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«Fatti processare». La frase, che assume una sfumatura di forse involontario umorismo e di evidente ipocrisia nella situazione italiana attuale, è uscita anche dalla bocca del "moderato" Bersani, che evidentemente ha già deciso per conto suo che il processo porterebbe a una condanna. E ha ragione, perché la sua speranza nella Magistratura nasce da argomenti simmetrici a quelli che determinano la nostra sfiducia: sappiamo tutti benissimo come, quando e perché la magistratura milanese emetterà le sue sentenze, quando si ha a che fare con il Premier.
Sappiamo bene che le pur varie anime della corporazione dei Magistrati sanno trovare perfetta unità, di fronte a qualunque provvedimento preso "da fuori"che non sia di loro gradimento. E serve a poco metter su leggi e leggine che valgano a surrogare, in maniera arrovellata e spesso indecente, il vecchio e glorioso principio dell'immunità parlamentare, e quello altrettanto fondamentale della tutela dell'esecutivo nel periodo della sua attività di governo. Ci sarà sempre, se non altro, una corte costituzionale politicizzata e politicante in grado di smontare tutto, con rilievi più o meno consistenti. Siamo a questo punto, e ci siamo non certo per responsabilità dell'attuale governo o del Premier. La cessione di potere a favore del debordamento dei magistrati, irresponsabile e spesso vigliacca, da parte della classe politica - e della sinistra in particolare - in cambio di indulgenze, è cosa che si protrae ormai da vari lustri. È davvero diffusa e ammorbante la degenerazione del costume politico, mentre alti funzionari e magistrati spesso non sono più in grado di distinguere fra le proprie legittime convinzioni politiche e l'applicazione della legge. Lo stallo, la stagnazione e lo sputtanamento di tutti gli attori della nostra scena politico-istituzionale, rebus sic stantibus, non potrebbe che continuare. Dunque, come suggerisce il vecchio ma spesso lucido Cossiga, a Berlusconi conviene rompere gli indugi, rovesciare i tavoli e andare immediatamente alle elezioni? È davvero un bel problema, discutendo sul quale non credo di proiettarmi troppo in avanti (o se preferite troppo in basso) se propongo qualche considerazione. Teniamole a mente per i prossimi mesi. Ma già sento i gridolini preventivi delle vestali della Costituzione: che nelle loro mani non è uno strumento per la regolazione suprema della nostra convivenza, con la sua storia e le sue evoluzioni nel tempo, ma una sorta di immodificabile camicia di nesso, in cui un compromesso postbellico – certo non estraneo allo spirito di Jalta – è ormai diventato una sorta di garanzia della continuità piatta e della impossibilità di cambiare. E già sento anche le accuse di bonapartismo lanciate ben prima che si assumano atteggiamenti di questo genere, solo perché si ipotizza di portare il Paese alle elezioni; e ho presenti pure le cautele, anche giuste, contro chi ritiene che la sovranità popolare – intesa come sovranità della maggioranza – possa costituire l'unica guida e l'unica scelta di libertà. In fondo, «la libertà del luccio è la morte di tutti i pesciolini del lago», come recita un adagio britannico utile per comprendere che la sovranità popolare e la libertà della maggioranza debba essa stessa inquadrarsi in un insieme di regole costituzionali a tutela di tutti, e soprattutto delle minoranze. Dunque, se si va avanti così, non resterebbe che rompere gli indugi, provocare la crisi e andare alle elezioni: ma per far che? Il mandato berlusconiano è tipicamente "rivoluzionario", nell'immaginario collettivo di gran parte del suo elettorato. Perde senso se privato dello spirito drasticamente innovativo che ha caratterizzato il suo programma, per galleggiare fra equilibri postdemocristiani o genericamente moderati e clericali. Elezioni e nuovo Governo per far che cosa? Per tentar di ricomporre una maggioranza che abbia le idee più chiare e progetti più concordi sul da farsi? Abbiamo già espresso qualche dubbio sulle qualità e sulle virtù etiche e politiche di questa classe dirigente nel suo insieme. E poi, chi è oggi in condizione di prevedere sensatamente il comportamento dell'elettorato, deluso e ormai molto lontano dalla "politica"? Un nuovo Governo per invocare e ottenere una riforma costituzionale di tipo presidenziale che dia al capo dell'esecutivo poteri ben più ampi ed effettivi di quelli di oggi, per poi imboccare con assai maggiore determinazione la via delle riforme "rivoluzionarie"? Molti vedono l'ipotesi come una delle via di uscita possibili: in fondo storicamente è questa la soluzione tipica di quando la crisi si radicalizza e si estende in tutti i tessuti della società. Ma qui i dubbi e le perplessità si fanno pressanti. È indispensabile per l'Italia una repubblica a forte potere presidenziale per uscire dal pantano? E basterebbe, nel clima di rilassatezza etica e politica che regnano dappertutto? E questa sorta di modello di governo tanto lontano dalle lungaggini e dalle cerimonie di un regime bicamerale perfetto – quello che sembra che Fini abbia scoperto e trovato eccellente – dovrebbe essere inteso a termine o no?
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