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Contrastare l'immigrazione clandestina con il codice penale è come spegnere un incendio con un ventaglio. Non serve a nulla, tranne che a dare lavoro agli avvocati (loro – io tra quelli – saranno contenti) ed agli uffici giudiziari e forze dell'ordine (che lo saranno meno).
La questione fondamentale alla base del problema immigrazione clandestina non è impedire che i clandestini arrivino, è trovare un modo legittimo ed efficace per mandarli via quando non si comportino bene. Infatti, non è possibile impedire che arrivino perché questa attività dovrebbero farla i Paesi da cui i clandestini partono che, ovviamente, sono Paesi su cui l'Italia non può esercitare alcun potere diretto. Certo, l'Italia può cercare di fare accordi con quei Paesi per favorirne il contenimento dell'emigrazione, magari promuovendo investimenti che creino richiesta di lavoro locale, per cui gli aspiranti migranti possano essere indotti a non partire, ma non molto di più. Quando i clandestini partono non li si possono cacciare indietro, per due ragioni: quando i clandestini si trovano in aree internazionali, come il mare Mediterraneo se, come normalmente succede, si trovano su bagnarole che stanno a galla per miracolo scatta l'obbligo di assistenza ed i clandestini sono necessariamente portati in salvo in Italia. Se, invece, i clandestini si trovano già in Italia, non li si possono rimpatriare per il semplice motivo che, nella maggioranza dei casi, essi sono senza documenti di identificazione e, quindi, non vi è la prova della loro nazionalità. Senza la prova della nazionalità nessun Paese straniero li accetta e, dunque, non possono che restare in Italia. Come si vede, il problema è serio. Si può risolverlo, con il buon senso, ma occorre superare degli steccati ideologici. Il primo steccato ideologico è quello della punizione dell'immigrazione. Non serve a nulla, come già sottolineato. Chi emigra clandestinamente è, nella maggior parte dei casi, un disperato che non ha quasi nulla da perdere e non si farà certo impressionare dalla prospettiva di qualche mese in galera, vitto ed alloggio pagati. Il secondo steccato è quello del furto di lavoro ai danni dei lavoratori italiani. I lavori a cui ambiscono i clandestini sono, nella maggior parte dei casi, lavori che gli italiani non vogliono fare: braccianti agricoli, muratori, manovali, badanti e collaboratori domestici. Per questi lavori vi è una domanda superiore all'offerta sul mercato del lavoro e, quindi, ben vengano i lavoratori stranieri a soddisfarla. Superati gli steccati ideologici occorre il buon senso, e qui veniamo ad un punto critico, lo ammetto. La considerazione di partenza è che se non puoi combattere l'avversario occorre allearcisi. L'applicazione di questo principio al caso specifico potrebbe essere quella di abolire qualsiasi tipo di barriera all'immigrazione, rendendo legale per tutti gli immigrati il soggiorno in Italia e consentendo a tutti di lavorare regolarmente, a condizione che gli stranieri si identifichino con documenti nazionali validi. In questo modo, essendo stati preventivamente identificati, gli immigrati potrebbero essere facilmente rimpatriati tutte le volte che fosse accertato che gli stessi hanno commesso reati. Il problema della sicurezza sarebbe risolto: al reato accertato sarebbe possibile provvedere all'espulsione vera, e non alla pantomima dei decreti di espulsione di carta straccia. Senza contare che la regolarizzazione del lavoro di tanti immigrati inciderebbe positivamente sulle entrate dello Stato italiano. Non ci sono alternative, salvo un'idea ribalda e vendicativa: espulsione di tutti i clandestini in Spagna, visto che loro sono così bravi a trattare il problema. Potremmo farlo, approfittando del trattato di Schenghen che ha abolito i controlli alle frontiere: gli spagnoli non si accorgerebbero di niente, almeno per un po', chissà poi cosa farebbero con i nostri immigrati a casa loro?
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