 ... Quello che è andato in scena l’8 Luglio a piazza Navona è stato uno psicodramma collettivo e al tempo stesso il serio tentativo di dare una spallata alla sempre più evanescente leadership di Veltroni sul Partito Democratico e dello stesso PD su quel poco che resta della sinistra italiana.
Era già accaduto anche in passate circostanze che, di fronte all’incomprensibile scelta dell’elettorato di dare il proprio consenso al centrodestra, la sinistra si mostrasse completamente incapace ad elaborare il lutto e, più di ogni altra cosa, riluttante ad iniziare un’oggettiva analisi sulle cause della debacle. Gli elettori ci hanno voltato le spalle? Vuol dire che non ci meritano, che sono fatti della stessa pasta di quel mascalzone di Berlusconi. Significa che la maggioranza degli Italiani è costituita da figli di puttana o gonzi decerebrati facili prede del potere mediatico del Cavaliere. E’ una sorta di regressione all’infanzia, come il bambino che davanti al rifiuto dei genitori, pesta i piedi, fa le bizze, piange e sbraita a più non posso. Non è casuale che la parte emotivamente e razionalmente più regressiva della sinistra si sia inspirata ad un gioco della fanciullezza: il girotondo. Sul palco dove ciascuno era sollecitato a raccontare le proprie ossessioni, confessare i propri fantasmi, svelare i propri complessi, in una sorta di seduta psicoanalitica plenaria, c’è stato posto per tutti: dall’insopportabile narcisismo di Travaglio, all’ammiccante e ostentata zoticaggine Dipietresca, dalla presuntuosa vacuità di Flores alla tronfia aterosclerosi di Camilleri e alla furba demagogia di un grillo in versione Costa Smeralda. Per non parlare di Sabina Guzzanti. Ad ascoltarla si è presi non da sdegno o rabbia, ma da un sentimento di umana compassione perché dietro il livore, l’insulto rabbioso e la cieca invettiva si intravede il disagio di una psiche oramai su di un piano inclinato ché si intuisce dove potrebbe condurla. Ma Piazza Navona è stata anche il tentativo di mettere la leadership dell’opposizione nelle mani di un’elite autoreferenziale fatta di giornalisti di mezza tacca, mediocri scrittori, ex Magistrati con il piglio dello sbirro di provincia, guitti e professori senza arte né parte che privi di Berlusconi mai sarebbero usciti dall’anonimato. Un tentativo sostenuto da un gruppo editoriale e dal suo mentore che da più di vent’anni vagheggia diventare il Richelieu della politica italiana. Come è potuto accadere che una sgangherata banda, una brigata di scalzacani potesse, anche solo pensare, di assumere la guida della sinistra? Facendo leva su due miti: il mito della superiorità morale, per cui loro sono la banda degli onesti ( e tutti gli altri i mascalzoni) e quello della difesa della Costituzione. Due bandiere, onestà e rispetto delle regole, di cui pretendono avere il monopolio ma così facendo mostrano il vuoto culturale, e di conseguenza politico, in cui è precipitata la sinistra. Non è più ideologica, ma non riesce ad essere neppure pragmatica, resta ancorata a categorie, come solidarietà, tolleranza e giustizia sociale, che il tempo e la sua incapacità a tradurle in realtà ha irrimediabilmente deteriorato. La sinistra si è smarrita e non riesce a comprendere le ragioni dello stare insieme, se non lo scagliarsi contro il nemico. Alcuni giorni fa un commentatore politico notava che, comparando il numero di coloro che hanno votato alle primarie con quello dei voti del 13 Aprile, si deduce che la sinistra è costituita per più di un terzo, da militanti, iscritti o comunque persone legate, per motivi di interesse o altro, al PD. Conclusione: la sinistra si parla addosso, non è più capace di comunicare con “gli altri”, quelli, per intenderci, che pur non appartenendo più o meno organicamente a quell’area, potrebbero votarla se convinti da un progetto politico credibile, da una leadership meno ondivaga e dalla capacità di comprendere i bisogni dei cittadini. E’ una crisi irreversibile che prelude alla disintegrazione del PD, ormai prossima, e la cui responsabilità ricadrà interamente sulle spalle di Veltroni. Inadeguato a gestire un progetto di rinascita della sinistra di ampio respiro, Walter si dimostra inabile anche al piccolo cabotaggio. Non capisce che il dialogo sulle riforme è una ciambella di salvataggio che Napolitano sta gettando verso di lui ed il PD. E’ un modo per avere un ruolo, giocarsi la partita, legittimarsi agli occhi degli Italiani. Se il dialogo sulle riforme dovesse aver successo, Veltroni potrebbe assumere il merito d’aver dato un contributo determinante alla modernizzazione del paese e bollare definitivamente come perniciose, velleitarie e demagogiche le posizioni che si sono materializzate in Piazza Navona. Ma Veltroni rifiuta il dialogo sulle riforme sostenendo che altri sono i problemi del paese, a cominciare dall’impoverimento. Giusto! Ma non era proprio lui a asserire, dopo la caduta di Prodi, che il paese non poteva andare alle urne se non prima di aver fatto le riforme? Quei problemi che allora potevano aspettare un anno e forse più , oggi sono diventati così improvvisamente impellenti da dover assorbire l’intera azione di governo? Con una battuta d’avanspettacolo, Veltroni ha affermato che il governo dovrebbe aumentare gli stipendi, ma non ha chiarito dove trovare i soldi. Forse per lui è veramente giunto il momento di ritirarsi in Africa.
|