Scadenze IMU, primo versamento entro il 15 giugno, saldo entro metà dicembre

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Dopo l’ennesima fiducia richiesta da Monti al Senato,  torna alla Camera per altre modifiche il decreto-legge semplificazioni fiscali n° 16\2012, che contiene anche l’IMU.

L’importo dell’IMU sugli immobili è costituito da due parti distinte: una viene definita direttamente dallo stato, l’altra dai comuni dove l’immobile è situato. La quota stabilita dallo stato è già stata fissata, quella dei comuni invece ancora non è stata deliberata. Per far fronte alle problematiche che possono derivare da questa situazione poco definita, è stato stabilito il seguente metodo di pagamento:

Primo versamento entro il 15 giugno, calcolato sull’aliquota base del 4 per mille, nel caso di prima casa comprensivi di box di pertinenza, della rendita catastale rivalutata del 5 % (X 1,05 )e moltiplicata per 160. Dalla somma totale bisogna detrarre 200 euro e 50 euro per figlio convivente ( di età non superiore ai 26 anni) e dividere per due.

Per le seconde case comprensivi di box non di pertinenza invece il 7,6 per mille della rendita catastale rivalutata del 5 % (X 1,05 ) e moltiplicata per 160 e dividere per due. Per i locali adibiti a negozi il 7,6 per mille della rendita catastale rivalutata del 5 % (X 1,05 ) e moltiplicata per 55 e dividere per due. Per i locali adibiti a uffici e studi professionali il 7,6 per mille della rendita catastale rivalutata del 5 % (X 1,05 ) e moltiplicata per 80 e dividere per due.

Entro i primi di agosto l’esecutivo potrà avere il resoconto dell’effettive entrate dell’anticipo versamento e ritagliare le aliquote sulla base del gettito prefissato di 21 miliardi di euro. Il decreto Salva Italia da la possibilità ai comuni di portare delle modifiche alle aliquote sia in ribasso che in rialzo fino ad un massimo di 0,2 punti percentuali per le prime case e 0,3 punti percentuali per altri immobili e seconde case

Saldo entro il 16 dicembre

Imu di Roma 5 per mille sulla prima casa, al massimo sulla seconda

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Roma, l’aliquota Imu sulla prima casa sarà del 0,5%, soluzione media rispetto allo 0, 4%base. Sulla seconda casa sarà invece il massimo, 1,06%, più 0,3% rispetto all’aliquota base. E’ lo stesso sindaco Alemanno ad ammettere che l’Irpef sui cittadini capitolini, a parte il pugno delle 90.000 famiglie esenti dal tributo rifiuti, è la più alta d’Italia. D’altronde il debito della Capitale, di sistemazione in sistemazione è un’eredità in perenne crescita fissato per ora ai 12,4 miliardi, ma considerato da altri addirittura di 20. Lo 0,4% delle imposte va appunto in debito pregresso ma i 656 milioni di euro derivanti dall’Imu non serviranno ad abbassare il debito. Nel bilancio 2012 di Roma Capitale approvato in Giunta, la spesa corrente aumenta di 107 milioni (20 milioni in più ai municipi, secondo il trend generale di crescita della spesa pubblica. Quando si prova a risparmiare su questo versante, si entra nella nebulosa. L’impegno a spendere di meno sui dipartimenti, sulle auto blu, sui compensi a dirigenti ed amministratori, e sulle missioni di servizio come a concentrare ancora di più gli acquisti nella relativa Centrale Unica è un deja vu ripetuto qui come altrove a tutti i livelli della gestione pubblica. Scoraggianti i risultati previsti, in parte nemmeno quantificate per esiguità, in parte risibili, come i 40 milioni di minori spese, i 20 milioni di risparmi fiscali conseguenti alla concentrazione delle municipalizzate ed altri 40 di minori opere pubbliche. In tutto 100 milioni, nel contesto bruscolini. Basti pensare che il patrimonio comunale, così soggetto a occupazioni e degrado non verrà venduto, anzi costerà  61 milioni in più. Preoccupazione, paura e subbuglio suscitano le paventate privatizzazioni delle società comunali, il cui primo passo, secondo il meccanismo adottato vent’anni fa per l’Iri, è la concentrazione di Atac e Ama nell’unica Holding Roma Capitale Solo la Uil di Angeletti ha apprezzato (“evento più unico che raro”) l’innovativa presenza annunciata di rappresentanti dei lavoratori negli organismi dell’holding (CdA e Commissone Controllo). Una scelta del futuro, mentre i temi del mercato del lavoro infuocano gli animi. Alemanno non è nuovo a importanti aperture di questo tipo, basti pensare alla Fondazione Roma Welfare per una gestione comune del welfare cittadino con i sindacati. Purtroppo queste aperture sempre contestate pregiudizialmente da Cgil, si sono in passato arenate anche per lo scarso coraggio dimostrato dell’amministrazione di Roma. Già la Fondazione era un primo caso che rischia di abortire sul budget di 2 milioni. La bozza di accordo sindacale per ora concordata, precisa la Uil va anche  nella riduzione degli sprechi e dei costi della politica. Se le si vuole cercare si possono trovare note positive. Per esempio, la previsione di minori multe automobilistiche, in calo per 70 milioni La benzina ormai in vista dei due euro al litro forse sta risolvendo in parte ma dolorosamente l’annoso problema del traffico. La viabilità pretende però sempre 188 milioni di investimenti, l’ambiente 269 milioni ed il trasporto 750 milioni, senza contare le metropolitane. Altra nota di rilievo riguarda l’Acea esclusa dalla holding, Qui il Comune dal 51% scenderebbe al 30% incassando 200 milioni; gli altri soci, la francese Gdf Suez (11,5%) e F G. Caltagirone (16,23%) potrebbero trovarsi Cassa Deposito e Prestiti come partner. Ovviamente il partito dell’acqua pubblica è già sul piede di guerra. Eppure il patto di stabilità.concede margini di spesa limitatissimi di soli 350 milioni, investimenti di soli 1,3 miliardi, tagli statali di 260 e regionali di 148 milioni (118 milioni sul trasporto e 30 milioni sul sociale): resta solo il privato da cui ci si attende quasi 2 miliardi di investimenti.

