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La Bussola in Convento. Foglietto primo Stampa E-mail
Scritto da Alfonso Indelicato   
domenica 23 agosto 2009

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Abbazia di Valvisciolo, il chiostro
Siamo fortunosamente venuto in possesso di questo foglietto, vergato da un fra' Mansueto la cui autenticità è pari all'ingenuità. Pubblicheremo questa sua sorta di diario a mano a mano che i suoi appunti ci perverranno.

Mi chiamo nel chiostro Mansueto e sono frate francescano. Qui nel convento dove vivo, prego e lavoro non è che quello che accade di fuori non si sappia. Possiamo guardare la televisione un’ora al giorno. E così dal telegiornale ci arrivano tutte le notizie del vasto mondo, e tutti i grandi cambiamenti che sono avvenuti in Italia noi li sapremmo anche se non avessero cambiato la nostra vita qui dentro, come per miracolo fermatisi davanti al portone d’ingresso.

Ma poi c’è frate Ronald (ha scelto lui questo nome, quando ha lasciato il secolo) che sta al computer e che ci spiega tutte le cose che impara attraverso internet. E infine ci sono gli abitanti del paese qui sotto nel fondovalle, che vedo e con cui parlo una volta al giorno quando faccio la spesa. Insomma le cose le abbiamo viste, le abbiamo sapute e poi le abbiamo sperimentate pure qui dentro.

Ecco, il fatto è che queste cose a me non sono piaciute quando nascevano, e non mi piacciono tanto neppure adesso.

Sono confuso. Vedo intorno a me tanto entusiasmo, tanto movimento. Ma non mi faccio capace, non so. Ho anche un poco di paura a parlare dei miei dubbi. E a chi, poi, ne dovrei parlare? All’Abate? Ma se è lui che ha portato qui dentro tutte le novità, insieme a frate Ronald e al frate guardiano! A frate Leandro, che dorme nella cella vicina alla mia? E’ un buon diavolo di frate, questo, ma ha paura anche dell’ombra sua. Scriverle al Ministro Generale dell’Ordine? Credo che sarebbe peggio che parlarne all’Abate. I due si vedono e si sentono, sono buoni amici.

Dunque ho deciso di annotare le cose come sono andate qui su questi foglietti, ogni giorno prima delle orazioni serali. Scrivo, e intanto è come se ragionassi con me stesso. Alla luce di questa lampada sul comodino le cose mi si fanno un po’più chiare, non nel senso che le capisco meglio, ma capisco meglio i motivi per cui non mi piacciono, che è già qualche cosa.

I foglietti li nascondo, perché non voglio che li leggano, per ora. Non nella cella, perché in una cella di monastero non puoi nasconderci nulla. Li scrivo, e il giorno dopo li vado a riporre in un sacchettino di plastica nel capanno degli attrezzi vicino all’orto, accanto agli altri sacchetti dove tengo le semenze. Chissà se un giorno li leggerà qualcuno, chissà se serviranno a qualcosa. Chissà.

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