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La distruzione dell'università pubblica? Stampa E-mail
Scritto da Fulvio Tessitore   
martedì 15 luglio 2008
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Riceviamo dall'Andu un articolo apparso su Repubblica di Napoli con la firma di Fulvio Tessitore. Lo pubblichiamo volentieri, accompagnandolo con un commento.

Devo iniziare con qualche premessa, onde evitare qualche malevola valutazione di quanto mi accingo a osservare. Ricordo, quindi, che sono un vecchio professore, che può vantare quasi cinquant' anni di insegnamento ed è in procinto di andare in pensione (per di più anticipata di un paio d' anni, grazie a un demagogico provvedimento del ministro Mussi, che può vantarsi di aver aperto la strada a quella che ormai viene comunemente indicata come l' Università di Tremonti). In sostanza non ho interessi personali da difendere. Posso sbagliare (e spero che qualcuno me lo dimostri, per restituirmi serenità e fiducia), ma parlo solo in difesa di ciò che resta della nostra gloriosa università e dei giovani, i quali – se ne dica quel che si vuole da parte di disinformati o frustrati – hanno sempre e solo trovato nelle università il luogo della loro formazione culturale e preparazione professionale.
Il decreto 112 del 25 giugno scorso, collegato alla manovra finanziaria, prevede una serie di norme destinate a cambiare radicalmente, a mio credere a stravolgere definitivamente il nostro sistema di formazione e istruzione superiore, in assoluto dispregio della Carta costituzionale. Secondo una tecnica e una vocazione consolidata delle forze di destra, anche questo provvedimento (come la immonda legge elettorale che ci governa) se non incostituzionale, certamente è anticostituzionale, nel senso che, forse, non viola il dettato formale della legge costituzionale, ma certamente ne viola e offende lo spirito costituente.
Di che cosa si tratta? Detto in breve della privatizzazione del sistema universitario. Non mi fermo su norme che pur metteranno in condizione di non operare le nostre università, perché prevedono (articolo 66) la riduzione in tre anni del fondo di finanziamento ordinario (Ffo) di 500 milioni; la drastica limitazione del turnover, in misura pari al 20 per cento del personale cessato; la trasformazione degli scatti biennali in triennali, ossia della sola forma di aumento delle retribuzioni, in tal modo ridotte (si badi non solo bloccate) per circa 500 milioni, destinati a un non meglio precisato fondo del bilancio statale, da utilizzare, se del caso, per placare i camionisti e per tenere in vita artificialmente l'Alitalia, dopo averne impedita la vendita ad Air France (come si vede il mercato è bello e buono quando risponde agli interessi di qualcuno, non in tutte le occasioni in cui può agire da riparatore di un disastro finanziario dell' allegra finanza pubblica); il taglio (articolo 74) delle piante organiche nella misura del 10 per cento; la rottamazione (sì "rottamazione") dei docenti anziani, che l'amministrazione può, a suo libito, congedare e via di questo passo.
Naturalmente, in controtendenza, l'Istituto italiano di tecnologia di Genova, costituito nel quinquennio di governo 2001-2006 della destra, viene impinguato dei fondi e delle dotazioni patrimoniali della soppressa Fondazione Iri. E sarà bene ricordare che questo istituto - che avrebbe dovuto costituire il corrispondente italiano del Mit americano, secondo quanto sostenuto dai soliti corifei provinciali nostrani - per quanto ben dotato finanziariamente con un milione all'anno, finora non ha fatto altro che il restauro degli edifici assegnatigli per sede.