Più che risparmi sparagnini, la via obbligata è ridurre i dipartimenti, i dirigenti, gli immobili e le partecipazioni pubbliche, nonché le occupazioni politiche dei teatri Valle e Volturno . Il Campdoglio non può dire che “lavora per ridurre al minimo le tasse”. Per ora le alza quando i modi di chiudere una spesa permanente di interessi a carico dei romani c’è. Inseguire i temi cardine degli avversari o sostenere tiepidamente i propri non paga. La privatizzazione di quanto pesa come improduttivo s’impone; alla luce del sole, con la trasparenza dei numeri e dei fatti permessa oggi dalle tecnologie Internet. Sulle scelte tra sviluppo e blocchi contrari, il sistema Campidoglio può muoversi largamente con le parti sociali, nel modello di partecipazione dei lavoratori coinvolti, che risponde a criteri di governance moderni ed efficaci. Basta che applichi e sostenga la via già annunciata ma poi non intrapresa con decisione. Il no alle olimpiadi del governo Monti è stata una doccia ancora più gelata per Roma che non la neve di febbraio e potrebbe indurre Alemanno a minori tentennamenti. Il bilancio approvato, gonfio di nera fiscalità alla ricerca dei perduti 730 milioni, lo dimostra solo per sparuti bagliori di luce

Troppi cavilli sull’ICI alla Chiesa di Massimo Teodori

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L’Italia è il paese dei cavilli che nascono ai confini dello Stato di diritto; e il mondo ecclesiastico ha in materia un’esperienza millenaria. Ora, il presidente Monti è intervenuto direttamente per mettere ordine sull’Ici alla Chiesa, e non solo, sostenendo a ragione la netta separazione tra le attività commerciali e quel che non lo sono. Un provvedimento opportuno da sostenere senza riserve (ma non c’era già una norma simile?), come del resto le altre decisioni del governo prese sotto la spada dell’Europa, pronta a sanzionare i comportamenti illegittimi dell’Italia.

Ma il diavolo, anche sotto specie di cavillo, si nasconde nei particolari. L’attuazione della norma, che in teoria definisce la separazione del commerciale dal non commerciale, necessita in pratica di specificazioni, distinzioni, eccezioni, come è già richiesto  dai gestori delle molteplici attività del mondo cattolico. Il governo perciò, per l’applicazione dell’Ici, emanerà un decreto del Tesoro e tre linee guida interpretative, mentre nel frattempo è stata acquietata la Comunità europea che vuole ficcare il naso sull’ambiguità dei nostri affari.

Sono molti i concetti contenuti nella zona d’ombra del provvedimento che avranno bisogno di un’interpretazione: che cos’è “attività sociale”? Quando sussistono i criteri di “solidarietà” e “sussidiarità”? Perché a proposito delle attività non commerciali si è aggiunto l’avverbio “concretamente”? Dove comincia e dove finisce il non profit? Quanto tempo occorrerà per valutare i requisiti stabiliti per l’esenzione dell’Ici di diecimila scuole cattoliche? E’ facile prevedere una stagione ricca di ricorsi, lungaggini, comitati di studio, vertenze fiscali, commissioni bilaterali, tribunali amministrativi, e via elencando. E, localmente, come si fa ad evitare che i controllori coincidano con i controllati, bianchi o rossi che siano?

