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Lo strano caso dell'Ingegnere Stampa E-mail
Scritto da Francesco Natale   
domenica 29 novembre 2009
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L'Italia, ormai lo sappiamo, è una fabbrica di miti. Non proprio come Hollywood, dove tutto è giocato su lustrini, paillettes e un culto dell'immagine giustamente superficiale, come si confà all'ambiente del jetset cinematografico. Ma, in ogni caso, con quel nostro stile a metà tra la spaghetteria di periferia romana e il burocratese piemontese, i nostri bravi miti borghesi ce li sappiamo creare, gestire e pompare senza tema di confronti.

Caratteristica comune ai tanti miti italici è sempre e comunque la sostanziale inanità dei medesimi: dalla cosmogonia resistenziale al feticismo costituzionale, passando per il manipulitismo e le battaglie di retroguardia dei laicisti D.O.C, lo scenario cambia di poco. Si è sempre e comunque di fronte ad un vuoto desolante. Eppure, per uno strano gioco dei quattro cantoni tutto nostrano, il mito funziona: «Eppur si muove».

Perfetta esemplificazione di quanto appena detto è la figura, ultra-mitizzata, dell'Ingegnere per antonomasia: Carlo de Benedetti. Egli è, a tutti gli effetti, un mito, nel senso più profondamente italico del termine. L'Ingegnere, come ogni mito che si rispetti, mai ha rinunciato a impartire lezioni di morale alla nostra benemerita società civile, troppo spesso schiava di quella che il suo ierofante numero uno, ovvero Eugenio Scalfari, definisce senza un briciolo di doverosa autoironia (perlomeno...) «la razza padrona».

Ripercorriamo a grandi linee il cursus honorum di cotanto campione, insignito, tra le altre cose, del titolo di «Cavaliere del Lavoro», della «Legion d'Onore» nonché di una bella medaglia d'oro «ai benemeriti della cultura e dell'arte». Dal 1972 al 1976 è amministratore delegato della Gilardini, holding nel settore metalmeccanico. Fin qua, quasi tutto bene. Nel 1976, il salto di classe: grazie all'intercessione dell'amico Umberto Agnelli viene nominato amministratore delegato del gruppo FIAT con una buon'entrata del 5% del capitale azionario della fabbrica torinese. Quanto resta in carica? Quattro mesi quattro. Motivo della rottura apparente: divergenze sul piano di riforma industriale. In realtà Cesare Romiti, storica eminenza grigia e factotum dell'Avvocato, smaschera il suo maldestro e tentativo di scalata al colosso torinese appoggiato da gruppi finanziari elvetici.

Spedito senza tanti complimenti fuori dai giochi, egli non si dà per vinto e, forte del capitale conseguente alla cessione del suo pacchetto azionario, si butta a capofitto nell'editoria. Rileva le «Compagnie industriali riunite» e attraverso queste acquisisce il controllo azionario de La Repubblica e L'Espresso, i quali diventeranno i suoi personali baluardi a tutela della sua immagine da un lato, delle sue spregiudicate guerre di capitale dall'altro. Finire sulle pagine dei suddetti giornali, fondati e diretti con piglio audace e libertino da Carlo Caracciolo e da Eugenio Scalfari, poteva significare la morte civile, politica e finanziaria per l'incauto occasionale avversario dell'Ingegnere. Nel 1978 comincia l'avventura Olivetti, destinata, come tutti sappiamo, a naufragare sommersa da debiti allucinanti. Nel maggio del 1993, in piena Tangentopoli, viene iscritto nel registro degli indagati per una tangente di 10 miliardi funzionale all'ottenimento di una commessa per la fornitura di  materiale informatico (pare per un valore di 4000 miliardi) al ministero delle Poste e Telecomunicazioni. La sopraggiunta prescrizione lo salva dal processo.

Nel 1985 arriva lo storico caso SME: in pratica l'Ingegnere stava per riuscire a mettere le mani sul colosso agroalimentare italiano non solo pagando una cifra ben al di sotto del valore di mercato (circa 490 miliardi di lire) ma, attraverso la rateizzazione in quote del pagamento, di fatto sarebbe pure riuscito quasi a non scucire un ghello. Patron dell'iniziativa, l'ottimo Romano Prodi (sì, proprio lui). Craxi non ci sta e, avvedutosi della potenziale macchinazione, fa guerra aperta a De Benedetti (che non gliela perdonerà mai più) e impedisce la svendita della SME. Poco prima, all'inizio degli anni '80, il Principe Carlo entra pure come azionista nel Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Ci resta per due mesi, fino a poco prima del tragico crack. Vende la sua quota appena in tempo e realizza una plusvalenza netta a pagare di quaranta miliardi di lire. A seguito di questa vicenda viene condannato a 8 anni e 6 mesi di reclusione per concorso in bancarotta fraudolenta, poi assolto in appello.

Nel corso degli anni De Benedetti è stato osannato come uno dei migliori manager sulla piazza, come un finanziere accorto e sottile, come un modello per le generazioni a venire. Come è possibile? Semplice: quarto potere, come direbbe Orson Welles. «Citizen Karl» è stato bravissimo nel trasmettere di sé l'immagine di un uomo da imitare, venerare, applaudire. Ha fatto leva su una delle peggiori debolezze del nostro grande popolo: la voglia di sentirsi intelligenti e a la page. Debolezza che è stata acutamente e adeguatamente coltivata e sfruttata dalle sue testate giornalistiche e, soprattutto, da chi le ha dirette.

Le sue ultime sparate all'Università di Oxford sulla libertà di stampa in Italia ne sono prova lampante. Come ben scrive Alessandro Sallusti in un magistrale articolo su Il Giornale, De Benedetti «ha sostenuto che la maggior parte degli italiani sono male informati perché subiscono l'influenza delle reti televisive di Berlusconi, che i suoi giornali La Repubblica e L'Espresso sono gli unici che sfidano i potenti e che garantiscono ai cittadini la conoscenza e il sapere indispensabili per far crescere la libertà». Sapere? Conoscenza? Vale la pena riportare quanto scrisse Eugenio Scalfari in occasione del (breve) arresto di De Benedetti a Roma nel 1993: «Questa volta avvertiamo una vivissima preoccupazione come cittadini per il modo di procedere della Procura... Qual è la logica di tutto questo? Forse quella di fare più rumore? Chi lo sa? Chi può negarlo?... Perciò stiano con gli occhi bene aperti i procuratori di giustizia, perché il rischio che eseguano senza saperlo vendette su commissione incombe pesante sul loro operato». Ora, immaginate per un attimo se ad oggi un giornalista qualunque si permettesse di scrivere le medesime cose, magari riferite ad un contesto più realistico e veritiero, utilizzando il medesimo linguaggio trasversale ed intimidatorio. Fioccherebbero querele, concioni dell'ANM, si griderebbe alla delegittimazione delle toghe, e il giovane Travaglio si straccerebbe le vesti peggio di un sinedrita di fronte a Cristo. Ma, si sa, è l'uomo che fa lo stile. E lo stile dell'Ingegnere è sempre stato uno ed uno solo: c'è chi può (lui) e chi proprio non può, ovvero chiunque altro. Ma, a questo punto, qual è la vera «razza padrona» di cui davvero dovremmo una volta per tutte liberarci? Giudicate voi...

 www.ragionpolitica.it

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