Lo ripeto, non voglio fermarmi su questi punti allarmanti. Credo sia oggi indispensabile fare un altro discorso, molto semplicemente e, se possibile, pacatamente, non prima di aver detto che non mi curo dell'accusa che potrà essermi fatta di conservatorismo, di incapacità di cogliere i processi di modernizzazione, di incapacità di capire i processi di omogeneizzazione del nostro Paese alle grandi democrazie occidentali. E non mi curo di queste accuse perché la più parte di quelli che possono pronunciarle e che le hanno pronunciate in passato godono della mia disistima, siano di destra o di sinistra. Sono dei provinciali alla rovescia, che parlano senza sapere ciò di cui parlano.
E torno a domandarmi, di che si tratta? Semplicemente di una rozza, ottusa, criminale rottura della nostra identità nazionale, che è fatta di cultura, quella cultura di cui le università e gli enti di ricerca sono stati fino a oggi gli artefici e i garanti. Quali le conseguenze di queste norme sciagurate e ipocrite? Semplice, la drastica riduzione del nostro sistema universitario a 13/14 sedi in grado di trasformarsi in fondazioni di diritto privato, lasciando tutte le altre a vivacchiare, finché potranno (ecco l' ipocrisia), perché nessuno le obbliga a trasformarsi in fondazioni.
Questo non è il peggio della situazione. Prescrivere quanto s' è detto senza tener conto delle diverse condizioni socio-economiche del Paese significa provocare una doppia discriminazione. Una discriminazione tra le parti ricche e quelle povere del Paese. Una discriminazione tra giovani ricchi e giovani poveri. Le zone ricche potranno garantire le condizioni di vita delle università-fondazione, quelle povere no, e si badi che ciò potrà riguardare anche una università antica e gloriosa, come ad esempio la Federico II. I giovani ricchi potranno accedere alle università private, che potranno garantirsi l'autofinanziamento più o meno agevolmente, senza più temere la contestazione giovanili, tanto i contestatori potranno sempre accedere alle università di serie B, dove si paga poco, si studia meno e peggio, si ha più tempo per il tempo libero.
E non è tutto ciò un profilo esaltante e liberatorio del privato contro l'oppressione conservatrice del pubblico? Di certo ci penseranno i patrocinatori della "società civile" (che rispetto molto più io che loro) a metterlo in evidenza. Che cosa significa tutto questo, facendo un piccolo passo avanti? Significa mettere in discussione la identità statale del nostro Paese, privata dell'alimento che le viene dalla identità nazionale, che è fatto di cultura. Vuol dire tutto questo che nulla va mutato nel nostro sistema universitario? è vero proprio il contrario. Ma riformare, trasformare radicalmente si può a condizione di sapere qual è il passato da modificare, qual è il presente che si vive e il futuro che si deve vivere. E si tratta di questioni di cultura, non di economia e neppure di politica, o meglio, di economia e di politica in quanto queste siano non fini a se stesse ma strumenti di evoluzione e di progresso culturale e civile. Significa smetterla di crogiolarsi da provinciali con il vezzo di raccattare le idee che non si hanno, la conoscenza di cui non si dispone da qui e da lì. Il modello che sta dietro al decreto sullodato, se modello è, è una incolta utilizzazione del modello americano, applicato a una struttura sociale, culturale, economica del tutto diversa da quella americana (e non dico nulla sul vero e proprio incubo che per le famiglie americane sono i costi della formazione nelle grandi e vere università, che si traducono in debiti, spesso da saldare in anni e anni, se si ha fortuna professionale).
Sono convinto che le nostre università, i nostri docenti, i nostri studenti debbono insorgere, sì insorgere e far sentire la propria voce. è il momento di azioni drastiche e decise. Perché la Conferenza dei rettori non propone alle sedi la chiusura, con il blocco delle attività? Si vedrà allora se le università contano qualcosa in più dei camionisti, se un ministro tracotante vale più di una intera classe di scienziati ed educatori, che all'università hanno dedicato la vita. Non c' è più tempo. Bisogna agire."