Con Monti abbiamo sperato di essere usciti dal paese dei cavilli per entrare nella legalità: e per gran parte è così. Ma per l’Ici alla Chiesa permane il dubbio di essere su un binario rettilineo.

Tutto risolto? Anche no! di Federico Punzi

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da L’Opinione 1 marzo 2012

L’Imu porta un’eredit di problematiche che forse in passato si erano sottovalutate. Ci si è accorti, infatti, che l’Imu metterebbe letteralmente in ginocchio un pilastro essenziale del nostro sistema educativo e di welfare, costituito da scuole e strutture sanitarie private, principalmente cattoliche, e più in generale il terzo settore, il cosiddetto “no profit”, la cui rilevanza sociale è riconosciuta dalla legge.
pensare che le strutture sanitarie e di assistenza appartenenti a enti ecclesiastici sono 4.712, di cui 1.853 ospedali e case di cura, 136 ambulatori, 121 medi o grandi ospedali; le scuole paritarie cattoliche sono 9.371, a cui sono iscritti 740 mila alunni (dati 2010/2011). Di queste, 6.228 materne, cui vanno aggiunti 399 nidi d’infanzia.
Siamo proprio sicuri che gli interventi governativi volti a chiarire l’area di esenzione dall’Imu per le attività cosiddette “non commerciali” sciolgano una volta per tutte le ambiguità? Il rischio, purtroppo, è che le opacità di cui soprattutto la Chiesa è accusata di approfittarsi siano soltanto trasferite da una terminologia ad un’altra, e che le polemiche siano soltanto rinviate ad una fase di più conflittuale dialettica politica rispetto alla melassa che oggi circonda il governo Monti.
Sbaglia chi riduce tutto ad una questione meramente fiscale. La soluzione individuata ha a che fare con la concezione che abbiamo di servizio pubblico, con il ruolo dell’iniziativa privata e del profitto nel nostro Paese. Ci si è accorti che l’Imu metterebbe letteralmente in ginocchio un pilastro essenziale del nostro sistema educativo e di welfare, costituito da scuole e strutture sanitarie private, principalmente cattoliche, e più in generale il terzo settore, il cosiddetto “no profit”, la cui rilevanza sociale è riconosciuta dalla legge.
Basti pensare che le strutture sanitarie e di assistenza appartenenti a enti ecclesiastici sono 4.712, di cui 1.853 ospedali e case di cura, 136 ambulatori, 121 medi o grandi ospedali; le scuole paritarie cattoliche sono 9.371, a cui sono iscritti 740 mila alunni (dati 2010/2011). Di queste, 6.228 materne, cui vanno aggiunti 399 nidi d’infanzia.
Tutti abbiamo ben presente quale sia l’offerta pubblica gestita da enti statali (i cui immobili adibiti alle medesime funzioni sono ovviamente esenti dall’imposta), e dunque comprendiamo l’importanza che sia affiancata da realtà private. L’Imu minerebbe la loro stessa esistenza, o comunque ne limiterebbe di molto l’accessibilità da parte delle famiglie, ad ulteriore danno di un fattore di sviluppo cruciale come l’occupazione femminile, ma anche di libertà costituzionali come quella educativa e di cura.
Che fare? Il principio esposto dal premier Mario Monti in Commissione Industria del Senato sembra abbastanza chiaro: chi fa profitto, paga l’Imu; chi non fa profitto, non lo paga. Magari fosse così semplice. L’imbarazzo è evidente: come giustificare agli occhi dell’opinione pubblica il fatto che l’Imu sia dovuta per la prima casa, quella nella quale si abita, da cui non si ricava alcun profitto e la cui funzione sociale è eclatante, indiscutibile, mentre vengono esentati enti che richiedono rette e conti da migliaia, e in alcuni casi decine di migliaia di euro, che ricevono finanziamenti regionali, investono soldi, danno lavoro, sono governati da consigli di amministrazione e dirigenti ben retribuiti, in poche parole che funzionano come un’impresa? L’idea è che per rendere socialmente accettabile l’esenzione dall’Imu di tali meritevoli attività basti etichettarle come “concretamente non commerciali”, in poche parole “no profit”.
