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Il ricatto dell'identità Stampa E-mail
Scritto da Pierluigi Battista   
martedì 16 settembre 2008
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Una commissione bipartisan destinata ad affrontare i problemi (presenti e futuri) di Roma viene archiviata come conseguenza di alcune, estemporanee, dichiarazioni sul fascismo e sulla Repubblica di Salò. Con la rinuncia di Giuliano Amato molti annunci speranzosi si dissolvono, molti buoni propositi svaniscono. Ciò che doveva rappresentare il frutto di una nuova stagione post-ideologica si incaglia e si inabissa nella riattualizzazione di fatti accaduti circa settant'anni fa. La reciproca legittimazione tra schieramenti diversi e alternativi, ma non più nemici assoluti, deve attendere un'occasione più propizia. La collaborazione tra personalità che mantengono intatta la loro differenza viene bollata ancora una volta come «tradimento». Il richiamo imperioso dell'identità prende il sopravvento. Si dice che troppo spesso i morti afferrino i vivi: e infatti una commissione chiamata a elaborare progetti per una città viva viene afferrata dagli spettri di un'epoca sepolta. Il passato non passa ancora. Anzi, non cessa di definire il criterio con cui misurare scelte e comportamenti politici.

C'erano tutte le condizioni per un esito diverso. Giuliano Amato, che avrebbe dovuto presiedere la commissione voluta dal presidente della Regione Lazio Marrazzo e della Provincia di Roma Zingaretti (di sinistra) e dal sindaco di Roma Alemanno (di destra), è egli stesso espressione della parte della sinistra storica meno imprigionata dalle rigidità ideologiche, più pragmatica, dotata di una dimestichezza con la cultura riformista sconosciuta agli eredi del fu Pci. La scommessa di un'identità riformista e post-ideologica è stata addirittura la chiave d'ingresso e la ragion d'essere del nuovo Partito democratico, il cui segretario Veltroni si è speso con coraggio (e pagando il prezzo dell'ostilità manifestata dalle componenti più oltranziste del suo schieramento) per superare la maledizione paralizzante della Seconda Repubblica, il militarismo bipolare che per un quindicennio ha diffamato come cedimento etico lo stesso confronto (o dialogo) tra parti addestrate alla guerra totale. La destra, impegnata nella costruzione di un nuovo partito destinato a spezzare i recinti ancora angusti di Alleanza Nazionale, sembrava aver metabolizzato senza riserve il lungo e travagliato cammino di emancipazione dal passato scandito dal lavacro di Fiuggi e dall'omaggio di Fini al museo della Shoah a Gerusalemme.

Invece no, la memoria del passato fascista, improvvisamente conquistata un'effimera ribalta, ha sbriciolato in pochi giorni l'insieme di queste confortanti pre-condizioni. Le parole di Alemanno e poi del ministro La Russa, benché oramai rese obsolete da un intervento di Fini che ha spazzato via gli ultimi equivoci sull'identità democratica della destra italiana, sono state interpretate come ostacoli insormontabili sulla strada di una commissione chiamata a riflettere sui problemi di Roma. C'è un senso di evidente sproporzione, di macroscopica dismisura tra l'archiviazione di un esperimento politico e il piccolo, piccolissimo casus belli che ne ha decretato il fallimento. E se il fascismo ha tragicamente condizionato la nostra storia, la riesumazione del suo fantasma sembra priva di ogni credibilità e urgenza: solo un metodo infallibile, un troppo facile richiamo identitario, per lasciarsi ingabbiare nel passato. Ancora una volta e chissà per quanto tempo ancora.

Da: corriere.it        
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