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I vizi sono o no reati? |
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domenica 16 luglio 2006 |
Lo Zingarelli definisce il vizio come “Abitudine inveterata e pratica costante di ciò che è, o viene considerato, “male”.
Lo Zingarelli definisce il vizio come “Abitudine inveterata e pratica costante di ciò che è, o viene considerato, “male”. Non ci sembra, tuttavia, una definizione esaustiva, ma essa è quanto meno in grado di evidenziare alcuni elementi tipici quali, ad esempio, la perseveranza, la volontarietà e la dannosità. In particolare, la sistematica reiterazione, cioè la non occasionalità, ne configura la dipendenza psicologica; la volontarietà ne configura la responsabilità (vedremo poi se morale o anche giuridica); la dannosità. infine, ne caratterizza l’antitetica contrapposizione con la “virtù”. Ciò premesso, seppur con pregiudizievole necessità di sintesi, ci sembra interessante operare un raffronto con il pensiero progressista e radicale che già da molti anni e, più precisamente, da quando è esploso il problema della droga, la sinistra in genere propugna con l’intento di depenalizzarne l’uso. La loro tesi, credo, si basi sugli scritti del teorico americano Lysander Spooner (1808-1887), anarchico individualista, filosofo di politica, abolizionista, il quale asseriva che “I vizi non sono crimini”. Sulla scia di questo pensiero, gli odierni teorici radical-socialisti sostengono che, mentre “ i vizi sono quelle azioni con le quali un uomo danneggia se stesso o i suoi averi, i crimini sono quelle azioni con le quali un uomo danneggia la persona o gli averi di un altro” Da questo assunto, ne conseguirebbe che:“I vizi sono semplicemente gli errori che un uomo commette nella ricerca della propria felicità. A differenza dei crimini, essi non implicano malvagità nei confronti degli altri né alcuna interferenza con la loro persona o i loro averi.” “Nei vizi, la vera essenza del crimine - vale a dire l'intenzione di arrecare danno alla persona o agli averi di un altro - viene a mancare.” “È un principio del diritto che non ci possa essere un crimine senza un'intenzione delittuosa; senza, cioè, l'intenzione di violare la persona o gli averi di un altro. Ma nessuno pratica un vizio con una tale intenzione delittuosa. Egli pratica il proprio vizio unicamente per la propria felicità, e non per malvagità verso gli altri.” “Se le leggi non fanno una chiara distinzione tra vizi e crimini e non la riconoscono, non può esistere al mondo qualcosa come il diritto individuale, la libertà o la proprietà, né cose come il diritto di un uomo al controllo della sua persona e dei suoi averi, e i corrispondenti e uguali diritti di un altro uomo al controllo della propria persona e dei propri averi.” Affermare che un vizio è un crimine e punirlo come tale è, da parte di un governo, un tentativo di falsare la stessa natura delle cose. È tanto assurdo quanto lo sarebbe affermare che la verità è falsità, o che la falsità è verità.” Questa, in sintesi, è l’interpretazione , dalla quale, a nostro avviso, non si può che profondamente dissentire. Anzitutto, non ci si deve partire facendo di tutti i vizi un fascio: ci sono vizi, è vero, che non danneggiano nessuno, seppur possano infastidire. Un logorroico, ad esempio, provoca fastidio in chi l’ascolta, ma nulla di più. Altre forme, quali la superstizione, la bigotteria e lo stesso amore eccessivo per l’ordine, fanno parte, per la loro ipernormalità, più della sfera psicologica (paranoie) che di quella dei vizi veri e propri. Ma nel nostro Stato di diritto, l’Italia, così come nella maggior parte delle nazioni moderne e civili, c’è un principio, quello del “Neminem laedere” che costituisce il limite tra vizio non punibile e vizio punibile. Ora, l’evoluzione sociale e giuridica della società, oggi fa sì che molti vizi considerati per lungo tempo non punibili in quanto tali, sono diventati, per merito delle nuove acquisizioni scientifiche e per le nuove sensibilità collettive, dei veri e propri reati, punibili con sanzioni che vanno da quelle di tipo amministrativo a quelle penali. Il fumo di sigarette è uno dei più eclatanti esempi. Chi fuma danneggia sé stesso e anche chi gli sta vicino, come giustamente recitano gli slogans sui pacchetti e il fumatore viene punito con sanzione amministrativa (pena pecuniaria). Bere alcolici è un vizio ancora non punibile in sé, ma se l’ubriaco in stato di ubriachezza ( stavolta anche occasionale) si mette al volante di un’auto, scattano le norme repressive di natura preventiva (che non è una contraddizione). Lo stesso dicasi per la pedofilia e per molti altri vizi non punibili in sé (o non ancora punibili in sé) ma che si configurano come reati penali qualora dal mero atteggiamento psicologico si passi alla esplicazione comportamentale attiva del vizio stesso. E veniamo all’uso della droga: il concetto non è quello, semplicistico, di considerarlo un mero, innocuo, inoffensivo vizio. Ben sappiamo i danni che i drogati compiono sia dal punto di vista del costo economico e sociale, sia da quello dei reati commessi per procurarsi la droga. Né assume pregio appellarsi alla non intenzionalità del vizioso di ledere l’altrui interesse fisico ed economico. Il dolo, invero, è elemento essenziale nei reati commissivi. La colpa ha una incidenza minore (a seconda della sua gravità) ai fini della individuazione e della quantificazione della responsabilità. Ma ci sono anche quei comportamenti antigiuridici in senso lato, che assumono rilevanza anche solo per la potenzialità dannosa verso l’equilibrio della convivenza sociale e civile. Per questi ultimi, è dovere di uno Stato moderno, procedere alla tipizzazione e inserirli come veri e propri reati (nulla poena sine lege). Ecco perché la società va difesa in base al principio del neminem laedere e drogarsi, con o senza un limite minimo di dose ammissibile, è un vizio da sanzionare comunque. Un vizio che altrimenti sarebbe parificato alla virtù o, quanto meno, ai comportamenti giuridicamente irrilevanti. Questo sotto l’aspetto del diritto inteso come complesso di norme di regolamentazione dei comportamenti umani e come tutela dell’ordine e degli equilibri sociali e non ha , ovviamente, nulla a che vedere con il discorso della prevenzione, della cura e del recupero sociale del drogato. Nicolò Vergata.
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