Il criterio base ovviamente è il riconoscimento di rilevanza sociale e che eventuali avanzi di bilancio non rappresentino in alcun modo profitto, ma ulteriore sostegno all’attività, didattica o di assistenza. Ma questa definizione può reggere, o al contrario apre la strada a ulteriori equivoci, fraintendimenti, e quindi contenziosi giuridici? Si può, nell’ambito di una stessa imposta, tassare alcuni soggetti sulla base del mero possesso di un bene, ed esentare altri sulla base della sua non redditività (all’atto pratico solo presunta)? E siamo sicuri che la rinuncia a qualsiasi forma di profitto non si riveli, alla lunga, un danno per gli stessi privati impegnati nel “sociale”? Molte comunissime attività economiche possono rivendicare la loro valenza “sociale”.
Il nostro ordinamento riconosce il beneficio, in termini di reddito, ricchezza e progresso sociale, derivante da qualsiasi attività, purché non sia contraria alla legge e alla pubblica sanità e sicurezza. E tali attività possono trovarsi in pareggio o, peggio, in perdita, quindi in “no profit”, per semplice incapacità imprenditoriale a stare sul mercato.
Non sono forse “servizio pubblico” e non hanno rilevanza sociale una farmacia, lo studio di un avvocato, o una ditta di trasporti? E se concludessero il loro anno in pareggio, o in perdita, non dovrebbero anch’essi venire esentati dall’Imu? Giustificando con l’assenza di profitto l’esenzione da un’imposta di natura patrimoniale, cioè sul possesso di un bene, si apre una evidente contraddizione.
L’impressione è che imporre l’etichetta “no profit”, non commerciale, per concedere a un privato che fa servizio pubblico un’esenzione fiscale, nasconda il perpetuarsi nella nostra società, e nella nostra classe di tecnici e di politici, di un pregiudizio sfavorevole alla libera iniziativa economica e al profitto.
Continuiamo a pensare che un servizio è pubblico solo se direttamente gestito dallo Stato; un privato può farlo, a patto che si organizzi come un ente statale e rinunci al profitto. La legge 62 del 2000 sulla parità scolastica fissa standard non solo formativi e qualitativi, ma anche organizzativi, col rischio di riprodurre nel privato sprechi e inefficienze statali; ora alle scuole paritarie si chiede di rinunciare al profitto se non vogliono pagare l’Imu.
Se poi qualche euro di profitto ci scappa, com’è fisiologico in una gestione efficiente, lo Stato è pronto a chiudere un occhio, purché non si dica, e l’ipocrisia “no profit” non sia smascherata. La cultura cattolica condivide lo stesso pregiudizio negativo nei confronti del “lucro” e ciò spiega almeno in parte perché in Italia siano prevalentemente enti ecclesiastici – più inclini al compromesso e più solidi economicamente – a operare nel settore educativo e nella sanità privati.
Nel futuro prossimo, se non altro per motivi demografici, lo Stato non avrà le risorse per provvedere ad una sempre più forte domanda di eccellenza educativa, di formazione permanente, e di assistenza alla popolazione anziana. I privati devono entrare nel settore educativo e del welfare.
E costringerli a scegliere tra rinuncia al profitto e più tasse non è il miglior incentivo. Il profitto deve entrarci, perché il servizio pubblico, la funzione sociale espletati traggono ancora più forza da un’organizzazione economica che prevedendo il profitto tende alla propria sostenibilità finanziaria e imprenditoriale.
Riguardo gli immobili in cui si svolgono attività promiscue, sia commerciali che non commerciali, l’emendamento del governo rischia di non mettere fine alle opacità, laddove prevede che l’esenzione sia limitata alla sola “frazione” di unità nella quale si svolga l’attività di natura non commerciale, e cioè che si pagherà l’Imu solo sulla porzione utilizzata a fini commerciali.
Ma come calcolare, e soprattutto chi dovrà calcolare le frazioni? Basterà un’auto-dichiarazione del proprietario, vincolata ad un meccanismo ministeriale di individuazione del rapporto proporzionale tra attività commerciali e non esercitate all’interno di uno stesso immobile. Il cui rispetto però dipenderà da controlli ex post.
Le polemiche non finiranno qui.

