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Sciopero degli immigrati Stampa E-mail
Scritto da Andrea Furcht   
lunedì 22 febbraio 2010

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Circola in questi giorni un appello per uno sciopero degli immigrati da tenersi a marzo.
Le ragioni di chi vorrebbe proclamarlo sono comprensibili: gli appartenenti ad etnie povere, e magari non bianche[1], sono oggetto di diffusi pregiudizi, che si manifestano con un ventaglio di atteggiamenti che spaziano da una blanda tolleranza impastata di degnazione all'ostilità aperta[2].

Nonostante sia facile evocare esempi in aperto contrasto, specialmente riandando con la memoria a stagioni ormai passate, lo sciopero è un'arma spesso civile e rispettosa, oltre che  del tutto lecita. Nelle intenzioni dei promotori, in questo caso equivale ad un discorso dagli echi scespiriani tenuto dal lavoratore straniero: “Guarda, tu che mi disprezzi, qual è il mio contributo all'Italia; quando inveisci contro la nostra presenza, considera quanto io migliori la tua vita; quando mi tratti con superiorità, pensa che anche io sono un tuo simile”. Tutto bene allora? Non molto, e tenterò di spiegarne il perché.

Cominciamo con l'osservare che l'alternativa “immigrazione sì / immigrazione no” è malposta: il vero punto è quale – e quanta – immigrazione sia utile. Quel che un osservatore attento cerca sempre di fare, ed incidentalmente anche uno dei modi di smontare alla base le semplificazioni del razzismo, è invece soffermarsi sui casi intermedi con le loro sfumature. Suggerire la prima delle due risposte, “immigrazione sì”, può essere generoso, ma riporta implicitamente la discussione a quella dicotomia.

Ma anche adottassimo quest'ottica, ci sono motivi di perplessità più specifici. Uno è che, anche nel caso di larghissima adesione, lo sciopero non fornirebbe che una rappresentazione parziale delle conseguenze della presenza di stranieri[3]: l'importanza di un fattore produttivo (il lavoro, in questo caso) si deve anche al fatto che oramai il sistema si è strutturato sul suo impiego. Le conseguenze della sua assenza sono pertanto di breve-medio termine: così come un certo assetto non è stato ineluttabile[4], non sarà immodificabile in futuro.

Per un'economia, come per un individuo, è pericoloso dipendere da fattori potenzialmente fuori controllo[5]. Nonostante quanto si affermi correntemente, vi sono  spazi per la sostituzione dell'attività umana con macchine persino nel settore dei servizi, compresi quelli alla persona – ritenuti dai più inviolabile riserva della manodopera immigrata. Non è quindi escluso che l'economia si muova in futuro nella direzione di limitare l'apporto del lavoro straniero, perlomeno quello non qualificato: a rendere meno probabile un tale sviluppo, la circostanza che la maggior parte dei costi sociali implicati dall'immigrazione non siano a carico di chi la impiega[6].

l'ostilità verso gli immigrati, quando c'è, non è solitamente diretta contro il loro ruolo nel sistema produttivo, come suggerirebbe una lettura antiquata[7] del fenomeno, bensì dai comportamenti devianti che essi a torto o ragione sono accusati di tenere[8]. Ebbene, pare difficile immaginare che quel giorno si registri un'astensione dall'attività anche da parte dei malfattori di origine straniera: questo rende assai limitato il valore comparativo-dimostrativo dell'iniziativa (“Come sarebbe l'Italia senza gli immigrati? Ve lo facciamo vedere noi”).

Inoltre, questo sciopero sarebbe apertamente mirato a provocare disagi alla generalità degli utenti; il che a ben vedere è logico, perché quest'agitazione è diretta in sostanza verso gli autoctoni[9]. La memoria (di chi ahimè è abbastanza vecchio per ricordarseli) corre però ai già evocati scioperi selvaggi degli anni Settanta-Ottanta, che certo non hanno reso popolari agli occhi dell'uomo della strada le categorie più combattive: il risultato sarebbe quindi anche quello di seminare tensione tra italiani e stranieri, anziché predisporre alla collaborazione reciproca. Certo, quest'effetto potrebbe essere controbilanciato dall'interessata resipiscenza di chi non ha sinora saputo adeguatamente apprezzare l'utilità (non fosse che per quantità, dal momento che si tratta oramai di una presenza imponente) del loro lavoro.

Sovviene un dubbio sottile, ma insidioso: il rifiuto di prestazioni lavorative si applicherebbe anche nei confronti di altri immigrati, o questi ne dovrebbero essere esentati? Quest'ultima soluzione sarebbe la più conseguente allo spirito di quest'azione; le conseguenze sarebbero però inquietanti: dare legittimità all'individuazione per etnia della controparte aprirebbe le porte a simmetrici scioperi “contro gli immigrati”. Ancora più velenoso il quesito: “ma gli stranieri con cittadinanza italiana sono chiamati a scioperare”?[10] A mio parere non lo sono gli italiani solidali con gli immigrati, perché questo annacquerebbe il valore dimostrativo della mobilitazione; se gli stranieri naturalizzati scioperassero, sarebbero allora essi stessi a chiedere di essere ancora considerati immigrati e non cittadini a tutti gli effetti: futuri contro-scioperi potrebbero secondo questa logica considerare anch'essi come obiettivo, definito quindi addirittura per nascita[11].

