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Oak Fund Stampa E-mail
Scritto da Davide Giacalone   
venerdì 12 marzo 2010
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Seguite la storia dell’Oak Fund e dei forzieri che Massimo D’Alema ha collocato all’estero. Così, prima vi fate quattro risate, poi vi rattristate pensando a quanto certo mondo sia refrattario alla serietà. Infine, tirate le somme, e prendete atto che in questo Paese scarseggia la giustizia e la classe dirigente, mentre le trame degli spioni somigliano a scenette d’avanspettacolo.

La faccenda è tornata agli onori della cronaca perché, a Milano, è in corso una specie di farsa giudiziaria, con al centro gli spioni che lavoravano per Telecom Italia. Il dilemma giudiziario, giunti a questo punto, è esattamente lo stesso che si conosceva fin dal primo giorno (sette anni fa): agivano per conto proprio o in ragione d’incarichi ricevuti dai vertici aziendali? Domanda talmente oziosa che, se fosse rivolta seriamente, rasenterebbe l’essere offensiva. In questo tira e molla sull’ovvio e lo scontato, Marco Tronchetti Provera è stato chiamato a deporre, nel pieno dell’udienza preliminare. Fra le altre cose, ha detto che Giuliano Tavaroli, capo della security, prima in Pirelli poi in Telecom, gli aveva parlato del misterioso Oak Fund, che gestiva quattrini riconducibili a D’Alema. Lui, Tronchetti Provera, dice di avere dato una risposta ineccepibile: si rivolga alla procura della Repubblica. Bello, giusto ed esemplare. Solo che nessuno lo fece e nessuno controllò. Se si fossero rivolti alla procura, però, ci avrebbero rimediato una bella denuncia per calunnia, visto che il problema di quel fondo non è manco per niente quello di contenere soldi di D’Alema.

Un passo indietro, visto che credo di avere giocato un ruolo, in questa faccenda. Siamo nel 1999, Massimo D’Alema è presidente del consiglio e, proprio all’inizio dell’anno, sponsorizza Roberto Colaninno, che lancia un’opa ostile contro Telecom Italia (guidata, anche allora, da Franco Bernabè). Guido Rossi, che di Telecom era stato presidente, uomo vicino alla sinistra, che lo aveva anche eletto senatore, usa parole feroci e contrarie, giugnendo a dire che Palazzo Chigi era l’unica merchant bank nella quale non si parla l’inglese. Li definisce affaristi, insomma. Scrissi: Rossi ha ragione, perché se parlassero l’inglese si sarebbero accorti che fra gli scalatori c’è un soggetto denominato Oak Fund, vale a dire “Fondo Quercia”, il che è singolare, visto che il capo del governo è anche il capo del partito della quercia. Non solo non scrissi che in quel fondo c’erano i soldi di quel partito, o di quel leader, ma neanche l’ho mai pensato. Se non altro perché c’è un limite alla cretineria. Da allora, invece, la cosa è data quasi per scontata, salvo non potere in nessun modo essere provata, anche perché gli intestatari di quel conto sono noti, e non coincidenti con la tesi che si ripete a pappagallo. La tesi, insomma, che Tavaroli riferiva al suo principale (dopo avere illecitamente sottratto, dal mio computer, il testo del libro che, in materia, stavo scrivendo, e, probabilmente, dopo averlo letto senza essere in rado di capire).

Dunque, uno scandalo inventato? No, lo scandalo c’è, ma è quello che denunciai del tutto inutilmente, con le autorità di mercato che dormivano il sonno degli appagati: si consentì, in violazione delle regole, la scalata ad una multinazionale italiana, portata da una cordata i cui soggetti erano e sono rimasti ignoti, perché radicati in Lussemburgo, e da qui dispersi nei paradisi fiscali. Quello è il problema e quella è, per come la vedo io, la responsabilità dell’allora presidente del Consiglio. Ma, come al solito, in un Paese senza giustizia si pretende di far pagare delle presunte responsabilità penali, mentre si dimenticano quelle politiche. Ecco, allora, che la leggenda del Fondo Quercia prende forma, finendo nella carte di spioni che sono stati tanto pericolosi e inquinanti quanto peracottari (su di me montarono un dossier ove si sotiene che sono parente di Bernardo Provenzano, che è una galattica minchioneria, condita con pedinamenti e intercettazioni).

Alla leggenda abboccano tanti oppositori della sinistra, con la stessa voluttuosa stupidità con cui abboccarono al conte Igor e ai suoi presunti conti correnti di Cicogna, Rospo e Mortadella. Con la quale boiata s’oscurò, anche lì, lo scandalo vero: avere comprato Telekom Serbia da un genocida, pagandolo in contanti.

Tiriamo le somme: a. una multinazionale italiana è stata scalata e spolpata; b. il frutto della scorribanda è andato all’estero, per la semplice ragione che gli scalatori erano esteri; c. lo scandalo evidente è stato occultato, ma, in compenso, ne sono stati inventati di ridicoli; d. Tronchetti Provera comprò Telecom all’estero, e la fece tornare italiana, non riuscendo, però, a tenerla in equilibrio, quindi ulteriormente provvedendo a impoverirla; e. la società, creata con i soldi degli italiani, è oggi ridotta in macerie; f. per giunta, i suoi soldi sono serviti anche a pagare un gruppo di voraci spioni; e. con la ciliegina sulla torta: il processo relativo finirà in burletta.

Questa storia, sia chiaro, la conoscono tutti quelli che contano, nel mondo, e la conoscono nei termini che ho riassunto, e cui ho dedicato un paio di libri. La conoscono al punto che sanno ben valutare la nostra presunta classe dirigente (politica, industriale e finanziaria), e non ne hanno un concetto lusinghiero. La conoscono meno i cittadini italiani, perché da noi ci si eccita solo per la tangente, la mazzetta, li sordi e, da ultimo, per qualche malafemmina o qualche corista, si scrive e si schiamazza sul niente, sul poco, sul misero, nel mentre la ricchezza fugge sotto al naso degli scemi (tanti) e dei conniventi (selezionati). Forse, per ragioni d’educazione civica, è una storia che varrebbe la pena insegnare nelle scuole.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato da Libero

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