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Il pluralismo in tv secondo Sergio Zavoli |
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Scritto da Piero Ostellino
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sabato 14 novembre 2009 |
 ... «Finché non avremo innalzato il grado di chiarezza del linguaggio politico, la nostra democrazia rimarrà un pasticcio, una tragicommedia degli equivoci aperta a ogni attore truffaldino». Così scriveva il liberale Sergio Ricossa nella Prefazione all’edizione italiana (del 1998) del libro di Friedrich A. von Hayek La società aperta.
Sono amico di quel galantuomo che è Sergio Zavoli, presidente della Vigilanza Rai, ma ho qualche difficoltà a non intravedere nelle sue parole sull’editoriale del direttore del Tg1, Augusto Minzolini, favorevole al ripristino dell’immunità parlamentare, l’eco di quella stessa mancanza di chiarezza del linguaggio politico che fa della nostra democrazia «una tragicommedia degli equivoci». Dice Zavoli: «Genera un diffuso dissenso la manifestazione unilaterale di una tesi al di fuori del pluralismo che l’informazione della Rai è tenuta a rispettare... A meno che non si voglia intendere il pluralismo come, lo vado dicendo da tempo, una sequela o una somma di parzialità, e non il confronto contestuale di più opinioni».
È certamente colpa mia, ma non capisco. Minzolini ha espresso in un editoriale – che è, per definizione, un’opinione – una tesi legittima quanto altre, opposte ma non meno legittime, che si sentono in altre trasmissioni e non solo in «Annozero» di Michele Santoro. Personalmente, non ci vedo nulla di diverso dalla «somma di parzialità» – che è sempre una «pluralità» di opinioni – quale è, e non potrebbe che essere, l’informazione in una «società aperta». Che cosa intende, allora, Zavoli per «una tesi al di fuori del pluralismo che l’informazione della Rai è tenuta a rispettare»? Non voglio fargli il torto di attribuirgli un’idea di pluralismo dell’informazione – opposta a quella di democrazia liberale – secondo la quale esso consisterebbe nel non avere, e tanto meno esprimere, alcuna opinione, invece, che nel libero confronto di opinioni differenti fra teste (testate) diverse.
Mi pare, piuttosto, di capire che – salvo il buon Sergio, condannato, per l’incarico che ricopre, a dare un colpo al cerchio (Minzolini) e un altro alla botte (Santoro) – per i politici e i giornali che hanno sollevato il caso, le opinioni siano legittime se «di sinistra »; diventino violazione del pluralismo quando non lo sono. Ricordo un bel paradosso di Giancarlo Pajetta: «Stai tranquillo, Piero; noi comunisti siamo così pluralisti che, una volta al governo, metteremo in galera tutti quelli che non sono pluralisti». E dire che sono già passati vent’anni dalla dissoluzione del comunismo! Ma che, invece, non si tratti di fascismo, «laico, democratico, antifascista» ?
Un’altra distorsione del linguaggio politico è la tesi che l’esposizione del crocifisso offenderebbe la «sensibilità» dei non credenti, o dei fedeli di altre religioni. L’esposizione «di legge» è discutibile; ma che la «sensibilità» di una minoranza dia diritto a fare violenza alla «sensibilità» di un’altra minoranza (o della maggioranza) è un pasticcio spacciato per democrazia. Una società multiculturale è «plurale», non è pluralista come la sinistra sogna il pluralismo dell’informazione.
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