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Nata il 27 novembre 1960 a Dnipropetrovsk, città industriale dell’Ucraina orientale, nota in epoca sovietica per la produzione missilistica, Yulia Tymoshenko, che il 7 febbraio sfiderà al ballottaggio il candidato filorusso Viktor Yanukovych per la presidenza del Paese, è un personaggio affascinante quanto enigmatico.
Alleata del Presidente Yushchenko all’epoca della Rivoluzione Arancione, l’ex pasionaria della Maidan – definita da Yushchenko, alla vigilia del voto del 17 gennaio, come «un altro progetto del Cremlino» per via del suo ri-avvicinamento a Mosca dopo la guerra in Georgia e per una campagna elettorale finanziata anche da Oleg Deripaska, oligarca russo vicino a Putin – ama paragonare la sua storia a una fiaba. Famiglia di umili origini, povera anche per gli standard sovietici, Tymoshenko – abbandonata all’età di due anni dal padre, Volodymyr Hryhyan, uomo di origini lettoni avvolto nel mistero – cresce con la madre, Ludmila Telegina, in un minuscolo appartamento di un palazzo di periferia abitato prevalentemente da tassisti. Oggetto dell’ammirazione delle compagne di scuola la mattina, per via di abiti che lei stessa disegna e cuce, il pomeriggio lascia già intravedere il suo lato maschile giocando a calcio con i ragazzi del quartiere. All’università di Dnipropetrovsk, dove studia Economia, conosce Oleksandr Tymoshenko che sposa a soli 19 anni e da cui ha presto una figlia, Yevheniia. Grazie all’aiuto del suocero, Hennadii Tymoshenko, potente funzionario del Partito, Yulia intraprende una brillante carriera all’interno del komsomol locale come economista-ingegnere. Più tardi, in coppia con il marito, inizia a noleggiare blockbusters americani realizzati in salotto con rudimentali VHS. I profitti di questo fortunato business e un prestito garantitole dal suocero le consentono di muovere i primi passi nel settore energetico, prima come trader di prodotti petroliferi, poi come leader di una società di distribuzione di gas. È a questo punto della storia che il racconto personale di Yulia diverge da quello dei suoi detrattori. Askold Krushelnycky, autore di An Orange Revolution, fa giustamente notare come a metà anni ’90, quando Tymoshenko è a capo della Compagnia Generale di Energia, il suo stile di vita opulento – gioielli, guardie del corpo, limousine e aerei privati – lasci presumere fortune economiche ben diverse dai 5000 dollari mensili dichiarati. Soprannominata "la principessa del gas", per le accuse di aver stoccato enormi quantità di metano a scopo speculativo, la sua figura, in quegli anni, è spesso associata a quella del primo ministro Pavlo Lazarenko. Se è innegabile che Lazarenko favorisce la Tymoshenko garantendole una posizione di monopolio nel settore energetico, è altrettanto vero che Yulia grazie alla sua abilità imprenditoriale risolve molti problemi alle agonizzanti imprese ex-sovietiche rifornendole di materie prime ed energia. Caduto in disgrazia Lazarenko, oggi detenuto negli Stati Uniti per frode fiscale, la rendita di posizione di Yulia comincia a vacillare e piovono su di lei accuse di evasione fiscale. Lei si difende parlando di vendette orchestrate dagli oligarchi vicini a Kuchma per il mancato pagamento di tangenti. L’entrata in campo in politica nel 1996, inizialmente concepita come strumento di tutela dei propri interessi, segna però l’inizio di una nuova fase nella vita dell’allora 36enne Yulia. Mentre è in visita a un villaggio la sua attenzione viene attirata da una piccola casa all’apparenza disabitata. All’interno Yulia trova una donna anziana, scalza che si scusa di essere viva, di essere un fardello per gli altri e che prega affinché Dio la faccia morire presto. «La sofferenza di quella donna – racconterà Tymoshenko – non ha mai smesso di tormentarmi». Nel 1999, dopo una parentesi come Presidente della Commissione Economia del Parlamento, viene nominata, dall’allora Primo Ministro Yushchenko, Ministro dell’Energia. Il programma riformista dei due giovani politici ucraini, intenzionati a dare un giro di vite alla corruzione dilagante nel paese, si scontrerà presto con gli interessi degli oligarchi che costringeranno il Presidente Kuchma a licenziare il governo Yushchenko. La sorte riservata a Yulia sarà anche peggiore. Nel febbraio 2001 viene infatti arrestata per falsificazione di documenti e importazione illegale di metano. Un’accusa basata su documenti falsi creati dall’entourage di Kuchma di comune accordo con gli oligarchi che si oppongono alle riforme di mercato. Liberata la settimana successiva, la Tymoshenko diventa la figura di riferimento dell’opposizione al regime che porterà, quattro anni più tardi, alla Rivoluzione Arancione. Il resto è storia relativamente recente. Dopo la nomina a Primo Ministro nel 2005, carica che ricopre per soli 9 mesi (tornerà a guidare l’esecutivo dopo la vittoria alle politiche del settembre 2007 ), inizia un lungo braccio di ferro con il Presidente Yushchenko che finirà per indebolire il fronte arancione. Oggi la donna che Forbes nel 2005 definì come la più potente al mondo, dopo Condoleezza Rice e Wu Yi, si trova ad affrontare la sfida più importante della sua vita. Sconfiggere Yanukovych e garantire un futuro, comunque lontano da UE e NATO, a un paese stremato e disilluso.
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