 ... Negli States, dopo lo smacco sulla riforma sanitaria e quello sulle Olimpiadi, su Obama continua a piovere. Ora i maggiori media sono pieni di analisi come questa e questa. Dopo la dichiarazione congiunta di Brasile, Russia, India e Cina sulla preoccupazione di un dollaro dagli andamenti di cambio troppo unilateralmente indotti alla svalutazione e la loro conseguente richiesta di un sistema monetario internazionale più bilanciato in ragione dei rispettivi pesi nell’economia mondiale, in America si parla esplicitamente di dollaro sotto attacco da una parte, e dall’altra ci si interroga però sugli effetti reali di un dollaro inevitabilmente portato a indebolirsi ulteriormente.
Che il dollaro scenda per effetto dell’imponente messa in circolo di quantità di nuova moneta a fini anticrisi, è un fatto, come si vede dal grafico che registra la discesa da 0,80 euro per un biglietto verde ad aprile scorso, a 0,69 oggi. L’interlocutore essenziale nel breve è la Cina, che detiene oltre 2 trilioni di dollari di riserve in dollari e almeno 800 miliardi di dollari di titoli del debito pubblico americano. La svalutazione di tali asset non può piacere ai cinesi, e gli americani continuano ad aver bisogno più che mai oggi del loro sostegno. Il che potrebbe tradursi – in sede di G2 che è oggi il vero più potente forum d’indirizzo della politica economica mondiale, altro che il G20 promesso tra le fanfare a Pittsburg – in un doppio reciproco compromesso: i cinesi ancora per un po’ protestano solo di facciata, di fronte alla svalutazione del dollaro se essa non è troppo veloce, ma in cambio gli americani la piantano una volta per tutte di rompere le scatole a Pechino chiedendo la rivalutazione dello yuan. Nel lungo periodo, però, è un equilibrio troppo instabile. Anche perché il dollaro debole significa, per gli americani, minor potere di acquisto e quindi più debole domanda interna, ulteriore compressione all’indebitamento oltre a quella già necessaria per riequilibrare l’eccesso di debito privato precedente, e più alte tasse per riequilibrare il deficit pubblico domani. Non è questione che si risolva solo con l’emissione di nuovi Diritti Speciali di Prelievo in sede FMI, come annunciato a Pittsburgh. Dal 65-67% delle riserve mondiali in dollari attuali, potremmo davvero aver imboccato la strada capace di portarci al 50% e magari ancora meno, nell’arco di un decennio. Seguendo l’esempio del lento declino della sterlina come riserva mondiale, tra fine Ottocento e seconda guerra mondiale. L’euro, ad onta di tutte le sue velleità del recente passato, attualmente non ha chance reali. BCE e persino i politici meno euroretorici ne sono consapevoli, visto che nessuno in giro ha potuto gloriarsi dell’annunciata decisione dell’Iran, di sbarazzarsi definitivamente delle riserve in dollari per tramutarli in euro. È la nostra debole e purtroppo strutturale prospettiva di crescita, a impedirci di giocare un ruolo da protagonista rispetto alle due potenze del G2. Da:http://www.chicago-blog.it/ 0 commenti Accedi per commentare l'articolo
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