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Nel senso che la guerra irakena potrebbe essere ad una svolta. Molte volte, da quando è cominciata la guerra dell’Iraq, il mondo si è chiesto se essa sia stata una buona o una cattiva idea.
La seconda ipotesi è stata tanto largamente prevalente da pensare che Bush si sia ostinato a lasciare lì l’esercito esclusivamente per non ammettere il proprio errore: mentre i suoi soldati continuavano a morire, mentre gli americani in maggioranza avrebbero amato il disimpegno, mentre la presenza delle forze alleate in quel paese rendeva gli Stati Uniti invisi a tutto il mondo musulmano. È andata così per anni e per anni non si è visto alcun serio miglioramento. Si è anzi potuto prevedere che, come in Vietnam, la guerra si concludesse con la vittoria del nemico semplicemente perché l’opinione pubblica americana si era stancata.Tutto questo è storia. Da qualche mese c’è tuttavia una novità che, se confermata, potrebbe ribaltare tutto ciò che si è pensato e detto. Pare che la strategia del generale David Howell Petraeus, applicata all’incirca dal mese di febbraio, stia dando dei risultati incredibilmente positivi. Non se ne parla molto perché i media, ovviamente, danno notizia dei disastri, non della normalità; e poi sull’Iraq sono comprensibilmente poco pronti a credere ad un’alba di pace. E tuttavia non solo gli attentati (e i morti) sono in costante calo, anche per la migliorata efficienza della polizia irakena, ma si delinea da un lato una sorta di alleanza fra sciiti e sunniti contro i terroristi e al Qaeda, dall’altro un clima di fiducia. Gli irakeni vivono molto più normalmente di prima e molti profughi tornano in un paese che considerano pressoché tranquillo. Al riguardo è opportuno leggere l’articolo riportato in nota. Molti secoli fa Creso chiese a Solone di andarlo a trovare e, trovatoselo davanti, gli sciorinò davanti la sua potenza e la sua ricchezza, chiedendogli infine se non fosse l’uomo più felice del mondo. Solone rispose che non poteva saperlo perché il re non era ancora morto e le somme si possono tirare solo quando tutto è concluso. Come poi la storia dimostrò allo stesso infelice Creso, aveva largamente ragione. Nello stesso modo, mentre per anni le prefiche hanno già pianto tutte le loro lacrime su questo infortunio statunitense, le persone ragionevoli si sono sempre astenute da ogni compiaciuto catastrofismo come da ogni wishful thinking, cioè da un ottimismo privo di basi. Oggi, alla luce degli ultimi avvenimenti, si potrebbe propendere per le speranze: ma è meglio non posare a profeti. Si rischia sempre una brutta fine. Se il successo fosse confermato, se la guerra si concludesse con un Iraq democratico e prospero, il suo esempio sarebbe una spina nel fianco di tutte le autocrazie e teocrazie mediorientali. Sarebbe la realizzazione di quella speranza geopolitica che a nostro parere fu la molla prima della guerra stessa. Attualmente non rimane che aspettare e vedere. L’unica considerazione seria è che la storia è del tutto imprevedibile e si capisce come mai i greci credessero al Fato. Per andare in una certa direzione, gli uomini fanno l’impossibile e a volte ci riescono, a volte no, come se una forza superiore decidesse per loro. Bush aveva concepito la guerra d’Iraq come un’operazione breve e sicura, cui sarebbe conseguito un ribaltamento (in senso democratico) dell’intero Medio Oriente; si è invece trovato sulle braccia una guerra sanguinosa, interminabile e impopolare. Dunque tutti lo hanno dato perdente. Ora con Petraeus le cose potrebbero cambiare completamente, la previsione potrebbe essere smentita per la seconda volta. La guerra di Bush che prima era stata vinta, poi era stata persa, ora la guerra potrebbe essere di nuovo vinta. Contro il Fato, nemmeno Zeus aveva potere. www.pardo.ilcannocchiale.it Verso “il punto di culmine”. Petraeus ha (ri)liberato l’Iraq e blindato i confini. Ora testa le mire dell’Iran. Il comandante spiega al WSJ la guerra: “Gli