L’acchiappasogni

Molto tempo prima, ma anche dopo, che arrivasse l’uomo della televisione, in un villaggio campano alle falde del Vesuvio, viveva una giovane cassintegrata il cui nome era Pommarola Rosè. Un giorno, la piccola scrisse una lettera al direttore dell’Ultimo Gracchiar della Sera dicendo, in sostanza: «Caro direttore, quando scende la notte e io m’appisolo davanti al televisore, arriva un corvaccio nero come la pece a portar via il mio sussidio di disoccupazione, becca dentro il mio borsellino e mangia le mie brioche, spargendo le briciole da tutte le parti, finché non arriva un signore, che ha la camicia bianca e la cravatta rossa, leggero come il vento, che gli fa bau e lo cacci via. Ma non capisco cosa sia tutto questo».

Con grandissimo affetto inter-regionale, il direttore in persona dell’Ultimo Gracchiar della Sera, allertato dal ricettore delle e-mail socio-sentimentali, dopo aver sentito il bruco buonista, si sedette davanti alla tastiera, cosa che faceva solo quando doveva insinuare sul maestro d’equitazione, e compilò la seguente dolce risposta: «Le cose che immagini di fronte allo schermo catodico si chiamano sogni e l’uccello nero che arriva è soltanto un’ombra, che rappresenta il male del buio capitalismo; invece, il signore che vedi con camicia bianca e cravatta rossa è uno che ha studiato in un paese lontano e irrompe nel sogno per salvarti». Dopo aver tirato su col naso, e schiacciato una stilla che aveva bagnato la zucca pelata, il direttore, dopo un po’ di pensare, continuò la sua opera. «Vedi, dolcissima Pommarola Rosè, il signore della cravatta rossa è nobile e generoso e non si aspetta che tu gli dia alcuna frazione del tuo sussidio, ma devi capire, anche lui, come noi, deve mangiare e sono sicuro che gli sarai riconoscente». Dopo questo essenziale messaggio, e dopo una grattata dove si deve, iniziò una parte ancor più complessa: quella che, in essenza, diceva: «Sognare vuol dire vivere una vita bellissima e creder nei sogni, pur fittizi, è quasi reale. Fantasticare è, credimi, la sublime realizzazione della donna moderna. Ma i sogni devono essere buoni, mica come quello che hai fatto, che forse dipende dal numero del canale che guardavi dormiente; per fortuna il sogno è stato salvato dal valoroso in rossacravatta che, come sai, ti salva e protegge dal capitalismo. Anch’io, ti confesso, ho trascorso un periodo fantastico, chiamato sessantotto, e devo assicurarti che certi sogni proprio ti tirano su, come una tazzettiella ‘e caffè. Ma per tua garanzia, ti scongiuro: non giochicchiare più col telecomando: guarda solo i programmi che fanno sognare le ombre rosè». (send)

Pommarola Rosè rispose (reply col palmare): «Ma io ho tanta paura, vorrei esser sicura di vedere solo le ombre rosè, che sono buone». (send)

Il saggio vecchio signore, che sapeva in cuor suo che sarebbe stato ingiusto chiedere alla giovane cassaintegrata di guardare solo certi canali, inventò una rete tonda per pescare i sogni nel lago della notte catodica, poi diede all’oggetto un potere magico: riconoscere i sogni buoni, cioè quelli che aumentano la credulonaggine e fanno  rimanere piccini piccini, da quelli cattivi, cioè quelli consueti e realisti. Il direttore dell’Ultimo Gracchiar della Sera chiamò poi quell’aggeggio dream-catcher e suggerì a Pommarola Rosè di appenderlo all’amplificatore d’antenna. Man mano che il tempo passava, Pommarola Rosè abbelliva l’acchiappasogni con i ricordi dei sogni passati: un posto fisso al catasto, la vincita alla lotteria, la pensione dopo tre anni, un bacio di Maradona, la partecipazione a mi manda rai3, una casa diventotto stanze, e così via discorrendo. Da un pezzo, se si abbioccava con un programma del canale ventuno o anche diciotto, perché esausta voleva cambiare, vedeva un bruco affettuoso che le sorrideva come un pretozzo e, quando si riprendeva, l’apparecchio era sintonizzato sull’uno o sul tre.

