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Povero Renato, ultimo reduce della rivoluzione berlusconiana Stampa E-mail
Scritto da Mario Sechi   
venerdì 27 novembre 2009
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Tra due mesi esatti saranno trascorsi sedici anni dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi. Gli anniversari spesso sono poco più di un rito, ma ricordare cosa accadde il 26 gennaio del 1994 stavolta sarà importante perchè l’avventura politica del Cavaliere e il «berlusconismo» sono a un bivio. Il braccio di ferro tra Renato Brunetta e Giulio Tremonti è la plastica rappresentazione di questo passaggio tormentato.

Torniamo per un attimo al discorso di sedici anni fa. Cosa disse quell’imprenditore brianzolo agli italiani? Ecco tre brani di un lontano ieri utili per capire cosa sta accadendo oggi:

«Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare».

***
(…)noi crediamo nell’individuo, nella famiglia, nell’impresa, nella competizione, nello sviluppo, nell’efficienza, nel mercato libero e nella solidarietà, figlia della giustizia e della libertà.

***
Ciò che vogliamo offrire alla nazione è un programma di governo fatto solo di impegni concreti e comprensibili. Noi vogliamo rinnovare la società italiana, noi vogliamo dare sostegno e fiducia a chi crea occupazione e benessere, noi vogliamo accettare e vincere le grandi sfide produttive e tecnologiche dell’Europa e del mondo moderno.

***

Il discorso di Silvio si chiudeva con uno slogan che è il sigillo ufficiale del berlusconismo: «Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano.». Ecco, nel sogno, nell’utopia del Cavaliere amante delle opere di Tommaso Moro, c’è l’essenza di un movimento politico che sedici anni fa importava la rivoluzione reaganiana (sognante e pragmatica) in un Paese scassato dal Sessantotto, dal terrorismo, dalla corruzione e infine spazzato dal vento gelido della rivoluzione giudiziaria. Siamo quasi arrivati a soffiare sulle candeline dei sedici anni e dobbiamo chiederci se il «berlusconismo», quel meno Stato e più mercato (e dunque meno fisco e più impresa, meno pubblico e più privato, meno parassitismo e più efficienza) sia ancora nel dna del governo e tra le preghiere laiche dei suoi ministri. C’è la netta sensazione che non sia così. Renato Brunetta può non esser simpatico a qualcuno, ma ha il raro pregio di dire le cose schiettamente e non dimenticare le promesse fatte agli elettori. E questo a noi di Libero piace. Non è amato nè dai sindacati nè dai dipendenti della pubblica amministrazione. E questo per Libero non è affatto un male. Brunetta ha messo le mani dove nessuno finora aveva osato, egli è ancora, fieramente, un esponente del «berlusconismo». Chi altri nel governo? Fedele a se stesso, al suo ruolo, alla sua missione, è certamente Gianni Letta. E poi? C’è una corrente di ex socialisti, come Maurizio Sacconi e Fabrizio Cicchitto, che con intelligenza e senza ipocrisia non hanno mai dimenticato la grandezza di Craxi e del craxismo e nel berlusconismo hanno ritrovato l’energia e il progetto di cui Bettino fu interprete. Altri berlusconiani all’orizzonte? Ah, certo, c’è lui, Silvio. Berlusconiano nel suo modo diretto e lieto di dialogare con l’elettore, nella battuta sfrontata, nel diritto e nel rovescio del dibattito pubblico e privato sulla sua persona e il suo stile di vita a dir poco esuberante. Perfetto per picconare il politicamente corretto, i parrucconi, i benpensanti, i moralisti a contratto e gli ipocriti d’accatto. Berlusconiano come Brunetta e pochi altri nel governo. Berlusconiano come milioni di italiani che hanno votato per la rivoluzione fiscale e sognano il ritorno dello spirito battagliero di un tempo. Berlusconiani che non vogliono sentirsi reduci.

Da:libero-news.it

http://www.mariosechi.net/

 

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