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L'avviso e il pettegolezzo Stampa E-mail
Scritto da Davide Giacalone   
martedì 26 gennaio 2010
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da "Cafonal, gli italiani nel mirino di Dagospia"
Va a finire che, nell’Italia della giustizia guercia e in letargo, ne uccide più il gossip dell’avviso di garanzia. Non per un  sussulto di garantismo, che sarebbe benemerito, ma perché il pettegolezzo sembra più credibile della pratica giudiziaria. Così, mentre l’avviso di garanzia a Nichi Vendola lo lascia immune e lo consegna vincitore alle primarie pugliesi, altri rischiano di finire fuori gioco per una chiacchiera o una foto. Passiamo, insomma, dai mattinali di polizia ai cortili postmoderni.

Voglio esprimere solidarietà a Fausto Bertinotti che, suo malgrado, s’è visto costretto a scrivere, pubblicamente, di affari che dovrebbero restare strettamente suoi. A taluno può sembrare poca cosa, a me sembra un’inutile umiliazione. Detto questo, però, occorre riflettere sul come si sia potuti arrivare a tale punto, senza omettere le responsabilità, enormi, di ciascuno.

Sul fronte giudiziario, la barbarie s’è stabilizzata al seguente equilibrio: l’inchiesta giudiziaria è da considerarsi un elemento infamante, ma solo se riguarda l’avversario. L’indagato amico è una vittima, e l’avviso di garanzia, in quel caso, solo un “atto dovuto”. L’indagato nemico è un delinquente in attesa di condanna, e l’avviso di garanzia la dimostrazione che i sospetti erano fondati. Procedendo su questa strada, e considerato che la gran parte dei procedimenti non arriva ad un bel niente, nulla ha più valore e ciascuno si tiene stretti i propri idoli. Nel Paese in cui l’avviso di garanzia era l’equivalente di una condanna, talché i malcapitati dovevano sparire dalla vita civile, è andata a finire che neanche i condannati si tolgono di torno.

Al contempo, capitava che, per certificare la propria esistenza sulla scena politica, contano più i “cafonal” (marchio di fabbrica di D’Agostino), più le presenze mondane, più le foto d’abbuffata, che non l’attività in Parlamento. Il mondo delle serate e delle comparsate, almeno, è visibile, mentre il lavoro in Aula e in commissione nessuno è disposto a considerarlo veramente tale. Una volta erano le divette e gli attori al debutto, a cercare di farsi fotografare negli ambienti della Roma perditempo, ora s’è fatta lunga la fila dei presunti leaders politici che, con i rispettivi coniugi, sprizzano, fin dai più reconditi pori, la gioia d’esserci arrivati. Bertinotti, come tanti altri, non si è sottratto, sicché oggi non comprende attraverso quali vie i canoni comunicativi di Cinecittà siano potuti diventare quelli di Montecitorio.

Può anche darsi che una parte del popolo si sollazzi, a tale spettacolo. Sono sicuro, però, che c’è anche chi storce la bocca, che preferirebbe un mondo politico con costumi più riservati, con un’idea più grave del ruolo che ricopre, e che sia in grado di sentire il disagio, per non dire la rabbia, circa il confondersi dei giudizi penali con quelli estetici.

Puo darsi che sia un dettaglio, o che sia divenuto troppo sensibile, ma in questi passaggi vedo i sintomi di un declino profondo e triste, sia della nostra vita collettiva che della credibilità delle istituzioni.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato da Il Tempo

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