Imu, laici e pii di Davide Giacalone

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Da miscredente cresciuto in Italia, quindi in un Paese che intreccia la propria storia con quella vaticana, è inevitabile che nel mio sangue scorra qualche goccia di anticlericalismo. E’ una presenza che non mi piace, la considero un residuato tossico del passato. Di quella caratteristica genetica trovo traccia anche nella pubblica discussione sull’imposizione dell’Imu agli edifici ecclesiastici, come se tassare sia laico, mentre esentare sia pio. La via fiscale all’espiazione non mi convince punto.

Intanto perché non mi piacciono i raggiri, e questo lo è, sotto diversi aspetti. Lo è l’imposta in sé: nata come Isi (governo Amato, lo stesso del prelievo notturno dai conti correnti), ovvero imposta dove la “s” stava per “straordinaria”, mentre ce la ritroviamo stabilizzata come eterna; poi ridenominata Imu, dove la “u” sta per “unica”, salvo il fatto che si accompagna a molte altre. Lo Stato laico mente dicendo, peggio dell’ecclesiastico e vile Don Abbondio, con il suo latinorum. Il raggiro sta anche nell’imposizione: già prima le attività religiose dovevano pagare, ma godevano d’esenzione per tutti quegli immobili adibiti ad attività “non esclusivamente commerciale”, dopo di che è facile immaginare che praticamente tutto rientrava nell’eccezione; ora si gira la frittata e l’esenzione scatta solo per le attività condotte “con modalità non commerciale”, e nel caso di uso misto si dividono i metri quadrati e si paga per quota parte. Non ci vuole Nostradamus per immaginare il ginepraio che ne verrà fuori. Non a caso il governo sostiene che il gettito reale sarà calcolabile solo a consuntivo, che è come dire: non abbiamo la più pallida idea di come funzionerà e quanto genererà. Mistero, ma non della fede.

Ammettiamo che si riesca, nel Paese manzoniano di Azzeccagarbugli, a definire efficacemente il concetto di “modalità commerciale”, e ammettiamo che d’ora in poi gli istituti religiosi paghino. Domandiamoci: è giusto? Sono le risposte scontate quelle che m’inquietano, perché nascondono trappole micidiali. Meglio uscire dall’astrazione e venire alla realtà: molte iniziative religiose fanno concorrenza sleale ad albergatori e ristoratori, perché offrono servizi analoghi e patiscono tassazione inferiore. Non è giusto ed è bene che la cosa si sani. Nel caso dell’istruzione, però, ci troveremmo in una realtà rovesciata, perché le scuole pubbliche non pagano l’Imu. Le scuole religiose, del resto, sono (giustamente) attività commerciale, nel senso che chiedono soldi alle famiglie, quindi dovrebbero rientrare fra i pagatori, ma rientrandoci si crea una disparità.

Abbiamo alle spalle già sessanta anni di discussioni sulla previsione costituzionale, contenuta nell’articolo 33, circa la libertà di aprire scuole private, ma “senza oneri per lo Stato”, che ha prodotto un doppio onere per le famiglie, ove decidano d’usare la libertà di scegliere la scuola dei propri figli. Ma non è questo il guaio principale, bensì il doppio vincolo che ha asfissiato il mercato della cultura e della formazione, portando i soldi a finanziare ordini religiosi o disordini laici. Sappiamo tutti che fra gli istituti religiosi ve ne sono di qualità, ma aperti solo a chi se lo può permettere, mentre fra i laici ce ne sono tanti che servono solo a far passare gli esami. Non ha mai funzionato la previsione costituzionale circa le borse di studio per “i capaci e i meritevoli” (articolo 34), mentre l’ottusa permanenza del valore legale del titolo di studio ha fatto proliferare oragizzazioni truffaldine e aduse alla diffusione dell’ignoranza. A pagamento.

Rispetto a questa realtà dovrei, da miscredente, rallegrarmi per il fatto che le scuole cattoliche subiranno una tassazione sconosciuta alle statali? Non mi rallegro proprio per nulla, anche perché mi rimangono due sospetti: a. che la definizione di “commerciale” richiederà l’intervento di Giuseppe Gioacchino Belli; b. che si finirà con l’esentare le madrase mussulmane, in omaggio ad una laicità demente, che considera libertà l’adesione a culti diversi e asservimento la pratica cattolica. Non mi rallegro perché l’utilità collettiva non deriverà mai da un uso punitivo dell’imposizione, ma da una legislazione sollecitativa della libera concorrenza. Anche nella cultura, certo. Una concorrenza che gioverebbe molto alla scuola pubblica, fin qui, assai poco laicamente, più santificata che valorizzata.

Imu alla Chiesa dal 2013: il testo dell’emendamento

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Imu alla Chiesa dal 2013: il testo dell’emendamento

Da IL Sole 24Ore

Si compone di quattro commi il testo dell’emendamento del Governo al decreto liberalizzazioni, presentato in Commissione Industria al Senato. Il provvedimento stabilisce che saranno esentate dal pagamento dell’Imu solo le parti degli immobili che non svolgono attività commerciale.

