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L’Egitto si prepara al referendum |
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Scritto da Eugenio Roscini Vitali
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giovedì 22 marzo 2007 |
 Il presidente Hosni Mubarak Con 315 voti a favore su 454, il parlamento egiziano ha approvato il progetto di riforma costituzionale voluto dal presidente Hosni Mubarak. Dopo aver superato questo primo ostacolo, il pacchetto legislativo, composto di 34 emendamenti, dovrà ora passare al vaglio del prossimo referendum popolare che dovrebbe aver luogo entro la fine di marzo.
Il risultato della votazione, tenutasi al Cairo il 18 marzo, ha evidenziato la compattezza del Partito Nazional Democratico, strettosi intorno a Mubarak e al suo progetto riformista con il quale vuole trasformare definitivamente l’Egitto in un moderno Paese laico e soffocare le recrudescenze di un passato oramai lontano.
La sconfitta non ha placato gli animi dell’opposizione che , dichiaratasi pronta a boicottare la prossima consultazione popolare, protesta contro le norme antiterrorismo previste nella riforma, ritenute troppo restrittive per i cittadini del più popoloso Paese arabo. I liberali Wafd, i laici al-Ghad, i comunisti di Tagammu, e la Fratellanza musulmana, il gruppo che pur essendo ufficialmente fuori legge controlla un quinto del parlamento egiziano, sono pronti a scendere in piazza per fermare quello che definiscono ”un grave attentato alla democrazia”.
Le riforme, già approvate dai parlamentari, comprendono: la facoltà del presidente di sciogliere l'assemblea, l'aumento dei poteri datti alle forze dell’ordine nelle indagini per contrastare i fenomeni di terrorismo e le restrizioni per movimenti religiosi delle attività politiche. Tra gli articoli più contestati il 179, che permette, senza alcuna autorizzazione della magistratura, l’esecuzione di arresti, perquisizioni, controllo della corrispondenza e intercettazioni telefoniche. Anche se l’obbiettivo di Mubarak è quello di eliminare tutti residui dell’impianto costituzionale socialista, l’opposizione teme che il presidente stia tentando di impedire all’ Ikhwan (nome arabo della Fratellanza) di diventare un vero partito, come già accaduto con Hamas in Palestina e Hezbollah in Libano. Inoltre, il settantottenne presidente egiziano viene accusato di preparare il terreno al figlio Giamal, destinato alla successione del padre e figura di spicco del partito di maggioranza.
Molte organizzazioni si sono dette estremamente preoccupate per gli arresti avvenuti nei giorni antecedenti il voto del 18 marzo, nei quali sono stati coinvolti decine di parlamentari appartenenti alla Fratellanza musulmana. La stessa Amnesty International si è schierata apertamente contro la riforma costituzionale voluta da Mubarak, definendola come la più grande minaccia che la democrazia egiziana abbia mai subito dal 1981, anno in cui venne assassinato il presidente Anwar Sadat.
La Fratellanza, la cui forza politica viene legittimata dai ceti poveri, rappresenta la parte più intransigente dell’Egitto, quella che crede fermamente in una democrazia basata sulla rigida applicazione dei principi Coranici. Lo scorso anno, il movimento islamico si era addirittura schierato a favore delle dichiarazioni antisemite rilasciate dal presidente iraniano Ahmadinejad e aveva aderito alla tesi secondo la quale le democrazie occidentali attaccano coloro che non condividono la stessa visione che i figli di Sion hanno dell’Olocausto. Mohammed Mahdi Akef , leader morale e guida spirituale della formazione, aveva addirittura affermato che Israele è un “cancro, una entità aliena ” e che gli accordi di Camp David non hanno mai avuto il pieno sostegno del popolo egiziano.
Il referendum, originariamente organizzato per i primi di aprile, si terrà invece il 26 marzo, data scelta dal governo per venire incontro all’affollato calendario di appuntamenti del presidente Mubarak. Oggi, l’Egitto è il secondo Paese medio orientale, dopo Israele, a godere degli aiuti americani e insieme alla Giordania e all’Arabia Saudita combatte una strenue battaglia contro il terrorismo internazionale in Medio Oriente. L’ultimo cambiamento costituzionale egiziano risale al 1971, anno in cui vennero banditi tutti i movimenti religiosi dalla politica. Questo provvedimento relegò la Fratellanza musulmana a un lungo periodo di esilio dal quale è uscita solo grazie a un decreto presidenziale che gli ha permesso di partecipare alle elezioni del 2005.
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