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Non dividiamoci sull’Università Stampa E-mail
Scritto da Ernesto Galli Della Loggia   
venerdì 30 ottobre 2009
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«U
n'occasio­ne fonda­mentale per più versi irripetibile»: ha ra­gione il rettore della Stata­le di Milano, Enrico Decle­va, a definire con queste parole il disegno di legge elaborato dal ministro Gelmini e approvato mer­coledì dal Consiglio dei ministri. Per la prima vol­ta da decenni, infatti, si af­fronta la questione dell' università nel suo com­plesso e in modo organi­co, delineando una pro­spettiva riformatrice a 360 gradi.

Sono tre i nodi decisivi su cui il progetto innova profondamente. Il primo è rappresentato dalla que­stione della governance ovvero, per far capire a tutti, la questione di chi e come governa gli atenei. Sacrosanto appare, da questo punto di vista, li­mitare a otto gli anni in cui rimangono in carica i rettori, per impedire la na­scita di poteri a vita, di fat­to monarchici; altrettan­to opportuno rendere il loro ruolo più incisivo e autonomo sottraendolo alla continua mediazione (sempre anticamera di inefficienza) con le corpo­razioni interne di ogni ti­po. A questo stesso ordi­ne di buoni propositi ap­partengono anche le di­sposizioni volte a limitare la proliferazione inconsul­ta di facoltà, sedi e corsi di laurea.

Secondo nodo, il reclu­tamento dei docenti. Per quelli più anziani viene posto fine allo scandalo dei concorsi su base loca­le compiacentemente
ad personam , e viene istitui­ta per ogni raggruppa­mento di materia una li­sta di idoneità a numero limitato, decisa su base nazionale, da cui le singo­le facoltà dovranno attin­gere per le chiamate dei docenti. Per i ricercatori all'inizio della carriera, in­vece, si abbandona il si­stema attuale di una im­mediata e definitiva im­missione nei ruoli stabi­lendosi opportunamente un periodo di sei anni di «prova», solo se si supera il quale, in seguito a un giudizio anche questo na­zionale, si entra poi in ruolo come docenti a pie­no titolo.

Il terzo nodo che il dise­gno di legge Gelmini af­fronta è quello dello statu­to dei professori ordinari. Qui la principale novità consiste in primo luogo nella possibilità di sotto­porre a una verifica la lo­ro produzione scientifi­co- culturale nonché l'adempimento effettivo dei loro obblighi didatti­ci; in secondo luogo l'in­troduzione, finalmente, di una retribuzione alme­no in parte modulabile a seconda del merito. D'ora in poi un premio Nobel e un docente assenteista e fannullone cesseranno di ricevere il medesimo sti­pendio.

Tutto perfetto dunque? Per carità. Ma perfettibi­le, ed è questo ciò che conta. Dal momento che, con una scelta di cui non può sfuggire il valore poli­tico, il ministro e il gover­no hanno scelto saggia­mente la via del confron­to parlamentare, ed è dunque nel corso di que­sto confronto che sarà possibile introdurre gli eventuali, necessari, ag­giustamenti. Per esem­pio, a giudizio di chi scri­ve, calibrare meglio il po­tere forse eccessivo dato ai rettori, valutare meglio l'opportunità della pre­senza di interessi ex­tra- universitari all'inter­no del consiglio di ammi­nistrazione, precisare il meccanismo delle idonei­tà. Ma ripeto, di ciò ci sa­rà modo di discutere in Parlamento con il contri­buto di tutti.

Così come ci sarà modo, una volta avviate le cose sul binario giusto, anche di chiedere con forza che si spenda per l'università quel che si spende nel resto d'Europa. L'importante ora è che questa volontà di discutere ci sia e si manifesti con chiarezza. Di discutere: evitando perciò di sfruttare tenaci faziosità e inevitabili malcontenti con proclami demagogici e mobilitazioni di piazza, evitando di pretendere un impossibile meglio impedendo il possibile bene. E dall'altra parte, beninteso, accantonando inutili rigidità. Come si sa, è stata proprio questa, invece, la via micidiale percorsa negli ultimi trent'anni, che si è rivelata ideale per consegnare l'università agli interessi corporativi, all'inefficienza, alla paralisi attuale. Bisogna convincersi che istruzione e ricerca sono due dei settori strategici che decidono del futuro dell'Italia. Che decidono, oggi, se tra vent'anni saremo ancora in grado di stare con onore nella competizione mondiale oppure se continueremo nel declino presente. Su questioni del genere un Paese serio discute fino in fondo, sì, ma non si divide per pure ragioni di schieramento politico.

Da: corriere.it

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