Alla ragnatela dell’acchiappasogni il direttore dell’Ultimo Gracchiar della Sera aveva assegnato il compito di catturare e trattenere tutti i sogni fatti da Pommarola Rosè: quelli positivi, il dream-catcher li doveva affidare al filo delle perline (le forze della natura) che li fa credere veri. Quelli negativi invece, che disturbano l’illusione e danno consapevolezza, li doveva consegnare alle piume d’uccello che li portano  molto lontano, disperdendoli tra i surgelati d’un remoto iper-coop.

Pace, Pace

Alice oggi è distratta e non riesce a seguire la lezione di storia: per lei è più divertente intrecciare le margherite e giocare con Oreste, il suo gattino. E ancora più divertente è immaginare un mondo dove anche gli animali e gli oggetti possono parlare. Un Paese delle Meraviglie che si può vedere solo con la fantasia…

Vorrei un mondo di pace, disse il bimbo al signore col grosso sigaro in bocca. Dopo un po’, il bambino si accorse che il signore del sigaro non era solo, ma c’era, dietro un albero, coperta da un velo di nebbia, una vecchia signora con uno scialle di ermellino. Lui era sceso da una macchina col motore tonante, lei era in mezzo alla neve vicino a una slitta. Entrambi scotevan la testa, uno vicino l’altra lontano, dicendo … certo bambino, la pace, la pace.

L’uomo col sigaro disse: hai ragione bambino, io, che amo la pace, vado in giro pel modo a persuadere gli uomini a smettere di litigare, e vendo un po’ d’armi ai buoni cosicché possono indurre i cattivi a diventare migliori. Ora, piccole guerre convertono il mondo a pace e giustizia. Il bambino lo guardava confusa ma intuiva che presto, quando si sarebbe mutato in adulto, il mondo sarebbe stato come voleva: un mondo di pace!

Ma, un momento! Che cosa ci fa lì un coniglio bianco (anzi, un Bianconiglio) con il panciotto e un grande orologio? Sta correndo e continua a ripetere: “E’ tardi! Ho fretta!” Alice vorrebbe parlare con lui per chiedergli dove sta andando.

Ad un certo punto il bambino vide un signore con un gran cappello che camminava veloce e si fermò, ma solo un secondo, per dire: sta attento, bambino, è vero che ci sono i cattivi ma convincerli a diventar buoni è difficile. È come nel fiume, i pesciolini di tutti i colori voglion la pace, ma ci sono i piraña a guastare la festa. Vedi, anch’io sono andato a una guerra, grande, anzi grandissima, per fare la pace, ma a un certo punto se non scappavo come un coniglio: quasi i piraña mi mangiavano vivo. Ma poi, per fortuna, m’han detto che i piraña sono stati dispersi. E subito dopo, il signore col grande cappello sparì dentro un portone.

… La bambina atterra in un corridoio scuro e vede un’ombra fuggire dietro l’angolo. “Signor coniglio, mi aspetti!” grida. Macchè: quel buffo animale continua a correre.

Dietro d’un angolo uscì, zoppicando, un cane negro e un po’ malnutrito che disse: io sono appena tornato da una guerra e non mi è piaciuta per nulla. Ci sono troppi cattivi che non rispettano niente e nessuno, e fanno un monte di guai. Bisogna trovare un modo migliore, che non riesco a trovare. Fare la guerra per fare la pace non ha molto senso, ma fare la pace per combatter la guerra nemmeno. Io, se devo dire la verità, sono vecchio, e anche stanco di prendere botte e ho anche una zampa di dietro che si trascina …, se permetti, me ne vado a dormire.

Non resta che seguirlo in quel posto così strano! Arrivata davanti a una porta piccolissima, Alice afferra la maniglia e… “Ohi!” esclama la serratura, sentendosi… presa pel naso! Dopo un attimo di stupore, la bambina chiede alla serratura di lasciarla passare per raggiungere Bianconiglio.

