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Avevamo pensato di lasciar passare questa giornata di celebrazioni senza far nulla: noi di genocidi e di stermini parliamo spesso, purtroppo, e non solo in occasione di queste solennità. E ascoltando i discorsi, la retorica, l'unanime consenso – anche da parte di chi poco tempo fa definì Mussolini il più grande statista del XX secolo –, la rincorsa a chi è più politicamente corretto, la censura di ogni deviazione dalla vulgata e la riprovazione di ogni pensiero non omologato, ci eravamo assai compiaciuti di questa nostra scelta isolata.
Ma il troppo stroppia, e le ricostruzioni di una tragedia – quella del razzismo italiano, con tutte le sue ambiguità – affidata a un funzionario della Camera e al nipote di una delle più importanti amanti del Duce, di estrazione ebraica (su Rai 1) – hanno davvero superato il limite. Sul modo in cui il regime fascista giunse nel 1938 alla promulgazione delle leggi razziali si sono scritti libri seri e documentati, da parte di studiosi capaci, coscienziosi e rispettabili, come ad esempio Renzo De Felice. Esse costituirono l'accettazione di una imposizione da parte del potente alleato, alla quale la maggior parte del popolo italiano rispose… all'italiana: ignorando la legge, o violandola a costo della propria incolumità – in Italia i casi di protezione di famiglie ebree da parte di "gentili" non si contano. Le eccezioni non mancarono, i zelanti e gli opportunisti vigliacchi nemmeno. Ma queste rimasero prevalentemente eccezioni, appunto, che non possono essere assunte per descrivere il tono generale dell'Italia della fine degli anni '30. E non si può nemmeno attribuire alle scelte generalmente non antisemite di Mussolini una ragione prevalentemente di opportunità interna – perché il Duce, secondo certe ricostruzioni, avrebbe voluto, prima di tutto, uno Stato ordinato e non avrebbe gradito disordini, nemmeno antisemiti. Queste ultime sono per lo più affermazioni estemporanee, non documentate e irrilevanti. Si tratta però di affermazioni che rischiano di essere fatte entrare, insieme a mille altre, nella vulgata che sta gonfiando paurosamente il mito della shoah in Italia, dell'antigiudaismo, dell'antisemitismo in Italia, dell'antifascismo. Un polpettone sempre più grosso e indigesto, con il quale ormai la storia ha poco a che fare, lasciando il posto ad una sorta di agiografia politically correct. Le scuole ne faranno certo un'abbuffata. È giusto, anzi giustissimo, che si ricordino ai giovani gli orrori di cui è stata capace l'umanità, anche in epoche recenti. È giusto che uno spazio adeguato venga dato, in questo ricordo, all'episodio della shoah, orrendo crimine che vide milioni di morti scientificamente massacrati. Tanto più che è difficile, per i nostri giovani, distinguere tra antigiudaismo, antisemitismo e antisionismo, in una confusione alimentata da un filoarabismo suicida e irresponsabile. Ma ricordiamoci che le leggi antiebraiche di Mussolini furono uno – terribile – degli episodi terribili che costellano gli ultimi cento anni: gli anni nei quali l'onda della modernità dovrebbe aver toccato il mondo intero. Insomma, non è solo la shoah ad avere il monopolio dell'orrore. Ecco perché, accanto alla shoah, noi ricordiamo oggi anche altre stragi di massa, ugualmente terribili: dal genocidio degli Armeni allo Holodomor degli Ucraini, alle stragi di Pol Pot in Cambogia. E molte ne abbiamo certo dimenticate.
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