 Quando si leggono parole come quelle pronunziate da Gianfranco Fini su Eluana “Invidio chi ha certezze. Personalmente non ne ho, né religiose né scientifiche. Solo dubbi”, si pensa subito che ci si trova di fronte a un leader dallo spirito liberale. Non è la prima volta che il presidente della Camera dà prova di coraggio umano, autonomia politica e senso delle istituzioni.
Per citare altri casi in cui il fondatore di Alleanza nazionale ha mostrato di praticare una religione civile, basta ricordare il dissenso sulla legge codina sulla fecondazione assistita e la difesa dei diritti degli immigrati. Il presidente Fini dimostra notevole coraggio intellettuale nel ribaltare senza ambiguità la sua stessa tradizione neofascista e clericale che ancora oggi trova espressione nelle truculente dichiarazioni di alcuni suoi compagni di partito, dirigenti politici e membri di governo; e nel contempo abbraccia esplicitamente le idee e gli obiettivi di una destra occidentale e liberale. E lo fa con la consapevolezza di un atteggiamento anticonformista che suona come sfida ai poteri forti vicini alla sua stessa forza politica, tra cui quel Vaticano che pure ha sempre riservato un occhio di riguardo alla destra, ieri nelle sembianze del partito neofascista, ed oggi delle componenti più tradizionaliste del Popolo delle libertà. Con queste ripetute prese di posizione originali, il presidente della Camera attesta così di avere percorso un lungo itinerario che inizia in gioventù come seguace dell’Almirante oppositore del divorzio, e giunge all’uomo politico di successo, autonomo dal suo stesso partito e difensore delle prerogative dello Stato neutrale, qualità che dovrebbe essere proprie di tutti i leader istituzionali. Ed è proprio in tale quadro che non ha senso guardare alle sortite di Fini come ad operazioni strumentali volte a rafforzare una immaginaria candidatura a non si sa bene quale successione di Berlusconi. La verità è che, specialmente di fronte alle cosiddette “questioni morali” come quelle attinenti alla bioetica, lo spartiacque culturale non passa tra destra e sinistra, o tra conservatori e riformatori, bensì tra liberali e illiberali, tra ragionevoli praticanti del dubbio e dogmatici assertori della verità. In termini più propriamente politici la discriminante resta tra chi rispetta l’autonomia del diritto e quanti confondono i propri sentimenti morali e religiosi con la legge uguale per tutti. E Gianfranco Fini, oggi, a tutti gli effetti, va ascritto al primo gruppo: quello dei leader che si fanno guidare dalla propria coscienza sottraendosi alle sudditanze d’ogni tipo. il Tempo, 5 feb 2009
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