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La Bussola in Convento. Foglietto quattordicesimo e ultimo Stampa E-mail
Scritto da Alfonso Indelicato   
mercoledì 16 settembre 2009
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Roma, San Paolo fuori le Mura, chiostro
Ecco perché oggi sul mio capezzale c’è questo quadretto che, lo confesso, non mi dà gioia quando la guardo: era un’immagine tradizionale di Gesù benedicente, con una bianca veste e fasci di luce colorata che promanano dal suo sacro petto. Ai suoi piedi si legge ancora la scritta “Gesù confido in te”. Intorno al capo, più che una vera e propria aureola si vede una lieve luminosità, ma in luogo del volto (ch’era, lo ricordo, dolcissimo) c’è una macchia biancastra di forma ovale, opaca, senza vita. Me lo tengo così, che devo fare? Frate Ronald mi ha tolto pure l’immagine di San Francesco, anche se a rigore potevo tenermela. Dice che dal Concilio bisogna trarre tutte le conseguenze, anche quelle che i Padri, per prudenza, non ritennero di guadagnare subito, ma lasciarono all’intelligenza dei fedeli negli anni a venire.

 

Come dicevo all’inizio della mia lunga narrazione, tutti questi cambiamenti che si sono abbattuti sulla santa Chiesa dal 2018 ad oggi che siamo nell’anno dell’Unotrino 2024, mi hanno lasciato sbalordito e incerto. In questi foglietti non li ho riferiti tutti, ma solo quelli che mi hanno più colpito. Tutto il mio mondo è franato come le case del paese col terremoto di cinque anni fa, che sono state poi ricostruite sul fondovalle più moderne e confortevoli, disposte su tante file parallele intorno ad una piazza perfettamente quadrata coi pilastrini e i panettoni di cemento, tutte eguali con i loro tetti coperti di pannelli solari che brillano al sole. I paesani dicono che ora le case sono asciutte, che in macchina ci si muove meglio assai di quando le strade erano strette e tortuose, che fognature, gas ed elettricità finalmente funzionano come si deve. Ma io ogni tanto vedo qualcuno di loro che si reca là sul poggio, dove giace il paese diroccato, lentamente come in processione. Salgono per il sentiero, girano un poco per le stradette dal selciato sconnesso e pieno di erbacce, si fermano ad osservare mesti e silenziosi quelle che un tempo erano le loro case.

 

Io, qui nel monastero, cerco di vivere come facevo prima, ma ogni gesto che faccio e ogni parola che pronuncio mi sembra avere un significato diverso. Chiedo perdono se faccio sempre degli esempi che hanno l’origine dal mio lavoro di cuoco, ma la mia vita è un po’ come la pasta e fagioli che cucino ora, senza la cotenna: ha meno sapore di prima.

Domattina andrò a riporre quest’ultimo foglietto nel capanno degli attrezzi vicino all’orto.

I pomodori crescono a vista d’occhio e devo controllare che siano legati bene ai loro sostegni, altrimenti si chinano fino a terra e marciscono.

Fino a qualche anno fa per legarli usavo delle cordicelle, ma poi frate Ronald mi ha regalato tutti i rosari requisiti qui nel monastero subito dopo il Concilio. – Usa questi – mi ha detto – ché tanto non si sa più che farne. – Mi ha anche raccomandato di staccare tutti i crocefissi, perché se qualche fratello mussulmano che dimora presso di noi volesse fare un giro nell’orto ci rimarrebbe assai male.

Mi fanno una strana impressione le piante di pomodoro legate dai fili del rosario ma, come devo aver già scritto, ci si abitua a tutto.

Però al mio lettore che forse un giorno mi leggerà voglio fare un’ultima confessione.

Uno dei crocifissi non l’ho staccato. Il rosario intatto l’ho nascosto qui nel capanno (Dio mi perdoni) fra i secchi del fertilizzante.

Ogni tanto entro in questo casotto fingendo di mettere ordine. Me ne sto qui per un po’ con la mia coroncina in mano, e recito l’Ave.   

 

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