Mentre il bambino parlava con l’uomo e col cane, la signora con l’ermellino aveva chiamato una volpe parlante e spiegava che voleva, anzi doveva, vender pellicce, ma l’uomo col sigaro aveva inventato un nuovo tipo di stufa e ne produceva in gran quantità. Il mercato delle pellicce era in pericolo. C’erano clienti che avevano freddo e non volevano raccogliere legna, ma l’uomo del sigaro diceva che erano cattivi. Le armi che aveva dato a chi voleva le stufe li stava quasi finendo e, con loro, il traffico delle pellicce.

La volpe, che era una volpe, trovò la soluzione e disse d’un tratto alla vecchia con l’ermellino: «Se ti aiuto mi dai quattro pellicce? Di agnello bianco … no, anzi, nero ricciuto, Astrakan, cosi quando m’avvicino a un pollaio, nessuno si accorge che ci sono io». La vecchia non ci mise solo un secondo, lei di Astrakan ne aveva a bizzeffe e ammazzarne quattro, ma anche duemila, non era un problema, e allora accettò.

Ma poi si accorge di essere troppo grande per quella porticina tanto stretta. “Nulla è impossibile!” le dice allora la serratura, invitandola a prendere la bottiglia che c’è sul tavolo. “Quale tavolo?” domanda Alice guardandosi attorno. Eccolo: è apparso all’improvviso! Sopra c’è una bottiglietta con la scritta BEVIMI.

La volpe doveva mimetizzarsi un po’ prima di parlare al bambino e sembrare simile all’uomo col sigaro, ma meno evidente; decise allora di usare una vecchia utilitaria, anche se aveva una gran turismo, e mise in bocca un sigaro, ma non grande come quello dell’uomo, ma più piccolo, artigianale, che usava comprare quando andava in Toscana. Quando la vide, il bambino, all’inizio, sembrò spaventato ma la volpe lo rassicurò e cominciò a parlargli con voce suadente.

Ho sentito, diceva la volpe, che cerchi un mondo di pace e che un signore con grande cappello e un cane negro ti hanno confuso, un po’, ma so che sei intelligente: so che i bimbi sono un portento a capir soluzioni che per i grandi sono irreali. Guarda cosa ho per te: una cosa magica, come la lampada d’Aladino; è una bandiera. E svelto estrasse da dentro il cappotto quella bandiera. Era bella, stirata di fresco e fatta di tanti colori armonicamente alternati, come l’arcobaleno. Il bambino guardava estasiato e, anche se non capiva come quel pezzo di stoffa potesse fare magie, gli piaceva. Bella, nobile e anche un po’ pratica. Se non serviva la poteva ripiegare ben bene e, dato che era di stoffa sottile, metterla nella tasca dei pantaloni.

La volpe non aspettò, dato che il momento magico poteva svanire, e disse al bambino: usala assieme al maggior numero d’altri bambini e vedrai, il tuo sogno e quello degli altri si esaudirà. E poi sparì.

Rifletti bene…” dice fra sé e sé la bambina. Non è prudente assaggiare cose sconosciute, ma Alice è talmente curiosa che, alla fine, beve quasi tutto il misterioso contenuto della bottiglia. E diventa piccola, sempre più piccola.

Tanti bambini sono in fila, eccitati, a seguir la bandiera che la volpe ha dato al bambino, la toccano, la stendono, la sventolano e, qualcuno di loro, avendo chiesto alla mamma di farne una copia, alza la propria personale bandiera, e, in un attimo, diventano dieci, cento, mille bandiere, un arcobaleno d’arcobaleni. La festa è gioiosa e si sentono grida festose di bimbi finalmente felici. La magia delle loro bandiere ha fermato le armi dell’uomo col sigaro e finalmente, tra poco, tutto il mondo sarà in pace e loro, i bambini, potranno giocare coi fiori. Per la grandissima folla è arrivato anche un gelataio che spinge il carretto e urla: gelati! Gelati! Al cioccolato, alla panna, a tutti i gusti.

