 ... Si è appreso che John McCain ha rievocato un toccante episodio delle sue vicissitudini di prigioniero in Vietnam ricalcandolo fedelmente su un passaggio dell'Arcipelago Gulag di Alexander Solgenitsin.
La rivelazione è di pochi giorni fa, ma prima nessuno s'era accorto del plagio. E per la semplice ragione che il capolavoro dello scrittore celebrato dopo la sua morte come la vittima che ha «svelato», «denunciato », «scoperto» l'orrore dei lager sovietici è uno dei libri meno letti in tutto l'Occidente. Provate a indagare tra le persone colte, informate, attente a ogni novità editoriale per appurare, esigendo possibilmente una risposta sincera, quante di loro hanno almeno sfogliato il volume di Solgenitsin. I no subisseranno i sì, anche tra i tanti che in Italia, scomparso l'autore di Arcipelago Gulag, si sono affrettati a proclamare quanto quel libro sia stato decisivo e illuminante nella loro formazione politica e culturale. La casa editrice Mondadori, che nel '75 ha tradotto e pubblicato il libro in Italia, ha la buona abitudine di custodire tra i suoi archivi la raccolta di recensioni dedicate alle opere prodotte dalla casa. Ma il fascicolo dedicato alle recensioni di Solgenitsin è talmente esiguo e sottile da giustificare la scelta mondadoriana di non ristampare per decenni un libro che in Francia provocò un terremoto culturale di inaudite dimensioni e che in Italia invece suscitò solo indifferenza, malanimo, spocchia malmostosa. Quel libro raccontava la tragedia del comunismo, ma gli intellettuali italiani preferirono piuttosto discettare sullo scarso valore estetico e letterario della denuncia di Solgenitsin. Oppure si unirono scioccamente alla campagna denigratoria che contro lo scrittore era stata meticolosamente preparata dalle centrali della disinformatjia sovietica. Erano tempi così deprimenti che persino un uomo mite e gentile come Carlo Cassola si sentì in dovere di associarsi al linciaggio insinuando che Solgenitsin avesse operato in combutta con il dittatore cileno Pinochet. Erano tempo così lugubri che persino un giornalista sensibile e attento come Enzo Forcella si sentì in obbligo, lo ha ricordato Enzo Bettiza nel suo L'ombra rossa, di censurare in tv un'intervista al dissidente Siniavskji. Chi leggeva Solgenitsin, a quell'epoca? Dino Savelli, che nella metà degli anni Settanta dirigeva una casa editrice eretica e vivace della sinistra come la Savelli, provò a tradurre e pubblicare una parte dei Racconti della Kolyma di Shalamov: fu il più straordinario e clamoroso insuccesso editoriale patito dalla casa. Ci avesse provato in seguito, non avrebbe ottenuto un risultato molto diverso. Dopo molti anni, il libro di Shalamov è stato pubblicato da Einaudi, ma orbo della prefazione di Gustaw Herling personalmente richiesta dallo stesso Giulio Einaudi: troppo politicamente incendiaria, anche nel Duemila, con quel suo insistere sulle analogie e le somiglianze tra i due «gemelli totalitari», nazismo e comunismo. Sempre lo stesso fastidio, sempre la stessa malcelata irritazione per gli uomini che «svelarono» il gulag. Si poteva affrontare la sgradevole incombenza di leggerli, quei mattoni tanto indigeribili? Si capisce perché McCain, copiando Solgenitsin, abbia pensato di farla franca: infatti c'era quasi riuscito. Da:corriere.it
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