iracheni hanno capito che cosa è al Qaida e le hanno voltato le spalle” “Cala il flusso dei miliziani”. Roma. David H. Petraeus, comandante dei soldati americani nel nuovo Iraq, si è lasciato sfuggire un passaggio eccezionale nell’intervista concessa al Wall Street Journal due giorni fa: “Abbiamo una formula per stimare quanti combattenti stranieri arrivano ogni mese. Pensiamo che ci sia stata una riduzione di circa un terzo, forse anche di più, ma è un dato che otteniamo per approssimazione basandoci sul numero degli attacchi suicidi, che spesso sono opera di stranieri. La nostra intelligence dice che c’è una diminuzione nel loro flusso”. Meno arrivi da fuori, meno attentati, meno stragi di iracheni. La formula candida del generale spiega in un colpo solo quattro anni interi di guerra in Iraq, tagliando fuori le discussioni – che pure in Italia ci sono state e hanno occupato pagine di giornali – sulla “resistenza irachena” e su da che parte fosse più accettabile pendere, se da quella dei marine o da quella dei tagliatori di teste. Al Qaida è un’organizzazione senza stato che, dopo l’intervento militare della Coalizione contro Saddam Hussein nel 2003, ha trasformato l’Iraq nel suo campo di tiro. Ogni autobomba è stata un messaggio ideologico e un successo di immagine, pagato molto più caro dagli iracheni che non dagli americani. “Ora i sunniti in Iraq guardano ad al Qaida per quello che è, un movimento ultraestremista in stile talebano – dice Petraeus – e gli hanno voltato le spalle”. Tra i fattori che hanno contribuito a indebolire i terroristi il comandante cita anche accordi taciti con la Siria. Prima dalla frontiera con l’Iraq i volontari passavano indisturbati. “Ora è molto più dura per un maschio in età militare atterrare all’aeroporto di Damasco con in tasca soltanto il biglietto di andata”. Il secondo passaggio importante dell’intervista è quando il generale racconta le promesse fatte ad alto livello dal governo di Teheran a quello di Baghdad sulla questione delle forniture di armi, denaro e addestramento alle milizie. Promesse che confermano esplicitamente la regia e il controllo degli iraniani dietro a una parte delle violenze in Iraq. “Ci sono state parole inequivocabili sull’appoggio esterno alle milizie, che cesserà. Noi abbiamo qualche dubbio. Stiamo aspettando, francamente, di vederne le prove”. Nella versione di Petraeus è stata la ferocia cieca di al Qaida a provocare l’altro lato del problema iracheno: gli squadroni della morte sciiti. “Certamente ha innescato violenze etnico-settarie orribili e ha dato un pretesto alle milizie estremiste di parte sciita. Ma da quando la prima minaccia è stata rimossa – ma ha una capacità di rigenerarsi con cui dobbiamo misurarci – sta venendo meno anche il sostegno alle milizie estremiste, perché si tratta fondamentalmente di gang, criminali violenti, emotivi, rozzi e armati. La riduzione di questa minaccia è significativa, anche se c’è ancora ”. Petraeus, che sa che ogni sua parola avrà un impatto politico sulla data di rientro delle truppe a Washington, è cauto: “Il progresso si accumula con il tempo. Non c’è un interruttore della luce. La situazione irachena non scatta da cattiva a buona. Passa da cattiva a meno cattiva”. Il generale in congedo Robert Scales, ex comandante dell’Army War College, è invece libero di parlare con meno cautele. Appena tornato dall’Iraq, dove è andato a controllare a che punto è il piano di Petraeus, dice che “in questa guerra potremmo presto raggiungere il ‘punto di culmine’”. Il punto di culmine è quando il vantaggio passa da una parte all’altra in modo così netto che il finale diventa irreversibile. Il perdente può ancora infliggere perdite, ma ha perso ogni possibilità di vittoria. “Come fu la battaglia delle Midway contro i giapponesi, o quelle di El Alamein e Stalingrado contro i nazisti o Gettysburg nella Guerra civile americana. La sola questione – dice Scales – diventa quanto ancora durerà la guerra e quale sarà il conto finale del