Accesso utente

[ Chiudi ]

Indovina chi giudica la cena Stampa E-mail
Scritto da Davide Giacalone   
venerdì 03 luglio 2009
Image
Gaetano Dragotto
Un mondo alla frutta è facile s’impicchi ad una cena. Il desco altolocato ha suscitato polemiche accese e meravigliate, sebbene di stupefacente vi sia, prima di tutto, l’assoluta assenza di riservatezza. Il potere snudato può esser gaglioffo, ma più che la trasparenza va prendendo piede lo spionaggio. A condannare, poi, è chi dovrebbe tacere. Intanto s’apprende che il Consiglio Superiore della Magistratura, incline al perdono dei magistrati pedofili ed alla solidale comprensione verso gli analfabeti, ha trovato un sussulto di rigore, rivolgendolo alla toga che utilizzò internet per far vedere quanto i colleghi fossero incapaci e balordi.
Il tema vero, pertanto, è quello della giustizia italiana, la cui credibilità pareggia l’efficienza. Al discredito concorre la Corte Costituzionale, e ricordo che noi, qui, con precisione e dettagli, ne raccontammo la triste decadenza, denunciandone apertamente i costumi, tendenti al debosciato. Ma, allora, le odierne fiere ruggenti erano micioni sonnacchiosi, intenti a far le fusa sul grembo dei sentenzianti. Castrati erano, e tali rimangono.
I magistrati dovrebbero starsene lontani dalla vita politica, ivi comprese le frequentazioni sociali. I giudici costituzionali, per giunta, sono gli unici non di carriera, meglio piazzati per dare il buon esempio, ove mai il carrierismo non l’avessero nel sangue. Certo, può capitare che si sia stati compagni di banco o commilitoni, che ci s’incontri periodicamente. Ma c’è modo e modo. La cosa pazzescamente ridicola è che a pretendere di denunciare il cadere in tentazione sia gente che incassava soldi e favori da quelli che sarebbero stati i loro indagati, e che poi, per riscuotere il premio del populismo togato, si buttano in politica. E’ immorale che si passi dalla procura alla candidatura, propiziata dall’esibizionismo giudiziario. Si tratta di un malcostume talmente diffuso che non se ne vede più il contrasto con l’indipendenza.
E che dire della magistratura che continua a pretendere i propri uomini in ministeri, enti, società e centri di spesa? Questa è commistione bella e buona, anzi, brutta e cattiva. Ci sono magistrati contabili che giudicano le spese disposte dai colleghi. Consiglieri di Stato che amministrano la cosa pubblica e danno pareri su come sarebbe meglio farlo. Poi capita che capi di gabinetto (la vera ossatura del potere ministeriale) di lungo corso, passati per molti ministeri e molti ministri, finiscano a giudicar le leggi. Che volete chiedergli, di rinnegare se stessi? E chi glielo chiede, dei presidenti che stanno lì solo sei mesi, violando la Costituzione che dovrebbero difendere? Chi lo reclama, quelli che alla Corte volevano mandare il proprio capo della corrente giudiziaria, quello che aveva isolato e neutralizzato Falcone? Se raccontassimo la storia delle contaminazioni, in Italia vorrebbero restare solo i clandestini.
Siamo arrivati al punto, oramai più ridicolo che drammatico, di avere un magistrato che tiene un blog per segnalare gli sfondoni dei colleghi (da quello che legge la verità negli occhi dei testimoni a quello che obbliga al mantenimento dei morti). Ha un nome, Gaetano Dragotto, ma quando fu accusato per quella sua attività si difese sostenendo che la svolgeva in modo anonimo e senza fare i nomi dei colleghi. Come se la viltà e l’omertà fossero attenuanti, laddove, al contrario, si sarebbe dovuto accusarlo di non averlo fatto con esposti da lui firmati, ed indicando il nome dei mentecatti. Insomma, al Csm restano convinti sia bene il cane non morda il cane, sicché, dopo avere assolto ogni devianza e promosso ogni ignoranza, hanno stabilito che no, Dragotto la deve pagare. Quello fa marameo e se ne va in pensione. Altra bocca da sfamare, a cura di quelli cui tocca lavorare.
Ho una visione quasi sacrale della magistratura, credendo nella giustizia più di quelli che vestono la toga. Hanno soldi e carriera assicurati, per essere indipendenti e separati. Ma non s’accontentano e s’arrampicano. Basta con l’ipocrisia: o li si considera, anche nel più alto consesso, portatori d’interessi, nominandoli od eleggendoli in modo coerente, oppure taccia l’appiccicosa e disonesta doppiezza di chi si scandalizza a corrente alternata.

Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it

Pubblicato da Libero
20 commenti
Accedi per commentare l'articolo
Dello stesso autore
02 settembre 2010:  Parole maligne
01 settembre 2010:  Cavalli berberi e asini italici
30 agosto 2010:  Treno presidenziale
27 agosto 2010:  Campane
26 agosto 2010:  Sentenze e ingerenze
26 agosto 2010:  Troppi ricatti
25 agosto 2010:  Vuoto a perdere
24 agosto 2010:  Coscienze fiscali
24 agosto 2010:  Crisi e accordicchi
22 agosto 2010:  Travagli ipocriti
22 agosto 2010:  I razzisti dell'accoglienza
20 agosto 2010:  Al vertice
19 agosto 2010:  Jurassic Politik
18 agosto 2010:  Kossiga
17 agosto 2010:  Impeachment
16 agosto 2010:  Fulminati
14 agosto 2010:  L'inutile ovvio
13 agosto 2010:  Distrazioni colpevoli
12 agosto 2010:  L'interesse alle urne
11 agosto 2010:  Scatenare l'innovazione
10 agosto 2010:  Anomalia a sinistra
09 agosto 2010:  Case partito
08 agosto 2010:  Gioco al massacro
07 agosto 2010:  Cattedre canute
06 agosto 2010:  Capolinea
04 agosto 2010:  Il morbo
03 agosto 2010:  Segnale o equivoco?
03 agosto 2010:  Sfiducia asimmetrica
02 agosto 2010:  Vacanze
01 agosto 2010:  Verso l'uscita
01 agosto 2010:  I marginali
31 luglio 2010:  Agguati e faide
30 luglio 2010:  All'uscio
29 luglio 2010:  Non solo Fiat
28 luglio 2010:  16 anni dopo
27 luglio 2010:  I pupi
27 luglio 2010:  Da soli?
25 luglio 2010:  Brutto avviso
25 luglio 2010:  Stuprando il diritto
24 luglio 2010:  Sventagliata sul fuoco
23 luglio 2010:  Il rischio d'incartarsi
22 luglio 2010:  Verità da schianto
22 luglio 2010:  Lo sgorbio
21 luglio 2010:  Ripartire dall'energia
18 luglio 2010:  Riformare per crescere
 
< Prec.   Pros. >

m-Media

Freedom Flottilla
Freedom Flottilla
Hayabusa
Hayabusa
We Con the World
We Con the World
D'Alema a Ballarò
D'Alema a Ballarò