Circola in questi giorni un appello per uno sciopero degli immigrati da tenersi a marzo. Le ragioni di chi vorrebbe proclamarlo sono comprensibili: gli appartenenti ad etnie povere, e magari non bianche[1], sono oggetto di diffusi pregiudizi, che si manifestano con un ventaglio di atteggiamenti che spaziano da una blanda tolleranza impastata di degnazione all'ostilità aperta[2].
Nonostante sia facile evocare esempi in aperto contrasto, specialmente riandando con la memoria a stagioni ormai passate, lo sciopero è un'arma spesso civile e rispettosa, oltre che del tutto lecita. Nelle intenzioni dei promotori, in questo caso equivale ad un discorso dagli echi scespiriani tenuto dal lavoratore straniero: “Guarda, tu che mi disprezzi, qual è il mio contributo all'Italia; quando inveisci contro la nostra presenza, considera quanto io migliori la tua vita; quando mi tratti con superiorità, pensa che anche io sono un tuo simile”. Tutto bene allora? Non molto, e tenterò di spiegarne il perché. Cominciamo con l'osservare che l'alternativa “immigrazione sì / immigrazione no” è malposta: il vero punto è quale – e quanta – immigrazione sia utile. Quel che un osservatore attento cerca sempre di fare, ed incidentalmente anche uno dei modi di smontare alla base le semplificazioni del razzismo, è invece soffermarsi sui casi intermedi con le loro sfumature. Suggerire la prima delle due risposte, “immigrazione sì”, può essere generoso, ma riporta implicitamente la discussione a quella dicotomia. Ma anche adottassimo quest'ottica, ci sono motivi di perplessità più specifici. Uno è che, anche nel caso di larghissima adesione, lo sciopero non fornirebbe che una rappresentazione parziale delle conseguenze della presenza di stranieri[3]: l'importanza di un fattore produttivo (il lavoro, in questo caso) si deve anche al fatto che oramai il sistema si è strutturato sul suo impiego. Le conseguenze della sua assenza sono pertanto di breve-medio termine: così come un certo assetto non è stato ineluttabile[4], non sarà immodificabile in futuro. Per un'economia, come per un individuo, è pericoloso dipendere da fattori potenzialmente fuori controllo[5]. Nonostante quanto si affermi correntemente, vi sono spazi per la sostituzione dell'attività umana con macchine persino nel settore dei servizi, compresi quelli alla persona – ritenuti dai più inviolabile riserva della manodopera immigrata. Non è quindi escluso che l'economia si muova in futuro nella direzione di limitare l'apporto del lavoro straniero, perlomeno quello non qualificato: a rendere meno probabile un tale sviluppo, la circostanza che la maggior parte dei costi sociali implicati dall'immigrazione non siano a carico di chi la impiega[6]. l'ostilità verso gli immigrati, quando c'è, non è solitamente diretta contro il loro ruolo nel sistema produttivo, come suggerirebbe una lettura antiquata[7] del fenomeno, bensì dai comportamenti devianti che essi a torto o ragione sono accusati di tenere[8]. Ebbene, pare difficile immaginare che quel giorno si registri un'astensione dall'attività anche da parte dei malfattori di origine straniera: questo rende assai limitato il valore comparativo-dimostrativo dell'iniziativa (“Come sarebbe l'Italia senza gli immigrati? Ve lo facciamo vedere noi”). Inoltre, questo sciopero sarebbe apertamente mirato a provocare disagi alla generalità degli utenti; il che a ben vedere è logico, perché quest'agitazione è diretta in sostanza verso gli autoctoni[9]. La memoria (di chi ahimè è abbastanza vecchio per ricordarseli) corre però ai già evocati scioperi selvaggi degli anni Settanta-Ottanta, che certo non hanno reso popolari agli occhi dell'uomo della strada le categorie più combattive: il risultato sarebbe quindi anche quello di seminare tensione tra italiani e stranieri, anziché predisporre alla collaborazione reciproca. Certo, quest'effetto potrebbe essere controbilanciato dall'interessata resipiscenza di chi non ha sinora saputo adeguatamente apprezzare l'utilità (non fosse che per quantità, dal momento che si tratta oramai di una presenza imponente) del loro lavoro. Sovviene un dubbio sottile, ma insidioso: il rifiuto di prestazioni lavorative si applicherebbe anche nei confronti di altri immigrati, o questi ne dovrebbero essere esentati? Quest'ultima soluzione sarebbe la più conseguente allo spirito di quest'azione; le conseguenze sarebbero però inquietanti: dare legittimità all'individuazione per etnia della controparte aprirebbe le porte a simmetrici scioperi “contro gli immigrati”. Ancora più velenoso il quesito: “ma gli stranieri con cittadinanza italiana sono chiamati a scioperare”?[10] A mio parere non lo sono gli italiani solidali con gli immigrati, perché questo annacquerebbe il valore dimostrativo della mobilitazione; se gli stranieri naturalizzati scioperassero, sarebbero allora essi stessi a chiedere di essere ancora considerati immigrati e non cittadini a tutti gli effetti: futuri contro-scioperi potrebbero secondo questa logica considerare anch'essi come obiettivo, definito quindi addirittura per nascita[11]. Parlando con franchezza: l'idea di fondo di individuare gli stranieri come comunità protagonista di rivendicazioni, separandoli ulteriormente dal resto della collettività, apre un vaso di Pandora da lasciare invece ben chiuso. Non è bene soffiare sul fuoco della segmentazione della società in categorie, corporazioni, etnie – per quanto (anzi, soprattutto quando) queste divisioni possano avere effettivamente fondamento. Il diritto al rispetto, e a fortiori ad essere riconosciuti come nostri simili, è talmente ovvio da non richiedere forme di agitazione sindacale per essere sostenuto. Se non ci sono contenziosi che tecnicamente riguardano gli immigrati in quanto tali[12], la distinzione con i nativi rischia di essere meramente antropologica, addirittura di colorarsi di tinte metafisiche, che sono alla base del razzismo più irriducibile. Contrapposizioni di questo tipo sono già emerse occasionalmente in Italia[13]; sulla scorta delle esperienze degli altri paesi di immigrazione[14], possiamo temerne la crescita nel tempo. Possono piacere a chi, addormentata la ragione, sogna si formino nuove masse di diseredati nelle quali reclutare adepti per una futura, improbabile (perlomeno in termini di classe) rivoluzione[15]. Sono un veleno per la civile convivenza[16] e insieme alla criminalità[17] rappresentano una grande minaccia per i nostri figli (nonché per chi è adulto oggi, e diventerà vecchio e in quanto tale particolarmente indifeso di fronte a tensioni e violenza). Tutto questo senza prendere in considerazione il pericolo più grande, quello del terrorismo, che potrebbe domani ricorrere all'utilizzo di armi di distruzione di massa[18]: motivo di più per soppesare le parole. Chi si occupa di temi sociali porta anche una responsabilità per il futuro: e se essere troppo prudenti può contribuire a rendere più gretto il mondo di domani, spalancare le porte a scenari da incubo – fosse anche per ingenuità o superficialità – è cosa ben peggiore. |