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Lo smemorato di Montenero Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Perricone   
giovedì 15 ottobre 2009
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E’ facile: dal titolo originale basta sostituire “Collegno” con “Montenero di Bisaccia” ed ecco spiegato il titolo di questo contributo.
Manco a dirlo, lo smemorato è proprio lui: l’onorevole Antonio Di Pietro che, prima, ad Annozero, sostiene categoricamente di non avere mai incontrato Vito Ciancimino; poi – incalzato dai fatti da qualcuno evidenziati e, soprattutto, da un interrogatorio che l’ex pm fece personalmente all’ex sindaco palermitano nel ’93 - ci ripensa, rammenta e dichiara alla Stampa: «Non ricordo assolutamente la circostanza, ma può essere accaduto. A quel tempo interrogavo decine di persone, ero impegnato nell’inchiesta Enimont».
Misteri buffi, anche perché “Noi dell’Italia dei Valori”, quando era un togato, urlava e tuonava contro quegli imputati che osavano rispondergli “non ricordo” (cosa che del resto può accadere dopo più di 15 anni dallo svolgersi dei fatti). Però è comunque strano che una mente (ed un archivio) come quella dipietresca non riscontri traccia di quell’interrogatorio pur assai importante.
E’ lecito chiedersi se non abbia colto nel segno Gian Marco Chiocci del Giornale quando scrive che, nell’anno in cui interrogò Ciancimino, «lo stesso Di Pietro personalmente interrogò l’ingegnere Romano Tronci, amministratore dell’impresa De Bartolomeis, considerata “organica” al Pci-Pds. E in questa veste cooptata nel giro degli appalti da Vito Ciancimino che non voleva preclusioni politiche (al pari di Provenzano, al contrario di Riina) nei vari business gestiti da Cosa nostra». Questa coincidenza potrebbe giustificare i “vuoti di memoria” del leader dell’IdV? Chi può dirlo…
Ancora Di Pietro, nel corso della trasmissione santoriana, ci racconta di essere stato nel mirino della mafia insieme al giudice Borsellino: «a me mi hanno avvertito in tempo, a Borsellino non lo hanno avvertito in tempo oppure essendo stato avvertito in tempo, non sono andati a vedere cosa c'era sotto la casa della madre". Secondo il Secolo XIX, invece, Borsellino fu informato dell’allarme lanciato dal Ros su un possibile doppio attentato: contro Di Pietro a Milano, contro di lui a Palermo. La conclusione della storia riportata dal quotidiano genovese è però diversa rispetto a quella ascoltata a casa-Santoro. Secondo il Secolo, Di Pietro prese borse e borsoni e se ne scappò a gambe levate in direzione America Latina; Borsellino invece scelse di rimanere “in frontiera” e, purtroppo, la scelta gli costò assai caro.
Dimenticavo. Proprio l’altro ieri l’onorevole rende nota (tramite agenzia Ansa) un’altra versione. Testualmente: «E' vero che mi venne dato un passaporto di copertura e che venni mandato all'estero, ma nell'agosto 1992, dopo la morte di Paolo Borsellino». Chi ci capisce è bravo.

Da: www.giustiziagiusta.info
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