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A proposito di processi brevi Stampa E-mail
Scritto da andrea amati   
giovedì 19 novembre 2009
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Sono di ieri le notizie del suicidio di due detenuti in attesa di giudizio. Uno di loro era un ragazzo non ancora diciottenne, in custodia cautelare solo per il fatto di essere straniero extracomunitario: aveva tentato un piccolo furto e, se fosse stato italiano, non sarebbe stato in carcere neanche un’ora. Anche l’altro detenuto era straniero, avrebbe dovuto essere scarcerato già da qualche giorno ma qualcosa si era inceppato nel sistema e lui no ha saputo aspettare.

Non voglio soffermarmi sull’aspetto, pur raccapricciante, relativo al palese razzismo che si è ormai diffuso nella nostra società e, in particolare, nell’amministrazione della giustizia. Mi limito ad osservare che questi due casi, che non possono non offendere il senso di giustizia di chi abbia ancora un minimo di umanità, sono emblematici per un aspetto che riguarda tutti, stranieri extracomunitari o ariani: in Italia si sta in galera per mesi in attesa di essere processati.

Questa è un’infamia che sembra non interessare nessuno: la carcerazione preventiva (al processo, fino alla condanna, si intende), da strumento eccezionale è divenuto strumento ordinario di ordine pubblico. Di fatto, siccome definire i processi con sentenze definitive oggi richiede diversi anni, si usa la carcerazione preventiva a fini “sociali”, ovvero per proteggere la comunità da quei (supposti) delinquenti che non si riesce a processare e condannare in tempi ragionevoli (specialmente quando sono extracomunitari o altra categoria di povericristi).

Si badi che non è un fenomeno marginale: le statistiche dicono che circa il 50% dei carcerati italiani sono detenuti in attesa di processo, cioè, secondo la Costituzione, degli innocenti. Vale forse la pena di aggiungere che nel nostro illuminato (ma piuttosto ipocrita) paese si può stare in galera, in attesa della sentenza definitiva, fino a sei anni, per i processi che riguardano i reati più gravi. Sei anni sono un periodo molto, molto lungo se ci si riflette.

Allora si cominci da qui: si cominci a riformare la procedura penale in modo da predisporre di strumenti per imporre, ma anche consentire, di processare in tempi contigentati almeno gli imputati detenuti in attesa di giudizio.   Non sarà una cosa semplice, ma con un po’ di buona volontà e buon senso ci sono amplissimi margini di intervento su quella che, a volte, appare come un bizzarro gioco dell’oca piuttosto che una procedura tesa a garantire l’applicazione delle leggi nel rispetto dei diritti dei cittadini (e anche degli extracomunitari, che non sono cittadini ma, semplicemente, persone).       

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