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L'ultima chance del premier Stampa E-mail
Scritto da Massimo Franco   
martedì 22 gennaio 2008
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La domanda è se ha archiviato il centrosinistra o preso atto che era già finito. Perché fino a «prima», nel senso di prima dell'inchiesta giudiziaria sull'Udeur e prima delle dimissioni da ministro della Giustizia, Clemente Mastella è apparso una sorta di pretoriano di Romano Prodi. Per questo, nella sua accelerazione di ieri c'è un salto che solo i prossimi giorni potranno spiegare. In teoria, dopo l'annuncio che il suo partito esce dalla maggioranza, si è aperta una crisi virtuale. Rimane da capire se il suo obiettivo è davvero quello delle elezioni, oppure un altro governo.
Soprattutto, bisogna vedere se Prodi getterà la spugna: prospettiva tutt'altro che scontata. Mastella tenta di zittire quanti diffidano della sua perentorietà; e aspettano di assistere all'epilogo. Qualcuno è andato a spulciare i casi nei quali un premier dato per politicamente morto alla fine è sopravvissuto a se stesso. Suona magari vagamente blasfemo citare gli otto governi di Alcide De Gasperi dal 10 dicembre del 1945 al 28 luglio del 1953. Ma ci sono altri casi. Ad esempio, i due governi presieduti da Giovanni Spadolini dal 28 giugno del 1981 al 13 novembre del 1982. Poi la coppia di esecutivi di Bettino Craxi fra il 4 agosto del 1983 e il 3 marzo del 1987. E i due di Giulio Andreotti dal 1989 al luglio del 1992.
Era un'altra Italia. E l'ipotesi che Prodi possa riemergere indenne da uno scarto così violento ieri suonava inverosimile. Eppure quel decennio convulso alla fine del secolo scorso anticipava la crisi del sistema: come quella odierna, sebbene con protagonisti diversi per statura e storia. Il cardinale Angelo Bagnasco ha parlato di un Paese ridotto in «coriandoli»: un eufemismo solo apparente, che dà il senso dello spappolamento. A guardar bene, il gesto politico dell'Udeur lo riflette e insieme lo moltiplica: fino a far nascere sospetti fra chi a sinistra tende a vedere complotti vaticani contro l'Unione. In realtà, Mastella non provoca ma rivela la lacerazione del centrosinistra.
E per paradosso, difende Prodi e accusa Walter Veltroni, il segretario del Pd. Per il primo ci sono parole generose: anche se palazzo Chigi ammette che da due giorni non riusciva a parlare con l'ex ministro. Eppure, la determinazione del premier a non dimettersi fino a un voto di sfiducia continua ad apparire feroce. Il suo piano lucidamente disperato è di presentarsi oggi in Parlamento, sfidando ciò che resta dell'Unione. L'estrema scommessa è di convincere gli alleati che dopo di lui arriverebbe il diluvio elettorale berlusconiano.
Sarà l'ultimo tentativo di magìa del Professore, di fronte ad un pubblico ormai, più che scettico, nervosamente disincantato.
Da: corriere.it
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