunisia sta in prigione tutta l'opposizione, si può essere arrestati per il semplice fatto di visitare una pagina sul web… Ma il paese è mantenuto pulito ed in ordine per accogliere le orde di turisti mandati dalle multinazionali del settore. Non entra a far parte di questa categoria ad esempio la Siria che anche se ha un sistema del tutto laico e se le minoranze religiose, tutte sono protette e floride, non riesce ad ottenere questa medaglia. Ma è questione di tempo. Perché anche il regime di Damasco sta lavorando per il suo ottenimento. In questo senso sì l'Algeria è ormai entrata a far parte dei paesi musulmani moderati. Il regime non ha fiatato per l'invasione dell'Iraq e non aiuta più i movimenti di liberazione della Palestina. Continua a manipolare la religione e i gruppi estremisti a suo favore. Ma questo, oggi giorno, chi non lo fa?
Il cittadino algerino come ormai tutti gli abitanti del così detto terzo mondo è preso nella battaglia quotidiana per la sopravvivenza. La sopravvivenza è la preoccupazione, non la democrazia o meno. I giovani sono in una situazione disastrosa. La scuola algerina è sinistrata. Produce un altissimo numero di analfabeti diplomati. L'università è svuotata dalla sua linfa, se non per altro, per l'esodo di intellettuali avvenuto negli anni novanta. I livelli di disoccupazione superano i 35% (ci sono zone che addirittura arrivano al 55-56%). Il sistema del Welfare che era molto efficace durante il socialismo è stato smantellato, quasi tutto. E le disuguaglianze sociali: gente che ha tutto e altri che non hanno niente, creano tanta di quella rabbia tanta di quella frustrazione che alimenta: voglia disperata di partire a tutti i costi, voglia di farcela con qualsiasi mezzo anche con la criminalità e voglia di mettere tutto a fuoco e a sangue… Sono tutte queste le problematiche alle quali si sa che le elezioni di oggi non daranno risposta. Descrive molto bene le aspettative della gente normale in Algeria nei confronti della politica l'editoriale di Ghania Oukazi sul giornale "Le Quotidien d'Oran", stamattina: "Molti partiti sono in lizza per queste elezioni anche quelli che erano scomparsi dalla scena nazionale per molto tempo. Sanno che qualunque sia il loro posizionamento sulla scacchiera politica, non hanno nessuno peso eccetto quello di assicurare una parvenza di credibilità allo scrutino e di garantire l'etichetta 'pluralistica' alla futura assemblea. Questa è la genesi di un pluralismo abortito”. Interrogati perché vanno a votare oggi, numerosi sono i cittadini, piuttosto della classe media che rispondono: "abbiamo paura che le istituzioni ci richiedano la nostra carta di elettore per rilasciarci una qualsiasi carta". I testi della Repubblica indicano il voto come un diritto ed un dovere che, se non sono esercitati non inducono nessuna sanzione sotto qualche forma che sia." Mi ricorda la frase di una attivista Cabila che intervistavo qualche anno fa: "se in una democrazia votare è un dovere cittadino, in Algeria Non votare è il vero dovere cittadino."
* Karim Metref, giornalista algerino, residente in Italia da quattro anni, è da molto tempo militante per i diritti dei popoli berberofoni in Algeria. E’ l'animatore di Asaka Italia (www.digilander.libero.it/asaka) un'associazione socio-culturale italo-algerina per gli scambi culturali ed economici su basi eque e solidali fra le due rive del Mediterraneo. E’ anche autore di diversi libri su Islam e Medio Oriente, tra cui “Caravan to Baghdad” – Edizioni varie. 0 commenti Accedi per commentare l'articolo
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