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Disuniti contro Berlusconi Stampa E-mail
Scritto da Peppino Caldarola   
sabato 13 marzo 2010
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Libero - Presi uno per uno sono brave persone, ma viste tutte assieme fanno una certa impressione anche a un elettore di centro-sinistra come me. Un tuffo nel passato. Anzi, come vedremo, un doppio tuffo. Sul palco di oggi in piazza del Popolo ci sarà tutta la sinistra possibile. Ci sarà Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista che ha affossato la svolta a-comunista e pacifista di Fausto Bertinotti. Con lui due vecchi esponenti nostalgici della sinistra radicale, Oliviero Diliberto e Cesare Salvi.

Ci sarà Riccardo Nencini, capo della piccola pattuglia socialista sopravvissuta nel centro-sinistra. Ci sarà Angelo Bonelli, portavoce dei Verdi duri e puri appena uscito da un faticoso sciopero della fame. Ci sarà Antonio Di Pietro, singolare personaggio che occupa la prima scena a sinistra contrariamente alla sua vocazione. Ci saranno i leader del movimento “viola” eredi di quei girotondini che fecero disperare Fassino e D’Alema. Ci sarà Emma Bonino, esponente con Pannella dei radicali doc. Ci sarà Nichi Vendola, uomo immagine di un piccolo raggruppamento di forze di riformisti molto di sinistra. Ci sarà Pier Luigi Bersani, leader di sinistra di un partito che era nato per superare la sinistra.

Mancano due protagonisti che, abbiate pazienza!, indicheremo fra qualche riga. Tutto fa pensare che la coalizione che sognava di ritrovare il vecchio Ulivo si trovi improvvisamente di fronte a una pedissequa esibizione dell’Unione. Non è una bella notizia. L’Unione è stata l’alleanza più bislacca della storia politica italiana. Un vero calderone in cui si sono mescolate formazioni politiche che non avevano alcun collante se non l’opposizione a Berlusconi. Un tratto d’unione talmente labile che portò ad una esperienza di governo sofferta che si concluse dopo meno di due anni. Ogni giorno portava una pena, c’erano ministri che capeggiavano manifestazioni di protesta, altri ancora che chiedevano la testa di colleghi, in Parlamento si campava alla giornata, un vero casino. Dopo la sconfitta elettorale, ma in verità anche prima, tutti si erano impegnati a non incamminarsi più su quella strada. Si parlò di partito a vocazione maggioritaria e subito dopo di un partito con la vocazione di allearsi con le forze moderate.

Invece il diavoletto dell’Unione è riapparso all’orizzonte e rischia, al di là del risultato elettorale, di essere l’unica prospettiva politica del centro sinistra da qui alle prossime elezioni politiche. Tuttavia a me è venuto un altro incubo guardando la foto di gruppo di quest’oggi in piazza del Popolo. E se non fosse neppure l’Unione, neppure il compianto Ulivo ma addirittura quella cosa che li precedette e che fu sconfitta rovinosamente nel voto del ‘94? Infatti, partito più partito meno, sembra quasi di vedere la riedizione dei Progressisti e della “gioiosa macchina da guerra” occhettiana? C’è una sinistra autosufficiente che prova per la seconda volta a far da sola. Dopo la prima volta ci fu un’autocritica severa, Occhetto ci rimise la segreteria, iniziò un lavorio lungo per dare un profilo diverso alle forze che avrebbero dovuto contrastare Berlusconi. Si uscì dalla gabbia della sinistra e si cominciò a parlare di nuovo centro-sinistra. Iniziò la ricerca del nuovo leader che potesse rassicurare mondi lontani. Questo faticoso lavorio portò a risultati utili che consentirono di mettere in soffitta i Progressisti e la “gioiosa macchina da guerra”.

Se guardiamo attentamente la foto di oggi colpiscono le due assenze che citavamo prima. Come se qualcuno avesse raschiato personaggi d’epoca di cui non bisogna parlare più. Mancano gli ex popolari, che si sono trovati impegni in giro per l’Italia pur di non partecipare ad una manifestazione a forte rischio di crisi con il capo dello Stato. E manca un altro personaggio-chiave. Manca Romano Prodi. Due assenze diversamente motivate ma politicamente pesanti. Un uomo di esperienza come Bersani non può aver trascurato questo dato. In piazza ci sarà tutta la sinistra che c’è, ma mancano i moderati e manca l’uomo-simbolo dell’Ulivo e dell’Unione.

C’era da preoccuparsi se solo si fosse tornati indietro di due anni. Tuttavia la non rimpianta Unione aveva la caratteristica di inglobare anche un pezzo di schieramento moderato e di avere un leader che indiscutibilmente era un leader, non fosse altro perché è stato l’unico uomo politico del centro-sinistra a battere Berlusconi. Invece in questa marcia del gambero ci si trova persino a prima dell’Unione e a prima dell’Ulivo. Se queste elezioni regionali, che per il centro-sinistra, dicono i sondaggi, non dovrebbero andare male, devono anche prefigurare l’ampia coalizione che punterà a tornare al governo fra tre anni, sono davvero convinti i dirigenti del Pd che potranno farlo rieditando i Progressisti e rifacendosi all’esperienza di Achille Occhetto? 

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