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Storie condivise e scomode realtà Stampa E-mail
Scritto da Pierluigi Battista   
sabato 25 aprile 2009
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E’
una ferita antica che si chiude. L’Italia trova final­mente le parole della riconciliazione na­zionale celebrando insie­me la «festa di libertà». Ma la libertà reale è un be­ne ancora troppo raro nel mondo che oggi, nel cuo­re del 2009, pullula di ti­ranni, di dittature, di Sta­ti di polizia, di diritti fon­damentali negati e calpe­stati. Il premier Berlusco­ni, raccogliendo l’appello del leader del Pd France­schini, ha offerto all’oppo­sizione, nel ricordo del 25 aprile, una piattafor­ma di valori comuni che non consentono più il les­sico primitivo della dele­gittimazione reciproca. Ma già oggi, all’indomani della festa della liberazio­ne e della libertà, il leader bielorusso Alexandr Lukashenko attraverserà le strade di Roma in una visita ufficiale che segne­rà il debutto dell’«ultimo dittatore europeo» nel consesso dell’Ue. Dopo aver festeggiato la libertà, il governo italiano dovrà stringere la mano a chi ne straccia quotidiana­mente la bandiera.

E’ una contraddizione che lacera l’intera comu­nità delle democrazie, un contrasto drammatico tra valori e ragion di Stato, tra princìpi e realismo po­litico, tra libertà e oppor­tunità economiche. La Bielorussia di Alexandr Lukashenko manda in pri­gione i dissidenti e imba­vaglia i giornali non alli­neati. Ma il tema delle li­bertà negate non spicca tra le priorità dell’agenda scritta dalle diplomazie del mondo occidentale, non solo dell’Italia. A Pe­chino Hillary Clinton si è quasi scusata per la pur blanda attenzione conces­sa dai governi occidentali alla condizione dei diritti umani in Cina. Ci si allar­ma più per il programma nucleare dell’Iran che per
le innumerevoli impicca­gioni inscenate sulla pub­blica piazza di Teheran. Più per i missili lanciati dalla Corea del Nord che per il dispotismo assolu­to patito dai sudditi della satrapia stalinista di Pyon­gyang. L’identità degli as­sassini di Anna Politko­vskaya non è mai all’ordi­ne del giorno nei colloqui con Putin. Né nei proficui scambi con la Libia di Gheddafi affiora mai la curiosità sui diritti civili non garantiti a Tripoli. Non è pensabile certo l’eroismo velleitario e im­potente di una rottura so­litaria con le nazioni che non conoscono né posso­no presumibilmente gu­stare nei prossimi anni il profumo di una festa di li­bertà. Ma occorre sapere che la libertà è un privile­gio di cui, nel pianeta, go­dono davvero in pochi.

In Italia arriviamo do­po tanti (troppi) anni a ri­conoscere insieme la sto­ria, culminata nel 25 apri­le, che ci ha portati alla ri­conquista della libertà. Ce ne congratuliamo. Ma sarebbe terribile se un modernissimo «patto del­l’oblio » ci impedisse di vedere che sul tema della libertà nel mondo le de­mocrazie sono divise. Che l’Europa non sa parla­re un linguaggio comu­ne. Che in Pakistan le donne sono oppresse co­me non mai dal fanati­smo fondamentalista. Che nessuno ricorda più i monaci in arancione capa­ci di sfidare la repressio­ne della giunta birmana. E se non si può chiedere all’Italia di chiudere le porte al dittatore bielorus­so in visita di Stato, è leci­to però chiedere ai gover­ni, a tutti i governi, di in­cludere in qualche pagi­na della loro agenda la pa­rola «libertà». Per festeg­giarla con più serenità e più coerenza. Per il suo presente e futuro. Non so­lo per il suo posto nel mu­seo del passato.
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