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I giornali e la politica a porte chiuse Stampa E-mail
Scritto da Pierluigi Battista   
domenica 22 febbraio 2009
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Ma dove nasce nel cuore del Pd questo imprevisto spirito carbonaro, questa sospettosità ombrosa che trasforma qualsiasi estraneo in un pericoloso alieno, e il giornalista che riferisce i tormenti in casa democratica in un malvagio sabotatore da isolare e neutralizzare?

Il neosegretario Dario Franceschini esorta a risolvere i contrasti interni «a porte chiuse», nella segretezza più assoluta, invisibili agli sguardi malevoli. Al primo accenno di contestazione durante l'assemblea del Pd, la presidente Anna Finocchiaro metteva in guardia i delegati dalle manovre del nemico insidioso: «Non fate il gioco delle telecamere!». Addirittura iracondo e ostile Pier Luigi Bersani: «Volevate deciderlo voi giornalisti il leader?». Almeno Massimo D'Alema ha condito l'avversione assoluta per le «iene dattilografe» con l'ingrediente saporito del suo consueto sarcasmo: «Gli osservatori osservano, osservano ma non capiscono mai». Se non capiscono mai, perché allora sigillare le porte e rinserrarsi nella fortezza?
La diffidenza per i giornalisti, beninteso, non è una specialità del Pd. È l'intera classe politica italiana che ha la recriminazione facile, e si sente incompresa, manipolata, messa sotto indebita osservazione dai giornalisti che ne riportano le gesta. Per i politici di sinistra, di centro e di destra, indifferentemente, la stampa dovrebbe limitarsi a registrare muta, docile e con spazi abnormi ogni loro minimo soffio vitale. Una domanda non gradita viene da loro considerata un attentato. Se si prova a sintetizzare qualche loro chilometrico intervento, subito viene invocato il reato di lesa maestà. Il titolo ideale per le interviste rilasciate dovrebbe essere più o meno (molto più che meno): «Bravo, bene, bis». La loro ansia di visibilità non conosce limiti e contegno e perciò nel giornale che rilutta a trasformarsi in una tribuna indisturbata e sfarzosa scorgono un nemico, un covo di boicottatori dediti a oscurare l'accecante luminosità di un discorso, di un intervento parlamentare, di una proposta di legge. Sono tutti così, a qualunque schieramento appartengano. Ma nel Pd travolto dalla crisi la sindrome del sospetto dilaga, incattivisce, si fa angosciosa, impellente, drammatica.
Forse perché erano abituati troppo bene. O perché, per istinto e vocazione, per storia e cultura, i giornali hanno troppo spesso fatto lo sconto ai politici che hanno dato vita al Partito democratico. Fatto sta che, mentre toccano l'apice della loro tempesta, i dirigenti del Pd si sentono traditi dai giornali. Si sentono assediati, ostacolati, messi nel mirino. Perciò chiudono ermeticamente le porte, considerano ogni informazione sul loro conto come una selvaggia intrusione nella loro vita interna violata. Basta poco per addebitare la loro crisi alle manovre di giornali e giornalisti, versione moderna del «destino cinico e baro» di saragattiana memoria. Come se la discussione all'indomani di micidiali rovesci elettorali fosse un affare di famiglia da tenere nascosto e al riparo dai malefici influssi che agitano la dimensione pubblica. Ma la politica a porte chiuse, alla fine a cosa si riduce? Il silenzio stampa è tipico di un sinedrio, non di un partito. E la colpa, stavolta, non è dei giornalisti.

Da:corriere.it

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