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La pensione dei padri ricade sul futuro dei figli Stampa E-mail
Scritto da Antonio Golini   
mercoledì 04 luglio 2007
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Quelli che avranno 57 anni alla fine di quest’anno e che sono coinvolti nella così controversa questione dello scalone, hanno mediamente figli di età compresa fra i 25 e i 30 anni, che in larga parte, magari precariamente, sono impegnati in una qualche attività lavorativa. Se loro, i padri, vedranno lo scalone abolito e andranno in pensione a 57 anni dal 1° gennaio 2008, allora da quella stessa data i contributi previdenziali che i figli verseranno ogni mese, contribuiranno a pagare da subito la pensione dei padri e continueranno a pagarla per decenni a venire.
Infatti un maschio di 57 anni può ancora aspettarsi di vivere ancora per circa 23 anni e se quando muore nel 2030 lascia una vedova, quest’ultima potrà aspettarsi che la sua pensione di reversibilità continui ancora ad essere versata per ulteriori circa 10 anni. Così che questi ragazzi contribuiranno a pagare la pensione dei loro genitori per un totale di circa 33 anni, per quasi tutta la loro vita lavorativa. E questo sempre che la longevità non continui ad aumentare, come è successo negli ultimi decenni, di 3-4 mesi per ogni anno di calendario; il che vuole dire che lungo i 33 anni di versamenti, la vita dei genitori potrebbe allungarsi ancora di vari ulteriori anni.
Dopo poco che quei figli prima giovani adulti, poi adulti e poi giovani anziani avranno terminato di pagare una quota di pensione dei propri genitori (e di quella di tutti gli anziani che come i loro genitori saranno andati in pensione precocemente) sarà il loro turno di andare in pensione. Allora si troveranno a convivere con così ridotte schiere di adulti, che li seguono nel ciclo delle generazioni e che non potranno assicurare loro una pensione pari a quella che loro hanno assicurato ai loro genitori.
Una pensione, quest’ultima, che è dell’ordine di circa il 70-80 per cento dell’ultimo salario; a loro verrà infatti riservata una pensione dell’ordine del 30-40 per cento dell’ultimo salario. Il fatto è che qualche volta si perde di vista il fatto che il primo, fondamentale pilastro della pensione è sì calcolato, per le generazioni che verranno, con il sistema contributivo, ma continuerà a essere pagato con il sistema a ripartizione, quello in vigore oggi (il sistema per il quale, in ogni anno, le rendite di chi sta in pensione vengono pagate con i contributi di chi sta al lavoro). Ecco perché andare in pensione a 60, e poi progressivamente sempre più tardi, riduce il periodo durante il quale i figli pagano una più ricca pensione ai padri.
Nell’età al pensionamento dei padri c’è quindi in primo luogo una fondamentale questione di equità intergenerazionale – dei rapporti fra figli e anziani in pensione, non soltanto i loro padri ma anche gli anziani che non hanno potuto aver figli o, per una scelta di vita, non hanno voluto aver figli –, ma non meno importante c’è anche una questione di sopravvivenza del sistema economico. Attualmente i lavoratori di età 55-60 anni superano di numero quelli di età 25-30 anni e se, malauguratamente, i primi andassero tutti in pensione in quella fascia di età, allora il sistema economico potrebbe risentirne sensibilmente nella sua struttura produttiva e perciò indebolirsi, senza che questo vada a favorire tangibilmente l’occupazione dei giovani che, assai più istruiti degli anziani, tendono a rifiutare i loro posti, in generale considerati poco graditi e poco pagati e perciò largamente occupati dagli immigrati stranieri.
C’è in secondo luogo una preoccupazione forte della Unione europea, che infatti, specie tramite Almunia, continua a lanciare messaggi di convinta preoccupazione per la possibile insostenibilità economica e finanziaria del sistema Italia, sia per l’onerosissimo nostro debito pubblico, anch’esso scaricato sulle generazioni a venire, sia per l’oneroso nostro sistema pensionistico. La preoccupazione europea, quella di Bruxelles, si somma a quella di singoli partner dell’Unione, per esempio la Gran Bretagna che in riunione bilaterali già qualche anno fa esprimeva con vigore questo tipo di preoccupazione. La inquietudine dei partner più forti e dell’intera Unione risiede nella circostanza che un’eventuale rovinosa caduta dei conti pubblici e dell’economia italiana avrebbe ripercussioni pesantissime sui conti e sull’economia dell’intera Unione, e quindi dei suoi partner più forti.
il Messaggero, 4 lag 2007
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