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Bossi & Fini Stampa E-mail
Scritto da Davide Giacalone   
venerdì 20 novembre 2009
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Dovremmo essere grati a Umberto Bossi e Gianfranco Fini, perché essi sono riusciti, con invidiabile tempestività, a mostrare, anzi, a far toccare con mano cosa accadrà al centro destra non appena avrà smarrito il senso politico della propria esistenza. Potrebbe non capitare mai, nel caso in cui il partito unico diventi effettivamente un contenitore d’identità culturale e politica. Ma non ci credo, per niente. Potrebbe capitare non appena a Silvio Berlusconi sarà possibile, o sarà imposto, recitare una diversa parte in commedia, in quel caso facendo venire meno il collante sia della destra che della sinistra. Ed è credibile. Potrebbe, però, accadere prima, subito, per smania di protagonismo, per bramosia elettorale e, tutto sommato, per insipienza politica. E’ quello che i due hanno, infatti, dimostrato.
La legge che attualmente regola l’afflusso dell’immigrazione è stata approvata nel 2002, e porta il nome degli orgogliosi padri: Bossi e Fini. Erano alleati allora e lo sono ancora oggi. Solo che, per coltivare la propria identità e strizzare l’occhio al mondo che vorrebbero rappresentare, i due non solo si sono messi a fare gli estremisti, ma per giunta in senso opposto. Secondo Bossi gli immigrati devono essere rimandati a casa, dato che qui in Italia non c’è lavoro neanche per gli italiani. Solo che Bossi, fondatore e capo di un partito (il più vecchio esistente, pensate un po’!) che ha un forte radicamento sociale nelle zone più produttive del Paese, sa bene che il mondo della piccola e media industria si ferma, senza gli immigrati, così come porzioni rilevanti dell’agricoltura e dell’allevamento. Che quei posti di lavoro non sono affatto ambiti da molti giovani italiani e che, quindi, per le aziende sarebbe una perdita secca. Bossi dice quelle cose perché conosce il disagio sociale che l’immigrazione clandestina porta nei quartieri popolari e nelle periferie, ma preferisce restare nell’equivoco, non scagliarsi (come la legge, giustamente, prevede) solo contro i clandestini e pescare a strascico nel mercato elettorale.
Fini, invece, s’è fatto prendere dall’uzzolo del superfluo, non a caso incontrando sulla sua strada il maestro dell’apparire senza essere, Valter Veltroni, con il quale si trova a condividere l’opportunità di dare agli immigrati, dopo cinque anni di permanenza in Italia, il diritto di voto, per le elezioni amministrative. E’ stata anche presentata una proposta di legge, con firme di parlamentari del pd, del pdl, d’Italia dei valori e dell’udc. Prediligo sempre i contenuti sugli schieramenti, ma devo dire che una convergenza di quel tipo induce più a scappare che a plaudire. Nella sostanza, l’ultimo dei nostri problemi, nonché l’ultimo degli immigrati stessi, è concorrere all’elezione dei consiglieri circoscrizionali. Posto che i clandestini andrebbero allontanati, e che i regolari tendono, in grande maggioranza, a tornarsene a casa dopo avere fatto un po’ di soldi (che da loro sono tanti), scindere il diritto di voto dalla cittadinanza significa occuparsi di un non problema. Concentrarsi sulla ciliegia, insomma, quando la torta è rancida.
Già, perché ci sono cose, nella legge Bossi-Fini, che non hanno funzionato e non funzionano. Dalla disciplina dei centri di permanenza temporanea alle regole per “chiamare” un lavoratore dall’estero (quando, in realtà, si trova quasi sempre già qui). Ma mettere le mani in quel tipo di questioni è complicato, mentre fa tanto fino dirsi favorevoli al diritto di voto, commuovendo le damazze che agli immigrati vogliono tanto bene, specie mentre servono a tavola e puliscono la casa.
Dunque, questa è la sorte che spetta alle forze politiche che perdono senso politico, e non saranno una trucida battuta o una celestiale cravatta a poter distrarre dal non edificante spettacolo.

Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it

Pubblicato da Libero
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