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La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore Stampa E-mail
Scritto da D. Massimo Lapponi O.S.B.   
lunedì 13 luglio 2009
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Serata con Schubert
Mi sembra che, senza mancare al rispetto dovuto alla religione cristiana, ci si possa permettere di farla entrare nella poesia e nelle arti belle, in tutto ciò che eleva l’anima e abbellisce la vita. Escluderla da ciò è come imitare quei bambini che credono di non poter fare nulla che non sia grave e triste nella casa del loro padre. Vi è religione in tutto ciò che causa in noi un’emozione disinteressata; la poesia, l’amore, la natura e la Divinità si riuniscono nel nostro cuore, per quanti sforzi si facciano per separarli; e se si proibisce al genio di far risuonare insieme tutte queste corde, l’armonia completa dell’anima non si farà mai sentire.

            Madame de Staël

Tra pochi giorni sarà nelle librerie un piccolo libro - di cui spero di dare qualche informazione a suo tempo - in gran parte ispirato a testi dimenticati di Friedrich Wilhelm Förster . In uno di essi si legge:
“E’ una questione di vita o di morte per la nostra società, ch’essa sia per avere la forza di subordinare nuovamente la sua civilizzazione tecnica a quel che si chiama civiltà dell’anima - o che invece ogni suo sapere e potere sia irrimediabilmente destinato a servire solo al raffinamento materiale, e per conseguenza alla morale degenerazione.”
Cosa voglia dire “civiltà dell’anima” è forse più facile intuirlo che spiegarlo a parole. Vi sono particolari esperienze che a volte risvegliano in noi il sentimento di una civiltà dell’anima, o anche la nostalgia di essa in un mondo che certamente nei cent’anni che ci dividono dal testo sopra citato se ne è sempre più allontanato.
Eppure da che mondo è mondo è sempre esistita una civiltà dell’anima o un’aspirazione ad essa. Vorrei ora provare ad illustrare come, nel corso dei secoli, essa abbia subito, ad un certo punto, un cambiamento essenziale, la cui influenza si è diffusa ovunque, e che ancora perdura.
Ci sono nel Vangelo di Matteo alcune parole il cui senso sembra sfuggire ad una comprensione esaustiva, tanto è vasta e misteriosa la loro risonanza. Vi si parla del “Padre vostro che è nei cieli, il quale fa sorgere il suo sole sui cattivi come sui buoni e fa piovere sui giusti come sugli empi” (Mt 5, 45).
Queste parole richiamano l’episodio di Noè, nel libro della Genesi, quando, dopo il diluvio, Dio dice:
“Io non tornerò più a maledire il suolo per cagione dell’uomo, perché i progetti del cuore umano sono malvagi fin dall’adolescenza: e non tornerò più a colpire ogni essere vivente come ho fatto. Finché la terra durerà, semina e raccolto, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte non cesseranno mai” (Gn 8, 21-22).
Ma esse ricordano anche le parole di S. Paolo agli idolatri della Licaonia sul “Dio vivente, che ha fatto il cielo e la terra, il mare e tutto ciò che in essi si trova. Egli nelle generazioni passate ha tollerato che tutte le genti andassero per le loro strade. Ma non ha lasciato se stesso privo di testimonianza, operando benefici, dandovi dal cielo le piogge e le stagioni fruttifere, saziandovi di cibo e riempiendo di letizia i vostri cuori” (At 14, 15-17).
Ma lo stesso Vangelo di Matteo ammonisce che “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4).
Se dunque Dio non ha fatto mancare il nutrimento dell’uomo, vuol dire che non ha fatto mancare non solo il pane materiale, ma neanche la sua parola. Possiamo chiederci: questa parola cos’è? E’ riduttivo identificarla semplicemente con la Sacra Scrittura: la parola di Dio è Dio che parla al nostro cuore. E come parla? Di nuovo: è più facile intuirlo che spiegarlo. Certamente tutti i benefici di Dio sono sue parole: sole e pioggia, estate e inverno, gioia e dolore, amore e morte… Dolore e morte sono benefici? Forse sì, per chi sa vedere con gli occhi dell’anima.
Proprio all’anima “naturaliter christiana” si rivolgeva Paolo nel suo discorso agli ateniesi, quando affermava di aver visto nella città, simbolo della più alta cultura antica, un altare dedicato “al Dio ignoto.” Egli veniva per far conoscere questo Dio sconosciuto, “il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che in esso si trova”, che “è signore del cielo e della terra” e “dà a tutti vita, respiro e ogni cosa.” Egli ha fissato per gli uomini i tempi e i luoghi “perché cercassero Dio e come a tastoni si sforzassero di trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo e siamo.” E cita il poeta stoico Arato, che afferma: “e di lui stirpe noi siamo” (At 17, 23-28).
