 Gli "incidenti" avvenuti negli ultimi due mesi a centrali nucleari due in Giappone, tre in Francia e uno in Slovenia hanno avuto grande eco sui media e suscitato allarme nelle opinioni pubbliche. Soprattutto dove queste ultime sono più emotive, più disinformate e più strumentalizzabili da soggetti che - per divertimento, per convinzione ideologica o per interessi meno ideali - svolgono un'accanita propaganda antinucleare.
In Italia, la situazione è resa più delicata dalla scelta del Governo di riprendere il nucleare, unita alla polarizzazione e conflittualità esistente nella politica nazionale. I toni si sono così amplificati, al di fuori di ogni razionalità. Lo dimostra anche lo spazio dedicato nei dibattiti radio-televisivi e nei quotidiani ai recenti "incidenti" in Francia, Giappone e Slovenia. Esso è stato enormemente superiore rispetto agli altri paesi, anche a quelli direttamente coinvolti. La strumentalizzazione emotiva è stata massima, anche perché i movimenti ecologisti nostrani dovevano riprendersi da taluni recenti scivoloni, tipo quello avvenuto nella conferenza del clima tenuta a Roma nell'inverno scorso. In essa il loro principale esponente l'allora ineffabile ministro dell'Ambiente era stato sbugiardato e sbeffeggiato per talune affermazioni "ardite" sul cambiamento climatico e le sue cause, che non stavano proprio "né in cielo né in terra". La voglia di rifarsi una verginità e di riprendere una qualche credibilità ha sicuramente influito sulla decisione di cavalcare le emozioni, mobilitando personaggi alquanto improbabili, quali i guru dell'antinuclearismo. Si è giunto spudoratamente ad affermare che il mondo potrebbe fare a meno dell'energia nucleare perché essa copre solo il 6% dei consumi energetici globali. Globali di fonti primarie di energia, si noti bene, non di elettricità. Per essa, il dato andrebbe moltiplicato per due volte e mezzo. Un'affermazione analoga avrebbe potuto essere fatta per l'Arabia Saudita, il cui petrolio soddisfa circa il 5% dei consumi globali di energia. Sarebbe interessante vedere che cosa accadrebbe al mercato mondiale se la produzione saudita dovesse cessare! Ma veniamo al sodo! Che nelle centrali nucleari avvengano incidenti è inevitabile. Non esiste attività umana che non comporti un certo rischio. La questione va relativizzata. Occorre valutare se il rischio nucleare sia accettabile, quali siano gli incidenti che avvengono e come la loro gravità si collochi rispetto a quelli provocati dalle altre tecnologie di produzione dell'energia elettrica. Gli incidenti nucleari di cui è obbligatoria la segnalazione immediata alle autorità nazionali di sicurezza e controllo e, nell'ambito UE, a quelle europee sono classificati secondo una scala che comprende 8 livelli da zero a 7 che descrivono eventi di gravità crescente. I primi quattro livelli sono indicati come "incident", che in italiano non significa incidente, ma malfunzionamento. Gli altri designati come "accident" descrivono veri e propri incidenti con rilascio di radioattività all'esterno degli impianti e loro danneggiamenti significativi, fino alla loro distruzione indicata al livello 7 come nel caso di Chernobyl. Secondo l'Autorità di Sicurezza Nucleare, nel 2007, nelle 58 centrali nucleari francesi (59, se si aggiunge il reattore veloce Phoenix di Marmoul) si sono verificati 842 eventi in realtà allarmi di livello zero e 86 malfunzionamenti di livello 1. Nessuno di gravità superiore. Quello avvenuto mercoledì scorso alla centrale di Tricastin è di livello zero. Così pure quello della centrale di Krsko in Slovenia, all'inizio di giugno, che, dopo tanto clamore, ha ripreso a produrre elettricità in meno di una settimana. A Tricastin, i lavoratori sono stati esposti ad un livello di radioattività di 0,5 millisievert (mSv). È un livello molto basso, simile a quello assorbito in qualche decina di voli transatlantici. Il livello medio di radioattività naturale in Italia è di 2,2 mSv (a cui va aggiunto qualche decimo di mSv soprattutto per il nucleare ospedaliero). Quello di Piazza S. Pietro è di 7 mSv, a causa della radioattività dei suoi cubetti di porfido. Con le norme molto rigorose esistenti in materia, se il Vaticano fosse una centrale nucleare, il Papa andrebbe fatto evacuare immediatamente! Che gli anti-nuclearisti manipolino le emozioni della gente è comprensibile dal loro punto di vista, ma del tutto ingiustificato oggettivamente. Quella nucleare rimane la tecnologia complessivamente più sicura per la produzione di energia elettrica e quella che a parità di potenza prodotta meglio rispetta la salute umana e tutela l'ambiente. Basti consultare le fonti internazionali al di fuori di ogni sospetto di lobbysmo nucleare citate nel numero 30 di Aspenia del marzo 2006. La tecnologia più pericolosa è l'idroelettrico (883 vittime per TWe/anno), seguita dal carbone (342), dal gas naturale (85) e, infine, dal nucleare (8). La tecnologia del nucleare non è quindi solo la più economica, ma anche la più sicura per produrre elettricità. Solo l'elettricità da nucleare potrebbe poi consentire di sostituire il gas naturale negli usi domestici e nel riscaldamento delle aree urbane. Quando si demonizza Chernobyl occorrerebbe anche ricordare che, rispetto alle 59 vittime dal 1986 al 2004 di tale disastro unico al mondo nelle sue dimensioni , il gas ne provoca ogni anno qualche centinaio nelle sole case italiane e che il Vajont ne ha prodotte 3.000. Il "tabù" del nucleare verrebbe così ridimensionato. A parte le strumentalizzazioni ideologiche soprattutto da parte degli ecologisti più radicali a corto di argomenti è quanto meno improprio che un tema tanto importante per il nostro futuro il ritorno del nucleare in Italia sia trattato con tanta allegra superficialità, improntitudine e sicumera ideologica, dando rilievo ad eventi irrilevanti, come quello di Tricastin. il Messaggero, 26 lug 2008
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