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La rete della Jihad:«Tre uomini-bomba da Milano all'Algeria» Stampa E-mail
Scritto da Paolo Biondani   
venerdì 13 aprile 2007
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Parla il primo pentito «italiano »: «Così ci insegnavano a fabbricare esplosivi»-
MILANO — Quale Stato ospitava i campi-scuola del terrorismo jihadista? «L'Afghanistan». Dove sono finiti i due fratelli che, tornati dai campi afghani, vi insegnavano a fabbricare esplosivi? «In Algeria. Sono andati a combattere con quelli della montagna». In Italia chi incitava voi integralisti a partire per l'Afghanistan? «Abu Imad, l'imam di viale Jenner». Quindi l'attuale capo religioso della prima moschea di Milano predica il terrorismo? «Io parlo del 1998-1999. Dopo l'11 settembre è cambiato tutto. Dopo il 2001 non ho più sentito Abu Imad né altri sceicchi fare i discorsi di prima».
Mentre una nuova ondata di attentati suicidi scuote l'Algeria e il Marocco, in corte d'assise a Milano depone Jelassi Riad, il primo pentito delle cellule italiane del terrorismo islamico. Arrestato nel 2002, ha scontato in carcere la sua condanna, ridotta a 4 anni e mezzo grazie all'attenuante della collaborazione, ed è già stato considerato attendibile da diversi giudici di Milano, Brescia e Cremona. Attaccato da tutti gli avvocati, che lo accusano di mentire per interesse, Riad è sostenuto dalla procura, che in questo stesso processo ha già ottenuto cinque condanne con rito abbreviato. Di certo le sue non sono informative anonime di servizi segreti più o meno screditati: il pentito racconta fatti precisi, che verranno verificati in tre gradi di giudizio. E proprio ieri le sue rivelazioni dall'interno della rete jihadista hanno trovato un riscontro che neppure Riad poteva aspettarsi.

DA GALLARATE ALL'ALGERIA — «A darmi gli ordini era Abu Hisham», spiega il pentito, protetto da un paravento: «E' tunisino, è diventato il mio capo quando è tornato dai campi d'addestramento in Afghanistan. Nel '98 è stato lui a mandarmi in questura a Milano a fare un sopralluogo: dovevo vedere se si poteva entrare nel cortile con un'autobomba». Perché il piano non sia stato realizzato, Riad non lo sa: «Aspettavamo l'ordine, ma Abu Hisham non l'ha dato», forse perché a sua volta non l'aveva ricevuto. Che fine ha fatto Abu Hisham, all'anagrafe Sassi Lassaad, domiciliato a Gallarate, per l'Italia latitante, il pentito lo ignora: sa soltanto che nel 2002, come confermano anche le intercettazioni della nostra polizia, «è partito per l'Algeria, con i fratelli Zied e Zouheir Raibi, per unirsi ai combattenti della montagna», cioè ai terroristi salafiti sospettati anche dell'ultima strage di Algeri.

A completare la risposta è il pm Elio Ramondini, che legge un documento del ministero degli Esteri: «Le autorità tunisine confermano che Sassi Lassaad, cioè il nostro imputato, è morto due mesi fa in un conflitto a fuoco, mentre guidava un assalto armato contro obiettivi occidentali tra cui l'ambasciata italiana. Era il capo del gruppo armato che è entrato in Tunisia dall'Algeria, dalla "montagna"». La corte ha accolto la richiesta di chiedere a Tunisi il certificato di morte. Citando fonti ufficiose, il pm ha aggiunto che in Algeria sarebbero morti anche Zied e Zouhair, i due fratelli che «in Afghanistan avevano imparato a fabbricare esplosivi fatti in casa». Sarà un caso, ma il composto a base di acetone descritto dal pentito nel 2002 è risultato identico all'esplosivo usato nel 2003 a Casablanca e molto simile alle bombe del 2005 a Londra.

LE MINACCE ALL'ITALIA — I proclami possono risalire anche a vent'anni fa, spiega Jelassi, ma restano riciclabili dai terroristi di oggi purché abbiano una fonte carismatica. «Il mio amico Abdelnasser, quello che aveva perso un dito fabbricando esplosivi, mi telefonò dal Pakistan per farmi ascoltare una registrazione di Abdullah Azzam. Ho sentito così, per la prima volta, le parole dello sceicco che incitava ad "affogare l'Italia nel sangue". "Voglio che sappiate", diceva Azzam in quella cassetta, "che l'Italia è nemica dell'Islam, che è una piccola America"». Inutile dare oggi la caccia al predicatore d'odio: Azzam, predicatore palestinese che diventò una leggenda combattendo i sovietici in Afghanistan, è stato ucciso nel 1989 da una misteriosa autobomba. «I suoi sermoni e quelli di altri sceicchi continuano a circolare nella nostra rete — dice il pentito —. Le loro registrazioni ispirano ancora i nostri fratelli da Milano a Londra, da Algeri a Bruxelles».

L'IMAM DI MILANO — L'egiziano Abu Imad, secondo il pentito, era un «indottrinatore»: «fino al 1999» era lui a «fare il lavaggio del cervello», a «incitare i giovani, solo in gruppi ristretti, a lasciare tutto e partire per l'Afghanistan», a «raccogliere fondi» e quantomeno a tollerare «l'invio di documenti falsi» e perfino «lo spaccio di hashish o soldi falsi, purché destinato a finanziare la causa della jihad». Lo stesso collaboratore di giustizia però precisa che tutto questo succedeva «prima dell'11 settembre», mentre «dopo il 2001 è cambiato tutto anche in viale Jenner». Le indagini confermano questa data- spartiacque: Abu Imad infatti è sì imputato, ma solo di associazione per delinquere «semplice». Il più grave reato di «terrorismo internazionale», che riguarda i fatti successivi al 2001, è stato contestato solo al gruppo che ha continuato a inviare guerriglieri e kamikaze in Iraq e in Algeria, i nuovi fronti di guerra.
Proprio ieri Abdelhamid Shaari, il presidente dell'Istituto di viale Jenner, ha condannato le stragi di Algeri invitando «tutte le moschee italiane a ripudiare chiaramente ogni forma di violenza: il terrorismo è contro l'Islam».

da: corriere.it
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