Ecco il testo integrale: «Dopo l’articolo 91, inserire il seguente: Articolo 91 bis. Norme sull’esenzione dell’imposta comunale sugli immobili degli enti non commerciali.
Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/WVBm

La revisione delle rendite catastali

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La revisione delle rendite catastali parte dall’assunto che il valore dell’alloggio sia oggi superiore al 250% della sua rendita catastale. Allo studio una formula complessa per allineare i dati ed adeguare le imposte. Prevista dal giugno 2013 la dichiarazione IMU con ridefinizioni delle detrazioni applicabili solo ad un immobile per famiglia

Che Rapallo non sia inutile

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L’Opinione 3 marzo 2012

Non è troppo a Nord, Rapallo. Liguria, ma ad un tiro di schioppo comincia la Toscana, quella strana, carrarina, anarchica, repubblicana, ma anche terra di Ferri e di Barani, esponenti della socialdemocrazia “di destra”. Non è troppo al Nord, Rapallo ma qui il sindaco è un leghista, l’avv. Mentore Campodonico, eletto nel 2007, classe ’62. Qui si esce dal terreno delle ipotesi, dei proclami, delle mozioni. A Rapallo, l’aliquota per la rediviva Ici, la nuova Imu, l’imposta sulla prima casa è stata fissata, allo 0,3%; allo 0,56% quella per gli alberghi che qui lavorano quasi tutto l’anno ed allo 0,86% quella per le seconde case.

La riduzione delle tasse è stata fin dall’inizio del nuovo centrodestra del Tigullio un suo cavallo di battaglia, non solo di chi respingeva la tradizione preesistente della parte liberale ma anche delle componenti cattoliche, nordiste e socialdemocratiche. Tutti costoro hanno infatti sempre considerato il prelievo fiscale come fonte di sostentamento non solo per la naturale continuità delle istituzioni e dei servizi pubblici ma anche per il mondo di propaganda e di repressivo controllo nei confronti dell’iniziativa e libertà personali.

Nei fatti il centrodestra, pur preso dall’angoscia di non avere sufficiente sostegno, in cerca di continui nuovi alleati da compensare a caro prezzo, ha nell’ultimo anno di governo raggiunto anche un attivo di bilancio pubblico, proseguendo nella tradizione di finanza creativa inaugurata negli anni ’90 ma sempre nell’innalzamento di spese ed entrate. Ma poi i tantissimi enti pubblici sciolti, le procedure cancellate, i regolamenti semplificati sono semplicemente tornati com’erano; ed il relativo voto parlamentare è risultato nullo davanti all’opera continua amministrativa e giudiziaria che ha sistematicamente resuscitato quanto era stato soppresso da governo e maggioranza di centrodestra. Ultimo esempio, la Corte Costituzionale ha bocciato la norma che imponeva alle Regioni colpite da calamità di aumentare i tributi prima di poter avere aiuti statali.

Una delle poche cose riuscite è stata la compressione della spesa pubblica locale che nel 2011 è calata globalmente del 2% assestandosi a 64 miliardi per i Comuni e 11 per le Province, con un taglio del 5% per le grandi città. Anche qui però la tirata di cinghia locale è stata annullata dal contemporaneo scialare delle aree autonome, regionali e non, la cui spesa di 150 miliardi segna un corrispondente aumento del 5%. Di centrodestra è stata la mano della semplificazione, della soppressione di enti, del rigore; e di centrodestra, oltre che di centrosinistra, è stata anche la mano opposta che ha scucito la notte quanto filato di giorno. Se a ciò si aggiunge il completo controllo delle Corti e delle agenzie da parte del partito della spesa burocratica, si ottiene il risultato finale di un senso di frustrazione generale, nella considerazione che neanche le vittorie politiche ed elettorali possano servire a cambiare il corso delle cose.

Il popolo non voleva la tassazione sulla prima casa, e su questa bandiera concreta ma anche simbolica della diminuzione delle tasse, unica strada per abbassare l’incredibile spesa pubblica di 800 miliardi, si era attestato il centrodestra della vittoria del 2008. Sulla sua reintroduzione come sull’abbassamento delle pensioni, a prescindere dai contributi versati da imprese e lavoratori, si è imposta la wave finanziaria ed europea introdotta dal governo Monti. L’Imu, secondo uno studio Uil, costerà per le prime case alle coppie senza figli tra i 130 ed i 500 €. Non essendo progressiva, costerà €100 euro in più a chi ha un reddito fino a €23mila, come 9 milioni di pensionati, e solo sette euro a chi arriva ai 90mila. In termini assoluti per le prime e seconde case costerà € 511 e € 1351 a Roma, 476 e 1285 a Milano, 459 e 1252 a Bologna, 337 e 1022 a Firenze e 331 e mille a Rimini. Gli aumenti saranno solo per i redditi di dipendenti e pensionati, ad incasso invariato per il lavoro autonomo.

