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L'identità e gli apparati Stampa E-mail
Scritto da Angelo Panebianco   
Tuesday 16 December 2008
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Dopo la catastrofica sconfitta in Abruzzo il Partito democratico è costretto a rifare i conti. Come ha scritto Massimo Franco sul Corriere di ieri, il problema del Pd non è la cannibalizzazione da parte dell'Italia dei Valori: il successo di Di Pietro, così come la scelta dell'astensione da parte di tanti elettori abruzzesi in precedenza di centrosinistra, sono i sintomi, non le cause.

Sono i sintomi di una malattia che se non verrà subito curata porterà il Pd all'autodistruzione. La malattia è presto detta: il Pd, al momento, non è né carne né pesce. È un partito senza identità. E se sei privo di identità perché mai gli elettori dovrebbero votarti? Troppo forte è risultato il divario fra i proclami sul
nuovo riformismo e la realtà quotidiana.
Da che cosa è fatta l'identità di un nuovo partito che, per giunta, si pretende riformista? Che cosa consente di definirlo nuovo?
Che cosa consente di definirlo riformista? La novità dipende dal tasso di rinnovamento della classe dirigente. Il riformismo dipende dalla qualità delle
policies, delle politiche che si adottano.
La ragione per cui il Pd, fin dai suoi primi passi, è stato giudicato da tutti come la sommatoria dei Ds (gli ex Pci) e della Margherita (l'ex sinistra Dc) dipende dal fatto che la sua nascita non ha coinciso, né al centro né alla periferia, con un forte rinnovamento dei gruppi dirigenti. Fin quando il grosso della maggioranza di quei gruppi continuerà ad essere composta da persone già dirigenti del Pci e della Dc non ci sarà alcun nuovo partito. Dal momento che quel vecchio personale non può che riproporre atteggiamenti e comportamenti adottati in un'altra epoca, ai tempi della sua socializzazione e delle sue esperienze nei vecchi partiti. Ma i rinnovamenti delle classi dirigenti non avvengono spontaneamente. Devono essere i leader a imporli.
Per quanto riguarda poi il riformismo, tutto dipende dalle politiche che si adottano. Insieme alla qualità e alla novità degli uomini e delle donne che assumono ruoli dirigenziali, sono le politiche scelte a dare identità ai partiti. Si badi: ho detto politiche, non proclami. Anche sotto il profilo delle politiche il Pd è risultato né carne né pesce. Messi da parte i buoni propositi della campagna elettorale, non è riuscito fin qui a svolgere un ruolo di partito di opposizione con solide e riconoscibili posizioni riformiste. Ha oscillato paurosamente. Incapace di chiarimenti interni definitivi fra le sue diverse anime, ha finito per apparire indeciso a tutto. Su scuola e università, a un certo punto, ha dato un calcio al suo preteso riformismo cercando persino di cavalcare la cosiddetta Onda. Sulle questioni economiche è apparso diviso fra la tentazione di seguire il radicalismo della Cgil e quella di assumere una linea più realistica. Sulla giustizia, non è riuscito a scegliere fra il giustizialismo di Di Pietro e la posizione riformista maturata negli ultimi tempi da Luciano Violante. Forse, proprio la giustizia potrebbe diventare, per il Pd, il banco di prova di una identità riformista fin qui più proclamata che praticata. Affidi a Violante il compito di guidare i colloqui con la maggioranza sulla riforma della giustizia. Prenderebbe due piccioni con una fava. Si distanzierebbe da Di Pietro e darebbe al Paese un messaggio riformista. È anche così che si costruiscono le identità politiche.

da:corriere.it

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