macellaio”. Il generale dice che il punto di culmine è un fatto psicologico, non fisico. “Tutti i comandanti con cui ho parlato a Baghdad mi hanno detto che c’è stato un grande cambio di umore rispetto a febbraio, quando Petraeus annunciò che avrebbero combattuto il nemico riprendendosi la capitale dalle mani di al Qaida”. Il piano consisteva nello spingere i soldati fuori da basi enormi e relativamente sicure per sparpagliarli tra i quartieri più violenti. La presenza di questi avamposti temerari funzionò, attrasse gli abitanti e li incoraggiò a passare informazioni sul nemico. Per vincere la battaglia di Baghdad, Petraeus allargò il perimetro di sicurezza al di fuori della capitale. A maggio dispose le truppe in quattro “cinture” concentriche attorno alla città. I suoi soldati riuscirono a sottrarre i paesotti satellite e la periferia all’influenza di al Qaida, e a strozzare così il passaggio di rifornimenti: compresa “la via delle autobombe”, che da officine esterne faceva arrivare i mezzi fino nel cuore di Baghdad. Per Scales, uno dei momenti decisivi fu giugno. “Il nemico fece un errore. Sentendo di perdere a Baghdad, si spostò a Baquba”, che la propaganda zarqawista indicava come “la capitale dello stato islamico dell’Iraq”. Era l’ultima occasione di mantenere i collegamenti con la capitale. Gli americani risposero con l’operazione Arrowhead Ripper. Alla fine di luglio, l’arroccamento a Baquba si rivelò un errore strategico: al Qaida fu costretta alla fuga, senza più nascondigli e appoggio popolare, e con molti dei suoi leader catturati o uccisi. Negli spazi aperti dei deserti del nord, come dimostra l’ottimo bilancio di ottobre, i combattenti di al Qaida sono diventati facili bersagli per le incursioni delle Forze speciali. Il punto di culmine, mette in guardia Scales, non è stato però ancora raggiunto sul piano politico. “Ci vorrebbe la stessa urgenza di cui sono stati capaci i generali Petraeus e Ray Odierno per riunire la nazione e tirarla indietro dal bordo dell’annientamento”. Il problema politico è lontano dalla soluzione. Petraeus si dice scontento, perché il governo sciita ancora non si occupa a tempo pieno della sicurezza nelle zone sunnite e per ora non concede un’amnistia generale agli ex funzionari del partito Baath, che permetterebbe loro di tornare a lavorare in ruoli pubblici. Anche i giornali liberal americani si accorgono degli spettacolari miglioramenti in corso nel paese. Anche se alcuni con un certo ritardo. In fondo, ogni autobomba che esplode in Iraq è un colpo ben assestato contro la politica estera di Bush. Ieri Repubblica ha tradotto un reportage del giornale liberal per eccellenza, il New York Times, che racconta una Baghdad dove – dall’arrivo di Petraeus, dieci mesi fa – la situazione della sicurezza è completamente cambiata in meglio. Però il quotidiano di Largo Fochetti dimentica di tradurre un paio di passaggi importanti. Rimediamo noi: “Per la prima volta in due anni, la gente si muove libera per la maggior parte della città. Dopo più di cinquanta interviste fatte in tutta Baghdad, diventa chiaro che, anche se ci sono ancora zone interdette, gli iracheni fanno la spola tra aree sciite e aree sunnite per lavoro, shopping o per andare a scuola, qualcuno anche quando viene buio. Nei quartieri più stabili di Baghdad le donne laiche vestono come piace a loro. Le bande che accompagnano i matrimoni suonano di nuovo in pubblico e in un pugno di negozi di liquori una volta chiusi i clienti fanno la fila fregandosene collettivamente dei vigilantes dell’esercito del Mahdi”. Eppure fino a poco tempo fa il corrispondente americano di Repubblica, Vittorio Zucconi, definiva il piano Petraeus così: “Lasciare che le tribù arabe si scannino tra loro”; il rapporto del generale davanti al Congresso “un intervento di make up”, e l’arrivo di Bush nella provincia pacificata di al Anbar “un atterraggio in mezzo al deserto”. 0 commenti Accedi per commentare l'articolo
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