Sarebbe apparsa dunque coerente una forte reazione a tutti i livelli, contraria alla reintroduzione dell’imposta sulla casa che per di più nella nuova versione non solo arriva all’importo di 28 miliardi rispetto agli 11 originari, ma è destinata non più, come in precedenza, solo ai Comuni, in quanto il 50% per lo Stato. Invece, a parte qualche sprazzo qua e là, qualche appello, qualche conferenza stampa di giovani eletti senza particolare peso nel Pdl, non si è assistito a barricate paragonabili a campagne già viste per esempio a sinistra su argomenti assai più risibili, dalla minacciata libertà di stampa alla difesa del corpo delle donne. Neanche gli organi di stampa più schierati, che già spesero tonnellate di inchiostro su giornalisti cattolici o su case monegasche, si sono decisi ad un minimo di campagna, come se le tesi già sostenute si fossero afflosciate come bandiere appese in giornate afose senza alito di vento.

Ad inizio anno il Tea Party, il movimento giovanile di Giacomo Zucco che prova a rilanciare il partito liberale di massa, ha proposto ai consiglieri di richiedere aliquote più basse, come la legge permette ai Comuni di fissare entro marzo: quote ridotte che consentirebbero di manifestare contrarietà all’imposta, oltre a far risparmiare i cittadini, senza necessariamente intraprendere l’eversiva disobbedienza civile, invocata dal sindaco di Vittorio Veneto, il leghista Gianantonio Da Re. Non sembra tuttavia che l’appello del TP sia direttamente collegato alle iniziative individuali sparse qua e là. Ad oggi ad Alessandria la consigliera Pdl Alessandria Locci ha presentato una mozione per la riduzione al coefficiente minimo dello 0,2% dell’Imu; ugualmente ha fatto a Conegliano (TV) la collega Marina Buffoni (Pdl) ed a Bolzano il leghista Conti; mentre in Toscana l’hanno annunciata per 70 comuni i giovani consiglieri Pdl Torselli, Giannotti (Forte dei Marmi), Tomasi e Petrucci (Pistoia), Bedini (Pisa), Banchelli (Prato), Zecchi (Montemurlo), Amorese (Massa), Angelini (Grosseto) e Tucci (Siena).

L’iniziativa più importante è però apparsa a Roma, nell’ambito ex AN, dove Fedeli nel municipio IX ha trascinato il consiglio a maggioranza di sinistra verso lo 0,2% e dove il presidente Commissione Sicurezza Fabrizio Santori ha presentato una sua mozione d’identico senso lanciando anche una campagna di raccolta firme tra i cittadini. Si tratta di azioni non solo estemporanee, ma anche viste negativamente dalle diverse componenti del centrodestra. Il TP cerca il sostegno solo di esponenti considerati liberali o ex Forza Italia, la Lega guarda solo nei suoi confini e la gran parte del Pdl tentenna con flebili sostegni, attendendo una pronuncia del vertice. Si tratta di un comportamento che non solo disconosce la possibile unitarietà di un grande partito gollista all’italiana, ma che, malgrado i tanti enunciati, tiene più alle bandierine dell’appartenenza di componente che alla concretezza delle cose. Non a caso i più giovani sono accorsi con gioia alla rediviva polemica martintremontiana, evidente non sense utile solo ai Santori della situazione. Tanta miopia in occhi giovanili, che dovrebbero avere un focus ancora elastico, non fa ben sperare. Ora la decisione di Rapallo, passo effettivo, è importante ed attorno ad essa dovrebbe stringersi tutta l’area politica unita dall’obiettivo di tasse più basse. L’auspicio è che non manchi l’acume politico necessario tra i tanti vecchi e nuovi leader dei sempre più numerosi pezzi di quest’area. Altrimenti anche la scelta di Rapallo, Nord o Sud, sarà inutile.

La nuova Imu sarà il triplo della vecchia Ici

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-03-08/nuova-sara-triplo-vecchia-063756.shtml?uuid=Abi5kJ4E

Il primo tassello è imposto dallo Stato, il secondo è chiesto dai Comuni che nella grande maggioranza stanno studiando incrementi di aliquota per cercare di far quadrare i bilanci. Chiusa la prima fase della partita del decreto fiscale, che non ha portato le correzioni chieste dai sindaci ma solo un impegno del Governo a concedere agevolazioni in agricoltura, le amministrazioni iniziano a fare i conti e i responsi sono spesso a senso unico: aumenti dell’aliquota, salvando quando si può l’abitazione principale che comunque già paga lo scotto di uscire dall’esenzione quasi totale in vigore fino allo scorso anno.

