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La posta in gioco |
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Scritto da Fabio Raja
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sabato 06 giugno 2009 |
 ... A partire dal ciclone di “mani pulite”, la sinistra italiana ha maturato poche ma salde convinzioni. La prima è che essa non è, e probabilmente mai lo sarà, maggioranza nel paese. Per superare questo handicap, i partiti di sinistra dettero vita alla “grossa coalizione” che cercò di unire il possibile e l’improbabile: dai vetero-comunisti ai liberali, dai radicali laicisti ai cattolici fondamentalisti, dai trotzkisti ai riformisti, da Di Pietro a Mastella.
Scoprirono di poter vincere le elezioni, anche se di strettissima misura, ma di non poter governare il paese. I disastri, d’immagine e sostanza, del Governo Prodi e la caduta verticale del consenso all’interno del loro stesso elettorato, li convinsero ad accelerare sul progetto dell’unificazione per dar vita al Partito Democratico. Spente le luci su quel mirabolante spot pubblicitario che fu dell’incoronamento di Veltroni, il buon Walter, si rese conto che, con Prodi premier, la sua leadership non aveva significato e, parallelamente, senza una “discontinuità” nell’azione del Governo, lo stesso PD sarebbe rapidamente finito nel novero delle cose inutili. Da qui la famosa “vocazione maggioritaria”, vero e proprio colpo di pistola alla nuca di Romano Prodi e del suo governo. Veltroni auspicava un governo di transizione (ricordate il famoso governo Marini che doveva fare la riforma del sistema elettorale, senza la quale il paese sarebbe precipitato nell’ingovernabilità e nel caos?) per prender tempo e far sbiadire il ricordo del Governo dell’Ulivo. Ma il giochetto non riuscì e, costretto a misurarsi nelle urne con il centrodestra, il PD sperò che Casini potesse sottrarre qualche voto al Cavaliere e soprattutto si augurò che la rottura consumata con l’estrema sinistra potesse consentirgli di pescare voti tra quei moderati non del tutto entusiasti delle gesta del Cavaliere. Il risultato delle politiche del 2008, e soprattutto quello delle successive amministrative, hanno regalato al centrosinistra la seconda certezza: fino a che Berlusconi sarà in sella, il PD non può sperare nel voto dei moderati ed anzi deve cercare di arginare la fuga delle classi popolari verso il centrodestra. Queste due certezze hanno tolto ogni residua illusione di tornare a governare il paese nei prossimi anni e costretto il PD a giocare sulla difensiva per cercare di limitare i danni e, soprattutto, non perdere il controllo delle amministrazioni locali che attraverso le varie società partecipate, fondazioni e sanità, rappresentano il cardine del sistema clientelare e d’affari, vera spina dorsale del potere della sinistra sul territorio. Il Presidente Napolitano si è lamentato dell’asprezza della campagna elettorale, Berlusconi denuncia aggressioni alla vita privata e imbarbarimento della lotta politica, ma la posta in gioco è altissima: è la sopravvivenza dell’apparato clientelare, del blocco d’interessi affaristici e di potere della sinistra. Vi sono parti del territorio della Repubblica amministrate da decenni dalla sinistra, non perché (o almeno non solo perché) ben governate, ma a causa dell’esistenza di un blocco di interessi così complesso, articolato e diffuso, da rendere la qualità della democrazia in quelle parti d’Italia, direbbe Franceschini, veramente scadente. Valga per tutte l’esempio della Campania e del Comune di Napoli, dove nonostante un fallimento di proporzioni drammatiche, la sinistra ha potuto governare per decenni. Il vero test per la sinistra saranno non i risultati del Parlamento Europeo, ma il numero delle amministrazioni locali che riuscirà a conservare: su queste si gioca il futuro non solo del PD, ma di quel che resta della sinistra italiana.
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