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Quel pasticcio brutto per via dell'Eluana Stampa E-mail
Scritto da Perla   
Monday 22 September 2008
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Il titolo del post vi appare impertinente?
Se così fosse ce ne scuseremmo prontamente, nondimeno ci appelleremmo alla vostra benevola pazienza, invitandovi a focalizzare quanto, vieppiù, di irriverente si è detto e scritto su Eluana Englaro da alcuni anni a questa parte. L’Eluana, come da buon settentrionale Beppino Englaro chiama la figlia, si trova da sedici anni in stato di coma vegetativo. E’ morta? E’ viva? Sembra non sia possibile stabilirlo con certezza, anche se, dovendo stare alle dichiarazioni di coloro che la considerano morta, ci verrebbe da credere che Eluana sia ben viva e vitale.
Sarà che, per educazione e per cultura, abbiamo sviluppato una forma di sano cinismo e un bisogno di protendere i nostri ragionamenti verso la purezza della logica: noi ci sentiamo in imbarazzo quando i molti iscritti al “partito” di Beppino Englaro affermano che una persona ormai morta sta, tutto considerato, provando dolore fisico e morale.
Forse costoro, in preda ad uno stile troppo gridato nel sostenere le proprie istanze, finiscono col non sentire la contraddizione insita nelle loro tesi.
Non ci pare infatti concepibile che gli assertori della morte cerebrale a cuore battente possano invocare l’interruzione dell’alimentazione forzata per porre fine alle torture psicologiche e fisiche di un “cadavere”, il quale, diventa quindi lecito pensare, se prova dolore, correlativamente percepisce altresì il piacere.
Ma non è su questi paradossi che vorremmo fondare le nostre riflessioni.
Innanzitutto chiariamo (se ce ne fosse ancora bisogno) che i nostri convincimenti si sintetizzano nel concetto che lo stato non può e non deve disporre della vita delle persone.
Questo vale sia come obiezione contro la pena capitale sia come affermazione del diritto di ciascuno di autodeterminare la propria morte.
Naturalmente siamo convinti sostenitori del testamento biologico e delle ragioni di tutti coloro che, quasi senza più respiro, sono costretti ad invocare il diritto di morire per liberarsi di infinite e umilianti sofferenze. Sì quindi alla libertà di stabilire soggettivamente in prima persona il termine ultimo oltre il quale per noi la vita non vale più la pena di essere vissuta. E, quando diciamo in prima persona, intendiamo dire che a nessuno terzo può essere concessa una delega dallo Stato in vece nostra, anche se il suo richiedente fosse nostro padre.
Eluana Englaro ha quasi quarant’anni, era maggiorenne quando subì quel gravissimo incidente. Beppino è stato nominato suo tutore per assisterla nella malattia ma da anni si è fatto portavoce del desiderio espresso dalla figlia di non essere mai lasciata giacere in stato di coma vegetativo. Entrando qui , se avrete la bontà di puntare il vostro cursore sul nome della bioeticista liberale Cinzia Caporale, potrete leggere ciò che esattamente pensiamo delle sentenze che danno ragione al sig. Englaro.
Bene, diamo per scontato che abbiate letto e che si possa passare alle conclusioni.
Il caso di Eluana, come argomento a sostegno della depenalizzazione dell’eutanasia e del riconoscimento del testamento biologico, è secondo noi inadeguato e persino dannoso per la causa. Creare dei precedenti basati su testimonianze, che vorrebbero suffragare una volontà di morte che mai potrà essere confermata dal malato, ci appare un’aberrazione giuridica e un pericolo per tanti malati in mano a persone animate da propositi meno idealisti di quelli di Beppino Englaro.
Un’ultima riflessione la dedichiamo a tutte quelle persone (mogli, mariti, figli o soci in affari di malati in coma da anni) condannate a loro volta a un’esistenza vegetativa. Chi si occupa di questi casi? Dopo anni, senza aver dimenticato il loro congiunto malato, alcuni si sono rifatti una famiglia, una vita senza diritti, sospesi in un limbo (o un inferno?) di illegittimità.
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