Parlando con franchezza: l'idea di fondo di individuare gli stranieri come comunità protagonista di rivendicazioni, separandoli ulteriormente dal resto della collettività, apre un vaso di Pandora da lasciare invece ben chiuso. Non è bene soffiare sul fuoco della segmentazione della società in categorie, corporazioni, etnie – per quanto (anzi, soprattutto quando) queste divisioni possano avere effettivamente fondamento. Il diritto al rispetto, e a fortiori ad essere riconosciuti come nostri simili, è talmente ovvio da non richiedere forme di agitazione sindacale per essere sostenuto. Se non ci sono contenziosi che tecnicamente riguardano gli immigrati in quanto tali[12], la distinzione con i nativi rischia di essere meramente antropologica, addirittura di colorarsi di tinte metafisiche, che sono alla base del razzismo più irriducibile.

Contrapposizioni di questo tipo sono già emerse occasionalmente in Italia[13]; sulla scorta delle esperienze degli altri paesi di immigrazione[14], possiamo temerne la crescita nel tempo. Possono piacere a chi, addormentata la ragione, sogna si formino nuove masse di diseredati nelle quali reclutare adepti per una futura, improbabile (perlomeno in termini di classe) rivoluzione[15]. Sono un veleno per la civile convivenza[16] e insieme alla criminalità[17] rappresentano una grande minaccia per i nostri figli (nonché per chi è adulto oggi, e diventerà vecchio e in quanto tale particolarmente indifeso di fronte a tensioni e violenza).

Tutto questo senza prendere in considerazione il pericolo più grande, quello del terrorismo, che potrebbe domani ricorrere all'utilizzo di armi di distruzione di massa[18]: motivo di più per soppesare le parole. Chi si occupa di temi sociali porta anche una responsabilità per il futuro: e se essere troppo prudenti può contribuire a rendere più gretto il mondo di domani, spalancare le porte a scenari da incubo – fosse anche per ingenuità o superficialità – è cosa ben peggiore.



[1] Prevale il primo dei due elementi: si pensi ai casi contrapposti da una parte di romeni e albanesi, dall'altra dei giapponesi.

[2] Esiste anche il pregiudizio opposto, quello positivo: gli immigrati sarebbero una sorta di categoria meritevole di una tutela specifica, che si estende aldilà delle maggiori necessità dettate dalla debolezza economica. Da qui una sorta di assoluzione per comportamenti del tutto condannabili, oppure la reverenziale soggezione verso tradizioni lontane; si tratta in realtà di un atteggiamento poco popolare, per quanto decisamente diffuso nelle élites culturali.

[3] Apparentemente un dettaglio, che assume tuttavia un  rilievo particolare poiché le ambizioni degli organizzatori sono per così dire didattiche: si intende mostrare il contributo del lavoro immigrato alla vita della nazione, sottolineandone ove possibile l'indispensabilità.

[4] Altre strade avrebbero potuto venire battute: penso soprattutto al ricorso intensivo all'automazione; l'ampia disponibilità di manodopera estera a buon mercato l'ha infatti ostacolato, perché rende meno appetibili le soluzioni ad alta intensità di capitale che di norma lo accompagnano.

[5] L'infantile estremismo del sindacalismo di decenni fa, cui si alludeva poco sopra – insieme al peraltro provvidenziale miglioramento del tenore di vita dei lavoratori dipendenti – ha favorito non solo delocalizzazione industriale e importazioni, ma anche l'introduzione di macchinari sempre più sofisticati. È possibile anche una lettura non punitiva verso il lavoro: il maggior impiego di capitale (un economista troverebbe volgare parlare di “macchine”) ne ha elevato la produttività, da qui l'aumento dei salari. Qui sta uno degli errori del luddismo: in realtà sul lungo periodo la tecnologia favorisce i lavoratori, oltre che i consumatori (ricordando che tutti, lavoratori inclusi, lo sono). Va però aggiunto che gli aggiustamenti di breve possono essere penosi, perché mentre alcuni di essi vengono pagati di più, altri divengono superflui; successivamente le mansioni diverranno per contro più gratificanti.

[6] È verosimile che le aziende – il discorso è in parte applicabile anche ai settori – più avvantaggiate dall'importazione massiccia di lavoro non qualificato siano state quelle più arretrate non solo tecnologicamente, ma anche dal punto di vista della regolarità fiscale e contributiva.

[7] Non mancano tuttavia esempi recenti, come il caso della raffineria di Lindsey: il sub-appalto ad un'azienda italiana, la siracusana Irem, aveva causato all'inizio 2009 una grande campagna dei lavoratori inglesi con slogan "British jobs for British workers" .

