 ... Luigi Pintor, che alla feroce faziosità ideologica sapeva unire una sublime maestria nell'uso della lingua, una volta sul il manifesto li descrisse come la quintessenza dei «mostri» italiani.
I «mostri» erano gli alti papaveri della magistratura italiana, avvolti nei loro ermellini, personificazione repellente della giustizia iniqua e sottomessa agli imperativi della prepotenza politica, simboli del potere più terrorizzante: quello di disporre della vita e della libertà delle persone. Perciò l'irruzione nella magistratura delle correnti politiche «d'assalto» fu vissuta anche come una liberazione dalle rigidità di uno stile lugubre e ingessato, come un affrancamento dalle inibizioni dell'ipocrisia a favore di un modo d'essere più informale, più loquace, più comunicativo, meno prigioniero della tirannia dell'etichetta. Ma ora, a conti fatti, vien quasi voglia di rimpiangerli, quei «mostri» di una riservatezza che ai tempi si era troppo propensi a equiparare a una scelta di omertà. Può crescere la nostalgia per un mondo in cui la massima secondo la quale un giudice deve prima di tutto apparire, oltreché ovviamente essere effettivamente, imparziale, non era solo un modo di dire per omaggiare un principio in cui non si crede più, o si crede sempre meno. Se oggi un giudice rilascia su un blog giudizi sprezzanti e saturi di sentimenti ostili nei confronti di un cittadino che verrà da lui giudicato, non può poi lamentarsi del sospetto inevitabile riguardo alla sua imparzialità. Il suo diritto di espressione è un valore costituzionalmente tutelato, ma la certezza sulla sua assoluta mancanza di serenità è un diritto semplicemente dettato dal buonsenso. Se, come è apparso in una fotografia sulla prima pagina de il Giornale, un magistrato si mostra sorridente ma militante al «Vaffa day» indetto da Beppe Grillo egli esprime così il suo diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero, ma se qualcuno che si fosse tanto per dire espresso liberamente contro Beppe Grillo, il malcapitato avrebbe tutto il diritto di essere terrorizzato se il destino gli riservasse in sorte di finire sotto le grinfie di quel magistrato grillista. E se un giudice comunica con interviste, manifesti, cortei, petizioni i propri giudizi anche radicali, come si può onestamente esigere che altri cittadini, di opinioni opposte alle sue, non nutrano sospetti sulla mancanza di indipendenza, imparzialità, equanimità di chi istruisce indagini o giudica nei tribunali? Apparire imparziali, oltreché essere imparziali: magari. Ma se un giudice irrompe platealmente nella discussione politica, allora deve consentire che altri lo giudichino con il metro e il lessico della valutazione politica. Se un giudice tratta il presidente del Consiglio come un avversario politico, non può pretendere che il presidente del Consiglio tratti anche lui, e con la stessa intensità ostile, un avversario politico. E se tornassimo ai fondamentali, al giudice che, severamente chino sui testi di diritto, parla solo attraverso le sentenze maturate nel riserbo, oppure per mezzo di ponderosi e dotti saggi da pubblicare sulle riviste di giurisprudenza, proprio quelle ostiche, irte di tecnicismi, cariche di dottrina, così lontane dal trambusto sonoro ed effimero di un eterno girotondo?
Da:corriere.it 0 commenti Accedi per commentare l'articolo
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