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La politica cancellata Stampa E-mail
Scritto da Ernesto Galli Della Loggia   
mercoledì 24 giugno 2009
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Le accuse che si ro­vesciano in que­sti giorni sul pre­sidente del Consi­glio, le si condivida più o meno, sono la riprova de­finitiva del grado estremo di personalizzazione che la politica ha raggiunto oggi in Italia: una riprova che, alquanto paradossal­mente, stanno offrendo proprio coloro che fino a ieri additavano la suddet­ta personalizzazione co­me sbagliatissima e asso­lutamente da evitare.

Non tenevano conto però che la personalizzazione è un fenomeno inerente alla leadership: tanto più que­sta è autorevole e forte tanto più s’identifica inevi­tabilmente con la persona di chi l’esercita. Né teneva­no conto del fatto che i re­gimi democratici, proprio per il pluralismo che ca­ratterizza le loro società, hanno quanto mai biso­gno di una leadership for­te e unificatrice.

Ma è anche vero che le accuse che ogni giorno riempiono i nostri quoti­diani, con grande atten­zione alla vita privata di Berlusconi, testimoniano di un livello di personaliz­zazione che dire estremo è poco. A questo proposi­to è stato osservato giusta­mente che anche in altri Paesi europei o negli Usa i vertici del potere (Kenne­dy e Mitterrand, per fare solo due esempi) sono sta­ti coinvolti ripetutamente in storie scabrose di sesso dense di particolari pic­canti, ma in nessun caso però i rispettivi media se ne sono occupati più di tanto, anzi quasi sempre non se ne sono occupati per nulla. Sui gusti e le fre­quentazioni sessuali delle
leadership la regola è sta­ta dappertutto una sostan­ziale cortina di silenzio.

Il fatto che in Italia non sia così, anzi sia l’oppo­sto, potrebbe naturalmen­te voler dire che l’informa­zione italiana è assai più li­bera di quella straniera,
ovvero, forse, può voler di­re che in Italia la persona­lizzazione di cui si diceva ha raggiunto livelli real­mente patologici.

È questa l’ipotesi più plausibile. Ma bisogna al­lora domandarsi perché. A me sembra che ciò di­penda dal fatto che in po­chi altri Paesi occidentali c’è stato come in Italia una così massiccia cancel­lazione della politica nel senso che normalmente si dà a questa parola. Idee, programmi, proce­dure di selezione, organi collettivi di dibattito e di direzione, tutto, a destra come al centro e a sini­stra, è stato vanificato o ha provveduto spontanea­mente e letteralmente a evaporare. Esauritesi le culture e i partiti politici che risalivano al Cln e alle vicende «alte» della sto­ria nazionale (ciò che in Europa non è accaduto da alcun’altra parte), è suben­trato un generale nulla. Sono rimaste solo le per­sone, sole le nude perso­ne (è il caso di dirlo!). Da questo punto di vista Ber­lusconi, lungi dall’essere la malattia, è solo il sinto­mo: esasperato se si vuole ma solo il sintomo.

Nessuna meraviglia al­lora se la vita pubblica ita­liana offre da tempo lo spettacolo che offre: dove prima delle «squillo» di casa a Palazzo Grazioli ci sono state le «esternazio­ni » politiche della moglie del premier golosamente raccolte, il costo delle scarpe di D'Alema, i flirt veri o supposti e la pater­nità più o meno rocambo­lesca di Fini, il cachemire
glamour di Bertinotti, la carica di capo della Lega trasformata in persona­le- ereditaria per il giova­ne Bossi senza che dai suoi si sia levata una criti­ca: il tutto in un affollarsi di giornali e di trasmissio­ni tv che in pratica si occu­pano solo di cose del ge­nere.

Ormai in Italia, anche a prescindere dalle ultime settimane, la politica è ridotta a que­sto. Mentre sullo sfondo si agita il vortice delle intese sotterranee, degli interessi eco­nomici che si combinano e si ricombinano per tutelarsi e spadroneggiare, dei clan che si formano, mentre si vede una stampa nel complesso sempre più esangue, si ascolta­no mille «voci» che dilagano. Anche in quelli che ancora chiamiamo partiti ognu­no gioca per sé, al massimo in combutta con qualche sodale. Tutto ciò è il prodotto della fine della politica: della quale è un frutto quella personalizzazione di cui la fo­to di Berlusconi tra le lenzuola, quando mai comparisse, non sarebbe che un riassunto simbolico.

C’è comunque in questa deriva italiana come un ritorno all’antico. Si dilegua la poli­tica, infatti, e sembra di veder riaffiorare un’Italia che credevamo alle nostre spalle: un Paese in mano a pochi, a oligarchie inte­ressate esclusivamente al proprio potere; un Paese marginale, tagliato fuori dal mon­do e che ha ormai perso il senso di un desti­no comune, senza ambizioni e progetti per il futuro; un Paese che non si stima e che non sembra più capace di chiedere nulla a se stesso. Un Paese che nel vuoto della poli­tica lascia vedere qualcosa di molto simile a un vuoto di volontà, a un vuoto morale.

Da: corriere.it

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