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Vendola: un voto a favore di Berlusconi Stampa E-mail
Scritto da Gianni Pardo   
lunedì 25 gennaio 2010

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Al livello nazionale sembra che la vittoria di Niki Vendola, in Puglia, significhi due cose: la prevalenza di fattori localistici sulle decisioni prese dalla dirigenza del Pd e la sconfitta di quella parte del Pd che, in contrapposizione a Dario Franceschini, Rosy Bindi ed altri “estremisti” interni, fa capo a Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema. Essa dimostra inoltre che le cosiddette “primarie” possono essere pericolose per un partito male strutturato, contraddittorio e un po’ anarchico come il Pd. In realtà è probabile che il significato di queste “primarie” vada parecchio oltre.

D’Alema e i suoi amici avrebbero voluto, già con queste elezioni, avviarsi a realizzare un partito moderato, non giustizialista, tendente a sfondare al centro, magari alleandosi con Casini. Fino a riconquistare il governo. La controparte invece si è limitata ancora una volta ad essere arrabbiatamente di sinistra, massimalista, allergica ai compromessi col “male”, cioè con Berlusconi e, in misura minore, con Casini, suo ex alleato. Nella sfida Vendola è stato favorito dalla stima personale che si è guadagnata, ma soprattutto dal fatto di non essere l’uomo di D’Alema e Bersani e dal suo marchio di “politico a sinistra del Pd”, come è “Sinistra e Libertà”.

Qualcuno può dire che questa è una catastrofe per i dalemiani, ma le cose stanno peggio di così: è la catastrofe dell’antiberlusconismo.

Per tre lustri, la galassia di sinistra – comunque si chiamasse, Ulivo, Unione o Pd-Di Pietro – ha avuto come nocciolo della sua politica la guerra a Silvio Berlusconi. Una guerra portata avanti con tutti i mezzi, senza il minimo scrupolo e con l’entusiasmo fanatico di una vera jihad. La parola d’ordine è stata un sostanziale “boia chi molla”. Una qualunque mossa, un qualunque compromesso, un qualunque accordo che avrebbe potuto rappresentare un dialogo con il Diavolo di Arcore, quand’anche fosse stato accettabile, è stato rigettato perché empio a priori: anathema sit. La politica italiana è stata talmente radicalizzata che l’intero elettorato l’ha potuta riassumere nell’essere pro o contro Berlusconi. Cosa non del tutto negativa, per le menti più semplici: è infatti più facile distinguere il bianco dal nero che le sfumature di grigio della realtà.

Alla lunga, ciò che ha fatto felici i più ingenui – coloro per i quali quella distinzione con l’accetta era il massimo che potessero capire – ha finito con il far apparire la sinistra come una setta di assatanati che invece di andare a messa seguono in ginocchio, una volta la settimana, “Annozero”. Il Pd è divenuto una conventicola minoritaria senza nessuna speranza di riconquistare coloro cui non basta, per applaudire, che si sia detto male di Berlusconi.

Alcuni tutto ciò l’hanno capito, nel Pd. Bersani l’ha dimostrato quando, all’indomani della sua elezione a segretario, ha ripetutamente detto: “Il vero antiberlusconiano è quello che riesce a mandare a casa Berlusconi”. Non cioè quello che sputa fiele annacquato come un Franceschini, ma colui che riesce a vincere le elezioni. Cosa che oggi non si vede nemmeno all’orizzonte.

Purtroppo, quella politica demenziale è andata troppo lontano perché si possa frenare, lungo questa china. Anche se Vendola non è ostentatamente antiberlusconiano come Rosy Bindi, anche se non recita quotidiane giaculatorie di odio come Di Pietro, è stato votato perché rimane il massimo che l’estrema sinistra può offrire in Puglia. Per conseguenza, coloro che non leggono troppi giornali, coloro che da anni ed anni si limitano ad annusare l’aria, l’hanno giudicato l’uomo giusto per vincere all’interno della sinistra. E involontariamente, a livello nazionale, l’uomo giusto per dare lunghi anni di successi a Berlusconi.

Il Pd raccoglie ciò che ha seminato e perde consenso mentre l’Idv, che si è fatta un programma degli errori passati della sinistra, ha tendenza ad aumentare i suoi voti piuttosto che a vederli diminuire. Il tutto con l’unica prospettiva di migliorare la situazione personale di Antonio Di Pietro e di rimanere nettamente minoranza nel Paese.

Prosit.

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