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Io sto per l'autodeterminazione del Kosovo |
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Scritto da Marco Cavallotti
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lunedì 18 febbraio 2008 |
Sulla questione del Kosovo, come ogni volta che si presenta il problema di ridisegnare le carte geografiche di un continente dalla storia antica e sofferta come l'Europa, si sono formate le due solite, tradizionali scuole di pensiero.
Si tratta di due visioni che hanno un loro senso e un loro peso indipendentemente dalle contingenze, a prescindere dalla "opportunità" di scissioni o fusioni, dalla prospettiva che si apre per questa o quella nuova formazione statale. Da un lato sta chi ritiene che uno Stato possa vantare diritti in qualche modo superiori o precedenti rispetto a quelli dei cittadini, dall'altro chi pensa che uno Stato abbia un senso e una ragion d'essere solo in base al fatto che esistono gruppi di cittadini che desiderano in qualche modo condividere un destino unitario. Vengono poi, su un altro livello, le considerazioni contingenti; l'opportunità di una fusione o di una rottura, le prospettive economiche, il ruolo che potrà svolgere questa o quella nuova compagine statale nel concerto delle Nazioni e nel quadro geopolitico... Ma mescolare le osservazioni di carattere generale e di principio con quelle di opportunità è sempre un cattivo servizio per una valutazione serena. Sul piano generale e dei principi, debbo anzitutto chiarire che lontano come sono da una concezione hegeliana dello Stato – sia essa di destra o di sinistra – io propendo per l'autodeterminazione dei popoli: pur comprendendo benissimo i problemi colossali che implica e genera questo semplice concetto di origine mazziniana, calato nella polveriera d'Europa, in una zona del nostro continente dove il numero delle etnie e delle culture conviventi è alto, e scarsa la sedimentazione storica degli eventi, che abbia potuto smussare gli attriti. È comunque difficile che in un contesto simile, che è stato fomite di una mezza dozzina di guerre locali e non negli ultimi 150 anni, possa allignare e prosperare un concetto nazionale di tipo svizzero, in cui le ragioni per l'unità non si trovano nell'etnia o nella religione, ma nella comunanza di territorio, di valori civili e di storia. No, non è così semplice. Ma non è semplice nemmeno immaginare che le vicende della politica internazionali possano risolversi al tavolino come al Congresso di Vienna, o secondo il solo interesse dei vicini o meno vicini amici e protettori. E poi, con che diritto vorremmo sederci a quel tavolo e decidere per i diretti interessati, insieme al solito Putin vittima della sindrome da impero perduto? Il Kosovo sarà l'ennesimo staterello balcanico delinquente, esportatore di armi droga e puttane? Da che cosa lo dobbiamo dedurre? Dal fatto che gli albanesi, si sa, sono tutti delinquenti, mentre i Serbi rappresentano la civiltà? O non piuttosto fatto che già abbiamo sentore dell'interesse manifestato dalle organizzazioni malavitose italiane o europee per una soluzione di indipendenza? Non correrei tanto in fretta, non sempre le cose vanno come si teme: la piccola Slovenia se la sta cavando benone, pur con qualche concessione al suo nazionalismo semibalcanico; e la stessa vituperata Albania sembra muoversi sempre più in fretta verso standard di democrazia e di crescita accettabili. Del resto le cose non sono mai andate tanto bene fra Cechi e Slovacchi, come dal momento della loro separazione. Occorrerà semmai chiedersi come fare per consentire e favorire la crescita di una società libera in tutti i Balcani, che costituiscono, anche se lo abbiamo dimenticato, una parte essenziale d'Europa. Abbandonando magari quell'ottica centralista e potenzialmente statolatrica che perfino per le vicende che animano la vita politica italiana appare datata.
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