Fulvio Tessitore 

Stimo ed apprezzo il prof. Tessitore, per cui penso sia giusto riportarne la dura valutazione sul cosiddetto decreto Gelmini, per poi cercare pacatamente di discuterne.
Tralasciamo gli argomenti collaterali o quelli evidentemente esorbitanti, che ci porterebbero a discutere di soggetti che non appartengono al tema principale: Alitalia, Legge elettorale – «immonda», scrive il prof. Tessiore, che forse non ricorda che quello che a me, e credo anche a lui, pare il suo aspetto più inaccettabile è la soppressione del voto di preferenza: una soppressione che certo lui, come me, ricorda essere stata voluta e sostenuta come strumento anticlientelare da molti esponenti della Sinistra. Altro che «consolidata vocazione [anticostituzionale] delle forze di Destra». Ma di Alitalia, di legge elettorale e d'altro converrà parlare altrove.
No, il punto da discutere sta proprio nella concezione dell'Università. La quale per il professore avrebbe il ruolo primario della distribuzione omogenea del sapere su tutto il territorio nazionale, assolvendo così ad un compito proprio dello Stato. Tralasciamo di discutere l'aspetto un po' post-giacobino di simile punto di vista: in realtà, se di simile intervento statale si sentisse la necessità, meglio sarebbe pensare al ruolo della scuola elementare e della scuola media – direi insomma della scuola dell'obbligo –: quella attraverso la quale debbono passare per legge tutti i giovanissimi cittadini italiani. L'Università ha a mio avviso un altro ruolo. Un ruolo ed una tradizione certo indissolubilmente legata alla nostra storia ed alla nostra grande tradizione culturale – che però, a ben vedere, non è quella dell'istruzione universitaria massificata. E in effetti da qualche lustro si dimostra in affanno.
A ben vedere, a risolvere il problema di inventare una nuova formula di istruzione superiore adatta alla società di massa d'oggi aveva già provato, qualche anno, fa un gruppo di lavoro internazionale comprendente J. Lang e L. Berlinguer, begli spiriti promotori per l'Europa di tutto l'armamentario che ha dato la scopola definitiva al nostro "storico" sistema universitario: con le lauree triennali, con i moduli, con i punti, con le pagine contate da leggere per ogni esame. Quella sì è stata una «distruzione», avvenuta nel silenzio obbediente di gran parte dei docenti militanti a sinistra, spesso perplessi o francamente disgustati, ma fedeli alla consegna della disciplina. Di legato alla grande tradizione degli studi universitari – della quale lo stesso Tessitore è un esempio – insomma da allora non è rimasto molto.
Ma francamente credo che puntare comunque e sempre sulla Università pubblica come panacea della crisi non sia la strada giusta. Come non credo che sia la strada giusta pretendere che ogni ateneo possa essere allo stesso livello per tutti i campi dello scibile. Il Politecnico di Milano, la Bocconi  – privata, privatissima – e la stessa Università degli Studi milanese hanno una storia e degli insegnamenti che pongono questi atenei al vertice per alcune discipline. Altri atenei, che conosco meno, hanno sicuramente altri punti di eccellenza. Altri ancora – molti altri – non ne avranno affatto, ne sono certo: e penso che fare come se li avessero, pretendere che i nostri ragazzi restino lì, ad illudersi che il loro corso di laurea valga comunque, che la loro preparazione sia comunque eccellente, che il loro 110 valga come gli altri conseguiti in Università più serie, rappresenta a mio avviso solo una pericolosa illusione per noi e un vero imbroglio per lo studente.
Eliminare il valore legale del titolo di studio, onde rendere di fatto indispensabile una valutazione specifica di ogni laureato da parte di chi lo assume; lasciare di conseguenza che i diversi Atenei scelgano il proprio profilo, identifichino – se possono – i loro settori di eccellenza, e si mettano in concorrenza fra loro non per chi ne promuove di più, ma per chi ne forma di migliori, mi sembra l'unica via praticabile – dunque, una via del tutto diversa da quella indicata dal prof. Tessitore. Certo, perché questa prospettiva di rinascita abbia prospettive concrete è necessario che si avvii una seria e capillare opera di realizzazione di alloggi per studenti in trasferta, e li si garantisca al cento per cento nel diritto allo studio qualora si dimostrino capaci. Ben venga la morte dei mille piccoli atenei nati più per appagare la vanità di qualche politico locale e della sua congrega, che per una effettiva esigenza e tradizione di studio: condannati fin dall'origine a trasformarsi in modesti licei di provincia, non possono certo ambire a fornire un'adeguata preparazione: servono solo a moltiplicare le cattedre e ad illudere gli studenti. Meglio a mio avviso, come invece teme Tessitore, che le grandi Università sopravvivano a danno delle più piccole e meno prestigiose. Purché, come ho già scritto, si dia immediatamente avvio alla progettazione di strutture ricettive per studenti, e si metta in piedi, finalmente, un sistema di valutazione che consenta di sostenere davvero i meritevoli, qualunque sia il reddito familiare: i ragazzi che studiano debbono essere visti tutti allo stesso modo, come soggetti di diritti e di doveri, non più dipendenti dalle famiglie.
Che dire del resto? Certo, il freno posto agli stipendi per una carriera professionale – quella del docente universitario – che andrebbe resa più ambita e più selettiva, e la follia di un istituto genovese che dovrebbe creare dal poco o dal nulla una grande tradizione tecnologica, dimenticando che altrove esistono solide realtà già consolidate e famose a livello internazionale – provocano anche in me molto scetticismo e spesso anche indignazione. Sono questi, a mio avviso, gli errori che dovremmo combattere, queste le cose da pretendere. E non la rinuncia ad un programma insensato e incolto che vedeva un'università lillipuziana crescere, potenzialmente, accanto ad ogni campanile.

Marco Cavallotti

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