[8] Una simile impostazione è naturalmente piuttosto grossolana. Gioverebbe distinguere non solo per caratteristiche socio-demografiche (età, sesso, livello di istruzione), ma anche per provenienza. Questo non per differenze ontologiche tra appartenenti a popoli differenti, e neanche solo perché l'origine si correla spesso alle altre variabili cui si accennava. È qui invece rilevante il meccanismo delle migrazioni “a catena”, una sorta di cooptazione per la quale chi è già presente nel paese di destinazione chiama a raggiungerlo amici e parenti, e generalmente li orienta verso occupazioni simili alle sue, siano queste lecite o illecite; questo tende per ogni area di emigrazione a selezionare, nel bene o nel male, alcuni tipi di attività.

[9] Non dico “contro”, perché ha l'intenzione didascalica di illuminare  benevolmente le anime erranti.

[10] Correlato del resto al seguente, anch'esso rilevante in linea di principio: “Se si colpiscono solo gli italiani, sono tali anche coloro che, una volta immigrati, hanno acquisito la cittadinanza?”.

[11] Si pensa a volte che le politiche di oggi debbano già servire l'interesse dei cittadini di domani, una parte consistente dei quali non discenderà da quelli di oggi, ma da stranieri; da qui un sostegno in più per la tesi favorevole all'accoglienza. Si può per contro argomentare che non esiste l'interesse di un'astratta popolazione italiana, bensì gli interessi distinti dei singoli, che di norma hanno prosecuzione in quelli dei figli; ovviamente tali interessi distinti sono aggregabili a scopo decisionale, ma non in linea di principio, come se ci si riferisse ad un super-individuo. Da questo punto di vista una distinzione va mantenuta, sebbene proiettata sul futuro: pianificando oggi le conseguenze di diverse possibili politiche, anzitutto immigratorie, vanno considerati stranieri anche quelli che si naturalizzeranno; in questo modo si valuteranno meglio gli effetti delle diverse alternative sugli interessi di chi oggi fa parte della comunità nazionale. Si tratta di un questione complessa, che merita una trattazione a parte.

[12] Uno può essere quello relativo alle inadempienze burocratiche sul rilascio dei permessi di soggiorno: contro queste punta giustamente l'indice Stella (Corriere della Sera, 13 gennaio 2010); in merito anche una protesta non-violenta dei radicali.

[13] Molto recente il gravissimo caso di Rosarno, incidentalmente foriero di un insegnamento inquietante su un aspetto specifico; la rivolta degli immigrati, esasperati in quel caso da condizioni di vita indegne aggravate da continue sopraffazioni, è risultata infatti perdente per almeno due fattori:

1.     la mancanza di strutturazione e preparazione logistica della comunità straniera, che si confrontava invece con residenti coesi anziché atomizzati come in alcuni quartieri metropolitani (si pensi per controprova alla situazione del quartiere di via Padova a Milano, anch'esso teatro di gravissimi fatti di violenza);

2.     la popolazione locale si è mostrata incline a ricorrere alla violenza in reazione ad una sommossa; anche questo prevedibilmente non accadrebbe nella maggior parte delle località. Il rischio è che, specialmente ove la mobilitazione collettiva per una minaccia vera o presunta fosse impossibile, gli autoctoni guardino con favore a quegli agenti che si presentino come protettori, anche fossero esponenti della malavita o del radicalismo di destra (così come quello di segno opposto può essere tentato di sfruttare gli immigrati più disperati come bacino di militanti disponibili anche alle forme di lotta più estreme).

Così ovvio da non dover essere neppure rimarcato, tra i primi compiti dello stato quello di evitare le logiche militari tra gruppi; in secondo luogo, illegalità, sfruttamento, miseria intollerabili; infine, il compattamento dei singoli in schieramenti contrapposti.

[14] Umberto Melotti. Immigrazione e conflitti urbani: una prospettiva comparata, in Autori Vari, Periferie e migranti globali. Spazio, conflitto, rappresentanza, a cura di Angela Zanotti e Roberto De Angelis Casa editrice Le lettere, Firenze, 2009, pp.29-90

[15] Triste constatare come in questo caso la nobiltà delle intenzioni di chi ha promosso lo sciopero si riduca da generosa difesa dei deboli a sogno di strumentalizzazione dei nuovi arrivati al servizio del proprio estremismo.

[16] Questa una delle tesi centrali di Giovanni Sartori nel suo Pluralismo, multiculturalismo e estranei (Rizzoli, Milano, 2000, 2002).

[17] Anche qui, e maggior ragione, il dilemma non è “immigrazione sì/immigrazione no”, bensì “quale immigrazione”.

[18] In merito alle prospettive per il nostro paese si veda l'intervento sull'attentato alla caserma Perrucchetti dello scorso ottobre, pubblicato su questo medesimo sito, e un recente contributo di Giovanni Sartori sul Corriere della Sera.

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