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Crocifisso e Stato laico Stampa E-mail
Scritto da Davide Giacalone   
martedì 10 novembre 2009
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La sentenza che obbliga a staccare il crocifisso, dalle aule pubbliche, resterà nella storia del diritto, perché dimostra come si possa applicare un principio giusto ottenendo una sentenza sbagliata, e pericolosa. Sono un laico, non ho il dono della fede. Sono convinto che lo Stato laico, casa comune per uomini con fedi ed idee diverse, sia la più grande conquista della cultura occidentale. Ho anche dedicato un libro all’importante lavoro della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che non ha nulla a che vedere con l’Unione Europea, e svolge un ruolo importante condannando, giustamente e reiteratamente, la nostra malagiustizia. Quindi: viva la laicità dello Stato, viva la Corte, abbasso la sentenza. Il tema è estremamente delicato e complesso, ed una colpa di quella sentenza è di averlo affrontato con la mannaia. Il crocifisso è certamente un simbolo religioso, destinato a ricordare il sacrificio di un uomo che, per i credenti, è divino. Segna una rottura con l’ebraismo, perché l’avvento del Cristo chiude la vecchia alleanza ed apre la nuova. In passato, con le crociate, e non solo, è stato anche simbolo di guerre. La cultura occidentale, però, ha saputo imparare dai propri errori, ed oggi non si conoscono, se non del tutto marginali, casi di fondamentalismo cristiano. La fede, ovviamente, influenza l’azione politica. Un cattolico è ragionevole che sia contrario sia al divorzio che all’aborto. Ma, come si sa, la grande maggioranza degli italiani seppe distinguere, e noi abbiamo leggi che regolano entrambe le cose. La laicità, insomma, abbiamo imparato a praticarla. Con alti e bassi, come sempre.
Lo Stato laico, però, non è lo Stato ateo. Il secondo nega la fede, il primo nega che possa essere imposta. Il primo è virtuoso, il secondo sanguinoso. Nello Stato laico non si stabilisce una fede per nascita, ma si difende il diritto alla fede ed a praticarne i riti. Purché compatibili con la legge, giacché se taluno volesse fare sacrifici umani finirebbe all’ergastolo, in un manicomio criminale.
Il crocifisso, da noi, non è un obbligo di legge, ma un’abitudine, progressivamente sempre meno significativa. Capisco il lettore che ha scritto: siamo noi cattolici, che dovremmo staccarlo. Egli intende dire, credo: non possiamo sopportare che sia “normale”, vogliamo che sia “significativo”. Eppure, è normale. Se, come la sentenza rischia di fare, gli tolgo quella caratteristica, non faccio un passo in avanti verso la laicità, ma rischio di rinfocolare roghi del passato. Non assecondo la secolarizzazione della società tutta, ma indico come modello (sebbene negativo) il fondamentalismo islamico. E’ come se dicessi: i veri fedeli sono i fondamentalisti, che sono intolleranti ed escludenti, quindi non vogliamo i loro simboli. Ma, da noi, quella roba non esiste, e si rischia di crearla.
La Corte Europea ha eccepito che la presenza del crocifisso toglie ai genitori il diritto di educare la prole alla propria religione. Concetto illogico e, al tempo stesso, pericoloso. Siamo tutti, ovunque, circondati da simboli religiosi. Siamo, per ciò stesso, coartati nella nostra volontà? Ed i genitori, hanno diritto di educare i figli a quel che pare a loro, razzismo e martirio compresi? La cosa paradossale è che, per affermare una presunta libertà, si difenda una specie di “proprietà” parentale. Che, grazie al cielo, ci sarà ancora in talune tribù, ma da noi i ragazzi fanno proprie scelte assai prima della maggiore età.
Ho visto con sospetto, infine, la reazione di quasi tutto il mondo politico. A parte la deplorevole e ricorrente ignoranza su quale sia l’Europa di cui stiamo parlando, mi è parso che un po’ tutti abbiano strizzato l’occhio alle gerarchie cattoliche, come a dire: ci pensiamo noi a difendervi. Ma quello che va difeso è, invece, lo Stato laico, quindi il diritto alla fede che non sia diritto all’imposizione.
Da laico, i simboli religiosi non mi hanno mai offeso o disturbato. Nessuno. Da laico, mi danno fastidio le feste per rallegrare ragazzi che si sono comunicati o cresimati senza sapere cosa sia la cresima e la comunione. Nel senso che mi dà fastidio l’ignoranza. Di certo, però, non sarà un bel giorno quello in cui lo sapranno solo i frequentatori di scuole religiose, perché le madrasse vorrei chiuderle anche per i musulmani, non aprirle per i cristiani.
Meglio tenerci il nostro equilibrio, aiutando gli studenti, fra l’altro, a capire i simboli dell’architettura nella quale sono immersi, la storia della cultura che, si spera, sapranno evolvere, e, già che ci siamo, anche l’indirizzo della loro casa, scuola o discoteca. San Benedetto, insomma, non è un’acqua minerale. Pretendere di laicizzare con le sentenze, invece, non solo rischia di riconfessionalizzare molti, ma è un assai poco laico modo di procedere.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato da Il Tempo
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