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Il bla bla al massimo livello |
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Scritto da Gianni Pardo
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lunedì 29 ottobre 2007 |
Secondo Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, nel nostro paese i livelli retributivi «sono piu bassi che negli altri principali paesi dell'Unione europea».
E questo provoca, a cascata, una serie di inconvenienti: i consumi sono anch’essi bassi; si produce poco; c’è poco lavoro per le fabbriche; diminuiscono i livelli occupazionali e insomma la ricchezza nazionale ne risente malamente.
Secondo il Governatore, per porre rimedio alla situazione, bisognerebbe riformare le regole dell’economia e della spesa pubblica. Vaste programme, ma plausibile. In che direzione, tuttavia? Bisogna, dice l’illustre oratore, “aumentare l'efficienza e la competitività della produzione interna, sostenere i redditi e i consumi delle famiglie, assicurando la crescita dell'economia”. Belle parole. Come spesso avviene, si indicano i fini e non i mezzi per perseguirli. Quando poi l’oratore scende sul concreto, non è che le cose vadano molto meglio. Si parla di una riforma “coraggiosa” del sistema d’istruzione, in particolare superiore. E che significa? Che bisognerebbe bocciare i somari? E lo si dice così, en passant? Ci si rende conto che si dovrebbe rovesciare una tendenza che dura da quasi quarant’anni, esattamente dal ’68?
Draghi indica però altri scopi da perseguire; in materia di flessibilità del lavoro, per esempio: “Vi sono modi, sperimentati anche in altri paesi, per contemperare le esigenze di imprese competitive con le aspirazioni dei lavoratori che entrano nel mercato, con i [loro] bisogni di stabilità». Vi sono modi. Bisognerebbe conoscerli. E c’è il botto finale: «un innalzamento dell'età effettiva di pensionamento può ricostruire l'equilibrio fra attesa di vita, attività lavorativa e modelli di consumo». E anche qui, chi dice di no? Siamo tutti d’accordo. Ma non sono d’accordo i partiti di estrema sinistra, attualmente, e proprio loro sono in grado di bloccare il parlamento.
Inoltre, se domani Berlusconi tornasse al governo, non sarebbero più solo i partiti comunisti a bloccare l’azione governativa, ma anche i moderati di sinistra, uniti in una guerra santa contro Berlusconi: checché faccia. Incluso il bene del paese.Mario Draghi da un lato dice delle cose inutili: finché non si indicano i mezzi, ci si è limitati agli auspici, con atteggiamento benedicente da monsignore; dall’altro dice cose irrealizzabili in concreto, un po’ come quando i topi avevano deciso, per evitare gli agguati del gatto, che uno di loro andasse ad appendergli un campanello al collo.
Tutto questo è molto triste. Il Governatore, sicuramente, non è uno sciocco. E se dice cose che possono ragionevolmente essere smontate in poche righe, significa che non può dire altro. Significa che ci sono ben poche speranze. L’Italia non può essere salvata non perché non se ne conoscano i problemi, non perché non si conoscano almeno un paio di soluzioni, a cominciare per esempio dell’innalzamento dell’età pensionabile, ma perché questo infelice paese è prigioniero delle ideologie e della demagogia. Cosa veramente strana, se si guarda alla storia.
L’Italia non ha conosciuto la Riforma. Un po’ per la presenza del Papa, un po’ per un viscerale disinteresse per lo spirito, la Riforma le è passata sulla testa senza che si accorgesse della sua esistenza. Mentre altrove nasceva l’Illuminismo, l’Italia rimaneva provinciale, marginale, formalmente cattolica più per abitudine che per sincera convinzione. Persino il Risorgimento è stato un fatto di pochi e non di popolo. Se esso è arrivato a buon fine è più per via di politica internazionale e per l’abilità di un grande politico come Cavour che per autentica lotta popolare e per meriti guerreschi. E tuttavia, questo popolo che non si è interessato né di Dio, né della Dea Ragione, né della Nazione, né di niente, s’è alla fine entusiasmato per qualcosa: il socialismo. Probabilmente perché non l’ha percepito come una teoria (quanti, fra quelli che votano a sinistra, saprebbero definire il plusvalore?) ma come un modo per ottenere più denaro. Il potere dei sindacati e il fascino delle idee di sinistra si spiegano con queste ricadute concrete. Si sono ammantate le speranze monetarie con paroloni come giustizia sociale, rivendicazioni sindacali, servire il popolo ecc. e in fondo s’è sempre trattato di una semplice richiesta: “dateci più soldi”. Non importa se lavoriamo o battiamo fiacca, non importa se l’impresa è prospera o rischia il fallimento (esemplare la vicenda dell’Alitalia), non importa nulla, di ciò che concerne l’economia in generale, come scienza e come situazione del paese: importa solo che “vogliamo di più”. Luciano Lama, corifeo di questa mentalità, arrivò all’affermazione storica ed indimenticabile che “il salario è una variabile indipendente”. Indipendente dal fatto che l’impresa possa permettersi di pagarlo. Come se, in caso di dissesto, l’impresa le banconote potesse stamparle.
Il trionfo di questa semplice ideologia ha condotto a perdere di vista ogni atteggiamento razionale. I sindacati – così come i partiti di estrema sinistra – hanno capito che il loro successo non è commisurato al bene del paese, e nemmeno al bene dei lavoratori, ma alla rigidità con cui sostengono le tesi più assurde e demagogiche. “Vogliamo più soldi”. E poiché anche i partiti moderati sono intimiditi, nessuno osa sostenere, per esempio, che o l’Alitalia ridiviene produttiva, facendo perdere ai suoi dipendenti molti indebiti vantaggi, oppure chiude. E se non si ha la forza politica di dire questo, e di agire di conseguenza, come si può pensare di riformare l’Italia?
Forse per questo Draghi ha fatto un discorso da Papa. Un discorso che ci aiuterà forse a guadagnarci il Paradiso, ma non su questa terra.Gianni Pardo,
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