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La fine della generazione degli ex ragazzi di Berlinguer Stampa E-mail
Scritto da Peppino Caldarola   
martedì 26 gennaio 2010
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Che brutta vecchiaia per i ragazzi di Berlinguer. Alcuni sono spariti dalla scena, altri stanno ancora elaborando il lutto di tutte le sconfitte subìte, altri ancora si affannano per sopravvivere, alcuni combattono e continuano a perdere. Il più vecchio e il più giovane vivono ormai ai margini della grande politica. Di Achille Occhetto non si hanno più notizie, Pietro Folena è rientrato nel Pd ma non se ne è accorto nessuno. Piero Fassino continua a tormentare le diplomazie internazionali con inutili viaggi ma ha buttato al vento quei pochi anni in cui è stato segretario di un partito. Veltroni è autore di romanzi di successo ma non riesce mai a scrivere la sceneggiatura di un film che lo veda come protagonista vincente. Bersani ha fatto capolino sulla grande scena e se ne è subito ritratto inorridito e spaventato. Mussi è tornato a vita privata e alle sue amate letture. Bassolino è disoccupato come molti suoi concittadini.

Continua a combattere, ammaccato e perdente, Massimo D’Alema sconfitto in Puglia da un nipotino di Berlinguer, Nichi Vendola. Una intera generazione che è stata a un passo dal potere, talvolta sfiorandone il bagliore scintillante, si trova invecchiata a fare i conti con sconfitte brucianti. Se la caduta del Muro di Berlino non gli avesse imposto di sciogliere il Pci, forse diverso sarebbe stato il loro destino individuale e la loro convivenza. D’Alema avrebbe fatto il capo innovatore, a Veltroni sarebbe toccato il ruolo di Suslov nel fantasmagorico mondo dei media, Fassino sarebbe stato un agitato Gromiko, Bersani avrebbe amministrato fino a tarda età la sua Emilia Romagna e Bassolino sarebbe stato ancora oggi il potente boss del Mezzogiorno.

L’unico condannato all’emarginazione era il predestinato Occhetto, troppo individualista per far parte di una storia collettiva.

L’assalto al cielo

Insieme hanno deciso di uccidere il padre. Prima defenestrando il mite Alessandro Natta poi decretando la fine del più forte partito politico dell’Occidente. Questo resterà l’unico vero gesto di coraggio della loro vita ma subito dopo non seppero compiere quell’altro che li avrebbe trasferiti nella storia socialista e si sono messi in cammino per andare “oltre”. Oltre il comunismo, oltre il socialismo, oltre la sinistra, oltre la loro stessa amicizia.

La morte del Pci ha consentito a questa generazione anche di liquidare una vecchia classe dirigente, da Ingrao a Napolitano (anche se quest’ultimo ha conosciuto una straordinaria resurrezione al Quirinale) senza tuttavia dar vita a una nuova nomenclatura radicata nel territorio come quella precedente. È iniziata la navigazione nella società contemporanea.

Liberatisi dell’ideologia, i ragazzi di Berlinguer hanno dato l’assalto al cielo. Hanno invaso le tv e i giornali, hanno cominciato a frequentare i salotti buoni dell’economia, hanno recuperato i vecchi democristiani di sinistra con cui hanno provato a tracciare una strada comune. Dini, Amato, Prodi, Ciampi, Scalfaro hanno rappresentato le vecchie bandiere dietro le quali il disperso ”esercito rosso” cercava di radunare centinaia di militanti in lutto perenne.

Ogni volta che la vittoria sembrava avvicinarsi i ragazzi di Berlinguer scoprivano le ragioni per dividersi e per darsele di santa ragione. Ogni cinque anni cambiavano nome alla ditta ma pur ormai odiandosi non riuscivano a prendere ciascuno la propria strada. Fratelli-coltelli fino alla fine. Fino ad oggi quando la battaglia fra di loro si riapre, ancora più dura e selvaggia, dopo la vittoria di Vendola in Puglia.

Le figure più simboliche di questa lenta agonia politica dei ragazzi di Berlinguer sono proprio i due più promettenti della covata, Veltroni e D’Alema. Si sono amati alla follia. Ricordo quando D’Alema ci impose Veltroni come direttore dell’Unità e affidò a me e a Sansonetti il compito di aiutarlo a diventare, attraverso il giornale, un grande leader nazionale del partito. Ricordo l’iniziale devozione di Walter per Massimo. Poi l’incantesimo si è rotto e i due hanno cominciato a darsi battaglia, all’inizio direttamente concorrendo entrambi per il dopo Occhetto, poi per interposta persona, scegliendo sempre trincee e candidati opposti.

La volpe del Tavoliere

Il personaggio più drammatico e affascinate dell’intera nidiata è comunque Massimo D’Alema, sconfitto nelle primarie pugliesi anche nel suo buen retiro di Gallipoli. D’Alema è l’uomo delle grandi battaglie e delle sconfitte clamorose, l’uomo più ammirato e odiato dell’intera sinistra. Carattere aspro, un ego esasperato, ma inferiore a quello di Nichi Vendola, in tutte le battaglie ci mette la faccia e conosce anche la strada del passo indietro, dell’ammissione della sconfitta. È lui l’uomo che la destra teme ma che ama evocare quando prevale la linea del dialogo, è lui che demolisce ogni leadership che gli faccia ombra ma che maschera questa vis pugnandi in complesse strategie politiche. Il dopo Puglia per lui è amarissimo. Tutti lo aspettavano al varco per dimostrare che non ha più feudi in cui rintanarsi. È stato battuto da un nipotino di Berlinguer, il fantasioso Nichi Vendola inventore del berlusconismo rosso. Da ieri molti nel Pd festeggiano la sconfitta dell’ex premier. Curzio Maltese su Repubblica ne ha scritto un maramaldesco epitaffio. Ma chissà quante sorprese avremo ancora dall’ammaccata e furente volpe del Tavoliere.

Libero, 26 gen 2010

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