Gi esegeti osservano giustamente che il Dio stoico di Arato è un Dio panteista e impersonale: un concetto assai imperfetto della divinità, ancora lontano dal Dio biblico. E certamente il Dio impersonale dello stoicismo e di tanta storia religiosa dell’umanità non poteva soddisfare il cuore dell’uomo, che da sempre aspira ad un rapporto personale, con i suoi simili certamente, ma tanto più con il Dio “di cui stirpe noi siamo.”
Ora la rivelazione biblica, di cui S. Paolo si faceva banditore agli ateniesi, paradossalmente, proprio perché separava Dio dal mondo e poneva tra i due l’abisso che intercorre tra l’infinito e il finito, rendeva Dio personale e perciò più vicino al cuore dell’uomo.
Qualche cosa di simile avviene nell’attuale crisi dei rapporti tra l’uomo e la donna. Notano gli psicologi che gli uomini di oggi sono smarriti, perché manca loro la donna. Infatti, avendo ridotto il rapporto con la donna ad un facile e mutevole commercio carnale, l’uomo ha perso con lei il rapporto spirituale, cioè il rapporto veramente personale. Ora, se è vero che “non è bene che l’uomo sia solo” (Gn 2, 18), questa situazione non può non essere tragica e non può non causare una profonda insoddisfazione: insoddisfazione analoga a quella che deriva dal Dio panteistico e impersonale delle religioni e delle filosofie extrabibliche. Perciò la rivelazione biblica era destinata a fare breccia nei cuori - e lo è ancora. Come dice Vinicio, il protagonista del “Quo vadis”, “si può rinunciare all’amore?” E nella rivelazione biblica si fa strada sempre più il rapporto personale di amore tra Dio e il suo popolo, tra Dio e l’anima. Quale espressione più sublime, come adombramento di esso, delle parole di Osea: “la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”? Parole realizzate pienamente dall’insondabile mistero di Cristo.
Dopo che questo mistero si è rivelato al mondo, Dio parla al cuore dell’uomo in modo nuovo - e ciò ben oltre i confini visibili della Chiesa o del mondo culturale cristiano. Eppure in fondo egli usa sempre lo stesso linguaggio: il linguaggio dei suoi doni. Ora però questi doni rivelano il loro vero significato. Per questo, secondo la testimonianza dei missionari, i pagani che si convertono affermano che sembra loro di aver sempre conosciuto Cristo.
A suo modo il poeta Arato era un “anghelos”, un messaggero di Dio. Ma il poeta o l’artista moderno lo è in modo nuovo rispetto all’antico: ormai il cuore dell’uomo, anche se non lo vuole, sente, di là dalla voce dell’angelo, la voce dello Sposo divino. Così si espresse anche l’anima appassionata di Friedrich Nietzsche: “Tutti i miei ruscelli di lacrime scorrono a te, e la fiamma del cuore arde pure per te; o ritorna, Dio mio ignoto, mio dolore, mia ultima felicità!”  
Recentemente ho avuto occasione di riascoltare alcuni brani per pianoforte di espressività più unica che rara, in particolare la poco nota Barcarola di Ciaicovsky, in sol minore, “Giugno”, e il più celebre “Momento musicale” di Schubert. Più che in passato mi è accaduto di pensare che veramente in questi brani sembra che il musicista parli al cuore. Ma chi è che parla? L’artista? Non è piuttosto l’artista come l’Arcangelo Gabriele, che porta l’annuncio a Maria? In fondo è Dio che parla, e cosa dice, se non le parole eterne già dette ad Abramo: “Esci alla tua terra,” dalla terra della tua arida mediocrità, “e va’ dove ti mostrerò” (cf. Gn 12, 1), verso la terra dove scorre latte e miele?
Nella nostra parrocchia c’è una figliola - Ilaria - che qualche anno fa ho preparato alla cresima e che di recente è stata vittima di un incidente stradale che ha fatto temere per la sua vita e poi per la sua integrità. Dopo molti mesi di riabilitazione, infine è tornata alla vita normale - “un miracolo!” esclamano, “senza retorica”, i suoi cari genitori. Ho avuto occasione di farle ascoltare la registrazione di Ciaicovsky e di Schubert e ho visto con commozione i suoi occhioni di diciottenne spalancarsi per l’ammirazione. Le sue esclamazioni di ingenuo entusiasmo mi hanno accompagnato a lungo, insieme al risuonare delle sublimi armonie dei due grandi maestri. E allora è successa una cosa imprevista: messomi all’organo per accompagnare i canti dell’ufficio e della messa, ho sentito le armonie di altri tempi rifluire nello strumento e spontaneamente ne è nata una nuova melodia, che poco dopo ho perfezionato sul pianoforte.
Il nuovo commosso entusiasmo della fanciulla Ilaria, le approvazioni di veri professionisti mi fanno pensare che forse lo spirito dell’Arcangelo Gabriele aleggiava in quel momento per la basilica. Non pretendo di misurarmi con Ciaicovsky o con Schubert, ma chissà che la nuova melodia non parli al cuore di qualcuno e non lo inviti ancora ad uscire dalla sua terra e ad andare dove lo Spirito di Dio vuole condurlo?

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