Le decisioni non sono definitive, perché l’ennesima proroga (obbligata) ha spostato al 30 giugno i termini entro cui chiudere i preventivi 2012 e fissare le aliquote di tributi e addizionali, ma la strada pare segnata, soprattutto al Nord dove
di Gianni Trovati – Il Sole 24 Ore

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Imu, il Pdl romano non sa decidersi

Il Municipio IX comprende i quartieri Appio-Latino, Metronio e Tuscolano, 8 kmq2 e 134mila residenti, è una piccola municipalità che ruota attorno a  Piazza dei Re di Roma, delimitata  dalle Mura, dalla Ferrovia e dalla zona archeologica dell’Appia Antica. E’ capitanata da una giunta di sinistra (10 consiglieri PD, 4 Sel,. 8 Udc, 2 Api vs i 14 Pdl, ed uno Destra) e dalla presidente l’argentina Susana Ana Maria Fantino, detta Susi, che prima delle precedenti esperienze di assessore si occupava di cooperazione in particolare per l’Africa, passione sempre lontana e vicina dell’animo della Roma rossa.

Malgrado tali equilibri, il consigliere municipale Roberto Fedeli (PDL) è riuscito a far approvare all’unanimità una mozione di riduzione dell’aliquota della tassa Imu al minimo possibile del 2 per mille sulla prima casa nel municipio. Il documento votato la scorsa settimana è stato trasmesso al Sindaco Gianni Alemanno e alla Giunta di Roma Capitale. La proposta è la medesima della campagna lanciata dal Tea Party, nata in Versilia nei comuni di Forte dei Marmi e Seravezza, grazie ai consiglieri Fabio Giannotti e Riccardo Cavirani, analoga a quelle presentate a dal consiglieri comunali PDL di Prato Gianluca Banchelli e di Montemurlo Cosimo Zecchi.

Il Tea Party chiede a tutti i Comuni di prelevare il minimo di quella che fu l’Ici facendo saltare parzialmente i conti d’incasso del governo Monti. Il decreto infatti prevede che si paghi come base lo 0,4% del valore catastale dell’immobile se prima casa e lo 0,76% se seconda o terza e così via. I consigli comunali possono però variare in aumento o diminuzione di 0,2 % l’aliquota dello 0,4%.

Non fa meraviglia che esponenti del centrodestra cerchino di limitare la tassazione della prima casa, visto che “L’abolizione del pagamento della tassa sulla prima casa nel 2008 fu forse una delle poche cose significative fatte dal governo Berlusconi”, come dichiara Giacomo Zucco, portavoce nazionale del giovane movimento Tea Party, coscienza critica di tutte le inadempienze del Pdl di governo. Quello che meraviglia è il voto degli esponenti Pd del municipio IX che in teoria non avrebbe dovuto sostenere la battaglia del consigliere ex An Fedeli. CGIL infatti ha subito visto nell’IMU che dovrà essere definita entro marzo dai Comuni “un possibile strumento di politica abitativa”.

Fatto è che il sindaco Alemanno ha fatto presente che Roma come le città in generale dovrà rinunciare a c.a 1, 4 miliardi di trasferimenti statali. Quindi il Pdl romano, seguendo il sostegno che il partito dà al governo Monti, applicherà il massimo dell’aliquota base Imu, cioè 0,6%, una media di € 650 per abitazione principale., il 30% in più rispetto all’Ici 2007. Il Municipio IX quindi ha espresso da sinistra una posizione contraria al Comune di destra, sostenendo una mozione di destra contraria al governo centrale di centrosinistra nascosto. Non solo è grande la confusione per gli elettori ed per il 90% di famiglie proprietarie di case. Grandissima lo è nel popolo Pdl le cui tante anime sono tutte contrarissime al presente esecutivo e non comprendono il vertice che lo sostiene, tanto più che le cose stanno inclinandosi sulla piega peggiore e che le sparate degli ultimi giorni sul futuro + 10% di Pil sono panzane gigantesche, mai sfiorate nemmeno dal Berlusconi barzellettiere.

La confusione deve trovare una chiusura chiarificatrice. Plaudendo alla mozione Fedeli-IX Municipio per l’aliquota IMU 0,2%, il consigliere di Roma Capitale Fabrizio Santori (Pdl) classe ’76 forte di 4mila voti personali, presidente della Commissione Sicurezza, sta sostenendo in ultima istanza la campagna del Tea Party. Santori come il TP parla di nuova odiosa tassa Imu ed ha ribadito che L’imposta sulla prima casa deve necessariamente essere mantenuta al minimo; annunciando una mozione in Campidoglio per l’aliquota più bassa. Uomo ex An, fedele sostenitore di Alemanno, amico del centro giovanile Casa Europa, Sartori sa di sostenere l’animo duro della ex Forza Italia? Di condividere una battaglia del TP? E quali iniziative pensa di prendere se Alemanno non lo ascolterà? Sartori ha lanciato nei mesi scorsi la campagna Salviamo la Politica di fronte alla dilagante sfiducia. Sull’Imu dovrebbe chiedere e chiedersi come salvare l’acefalo Pdl stesso.