 ... Pare che nel centrodestra sia iniziato un positivo assedio al ministro Giulio Tremonti, affinché inizi a tagliare le imposte, elimini gli aiuti alle imprese e cominci sfoltire la jungla delle partecipazioni di Stato.
È sicuramente una buona cosa, dato che solo se si riduce il peso dello Stato (a partire dalla pressione fiscale) è possibile restituire ai cittadini più libertà, e con essa anche più voglia di fare, intraprendere, costruire. Si tratta di abbandonare un modello colbertista basato sulla centralità del Re e dei suoi consiglieri per passare ad uno schema di società aperta, in cui siano individui e imprese a guidare la danza. Bisogna però fare attenzione. Nella montante reazione anti-tremontiana c’è un po’ di tutto: compresi chi è scontento perché avrebbe voluto un governo più attivo nella politica economica. In linea di massima, noi di Chicago-blog non siamo dominati da simpatie o antipatie personali (e se le abbiamo non le mettiamo in piazza), ma siamo orientati nei nostri giudizi da un netto pregiudizio a favore della libertà. Tutto qui. Per questo motivo, quando il ministro plenipotenziario si è messo bene, non abbiamo mai mancato di rendergli merito: e ogni volta che ha evitato di emulare Barack Obama o Gordon Brown sulla strada della spesa facile gli abbiamo reso merito. Per questo è importante che la reazione anti-Tremonti, che ha visto protagonisti anche i due maggiori quotidiani del centrodestra (Nicola Porro su il Giornale e Maurizio Belpietro su Libero), si sviluppi nella giusta direzione: puntando a ridurre tasse E SPESA PUBBLICA, e non soltanto il peso delle imposte. C’è insomma l’esigenza che il centrodestra individui una propria strategia, sappia anche farsi dei nemici (se è necessario), e si muova coerentemente per ridurre lo Stato e allargare il mercato. Anche perché è chiaro che molti ministri stanno ordendo un complotto, o qualcosa di simile, al solo scopo di veder aumentare il loro personale bottino e i fondi a disposizione del proprio dicastero. Se questo avesse luogo, dal male si passerebbe al peggio. Qui non è in gioco il futuro personale di un ministro, ma il destino di una società che da molti anni è sulla strada del declino.
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