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Finiani di traverso anche sulle loro leggi Stampa E-mail
Scritto da Tobia De Stefano   
mercoledì 30 giugno 2010
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Venezia, l'ex caserma dei Lagunari
Libero - Aveva iniziato Fabio Granata, vicepresidente della commissione Antimafia, nei giorni caldi dell’approvazione del decreto sul federalismo demaniale (intorno alla metà di maggio): «Il trasferimento a Regioni e Comuni di altri tasselli del nostro patrimonio rischia di determinare una svendita ai privati di un patrimonio che è e deve rimanere pubblico». Ha continuato, nei giorni in cui prima Libero e poi le agenzie hanno pubblicato la lista provvisoria dei cespiti che potrebbero passare agli enti locali, il Secolo d’Italia.

«Federalismo demaniale? La natura non si vende», titolava martedì il quotidiano di Flavia Perina, chiedendo più garanzie per la cultura e l’ambiente del Paese. Insomma, ancora una volta, come fosse un canovaccio già scritto, i finiani si mettono di traverso a un provvedimento del governo. Due le riflessioni. La prima: viene da chiedersi se non facciano anche loro parte di quell’esecutivo che lo scorso 20 maggio 2010 ha detto sì (su proposta di Tremonti, Bossi, Calderoli, Fitto e Ronchi) al decreto attuativo della legge n. 42 del 2009 (il primo decreto legislativo sul federalismo fiscale per il quale oggi è prevista la relazione del governo). E, soprattutto, se quella stessa legge l’abbiano approfondita. Certo, perché, in gran parte, quelle garanzie per il mantenimento del patrimonio pubblico e contro il rischio di sciacallaggio dei privati esistono già.

Alcuni esempi. In primis, dove si legge che “resteranno nel patrimonio indisponibile dello stato gli immobili già utilizzati dalle amministrazioni erariali per finalità istituzionali”. Dove si dice che non possono essere alienati “i porti e gli aeroporti di rilevanza nazionale”. E lì dove si mette un veto “ai beni del patrimonio culturale (eccetto la procedura prevista dal codice dei beni culturali), alle le reti stradali ed energetiche, alle ferrovie, ai parchi nazionali e alle riserve naturali”. Non basta? E allora vengono in soccorso le procedure. Dopo la pubblicazione dell’elenco definitivo (prevista per luglio), gli enti locali avranno sessanta giorni per avanzare le loro richieste all’Agenzia del Demanio, ma dovranno specificare gli scopi e le modalità di utilizzo dei beni. E se non dovessero rispettare quanto promesso scatterà il potere sostitutivo del governo. Come filtro, non è male.

Da ricordare, infatti, che gli enti locali possono, certo, cedere i nuovi beni. Ma prima devono valorizzarli e poi usare il 75% dei proventi per ridurre l’indebitamento. E se non sono indebitati, per fare investimento. Sembra un percorso che lascia poco spazio all’improvvisazione. Infine, il principio della valorizzazione ambientale. Si chiede, in pratica, che l’eventuale nuovo uso del bene (la caserma che diventa un campus, per esempio) sia realizzato avendo riguardo “alle caratteristiche fisiche, morfologiche, ambientali, paesaggistiche, culturali e sociali dei beni trasferiti, al fine di assicurare lo sviluppo del territorio e la salvaguardia dei valori ambientali”. Magari, tutte queste garanzie non saranno sufficienti. Questo lo sapremo solo a giochi fatti. Ma gridare “al lupo”, “al lupo” senza citarle significa, quantomeno, fare un'analisi parziale.  

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