C’è un altro che urla, lontano, è la volpe che strilla: venghino, venghino, pellicce, pellicce, di tutti i modelli e di gran qualità, per uomini, donne e bambini! Costano poco, venite signori, venite! E la volpe, anche per fare pubblicità alla ditta, si è messa un colbacco di morbidissima pelle: Astrakan, di primissima qualità che fa caldino al suo geniale cervello.

IL SALOTTO

 

-       Onorevole Pagnigotti, benvenuto! … Come sempre la vedo in gran forma, e poi … molto elegante!

-       Tvoppo buona, Contessa. Cosa vuole, devo stave molto attento, … faccio sempve un poco di moto. Lei non lo sa? Tutte le volte che vado alle manifestazioni mi faccio tutta la sfilata a piedi, sottobvaccio di qualche compagna. Poi, lei non lo sa? La vita del pavlamentave è un attentato continuo alla linea: ogni giovno fatto da madve natuva e disciplinata da padve Karl. Pev esempio, le pochissime volte che vado alla Cameva tvovo tanti colleghi che mi invitano alla Bouvette e, indipendentemente dalla posizione politica, vogliono offvive lovo il caffé, e la brioche. Nel nostvo Paese siamo molto più avanti degli Stati Uniti d’Amevica nella pav condicio. Al bav, il colove e la passione politica spaviscono. Oh, scusi alla Bouvette, ho detto al bav? Io al bav pvopvio non ci vado … è fvequentato da cevti popolani…

-       Mi dia il cappotto, la prego. Ma che bello, Un loden originale! (sottovoce) Mica un cachemire color cammello, direi banale, come quello dell’onorevole Nussi. Lui ha una macchina scassata, quella che fu presa a calci da un gruppo di teppisti e tassisti, che usa per darsi un tono da proletario, ma col cappotto, non scherza si da un sacco d’arie da vero riccone. Pensi che la Baronessa Contini mi ha detto che la Marchesa Pizzetti le ha detto che Nussi ha un cappotto speciale per mimetizzarsi alle riunioni di partito e quando parla agli attivisti, … L’ha comprato alla Standa!

-       Che sciocchezza, io di loden ne ho 24, come l’avvocato: che aveva 12 cinquecento per sembvave un pvoletavio, lui solo cinquecento, io solo loden. Lei non lo sa? Quello che conta è la giusta simbiosi tva popolo e leadev. Bisogna cuvare questi aspetti. Nussi, anche se appavtiene ad un pavtito vicino alla mia fovmazione politica mica capisce un gvanché. Lovo alle viunioni di indivizzo parlano solo di gvandi stvategie e mai dei dettagli impovtanti. Lei non lo sa? Io sono diventato mitico mica pevchè dico cose appaventemente sensate (ma non lo sono), e questo pev le casalinghe e i gloviosi metalmeccanici savebbe anche sufficiente, ma sono famoso pev questo …

-       Ma onorevole! Lo sanno tutti che lei quel grazioso borsello lo ha non per farne uno status ma lo tiene al collo per metterci dentro gli occhiali e i Klinex. Ma come mi piace! Con quel colore di terra di Siena bruciata, e quel cordino di cuoio finissimo. Mica i borselli che si usavano negli anni settanta, con delle fibbie cromate o persino dorate, messo sotto l’ascella e che, dopo un po’, mi convenga l’ardire, puzzavano anche di sudore …

-       Contessa mia, bisogna povtave pazienza. Io i pvoletavi li amo, anche se, e lo dico con gvande vispetto, puzzano. Lovo sono, pev me e pev i compagni, come i vaccavi pev la nobilità dei tempi passati: una linfa vitale. Lei non lo sa? I tempi sembvan cambiare ma sono sempre gli stessi, i nobili di un tempo avevano i villani, ova, noi, abbiamo i metalmeccanici … ma noi, se mi dà facoltà, noi siamo più bvavi! Mica facciamo gli evvovi che avete fatto voi quando cevcaste di sottometteve la bovghesia. Siamo accovti, abbiamo gli insegnamenti di Mavx, Engel e anche di Vosa Luxemberg, la gvande polacca teovica delle teovie politiche Mavxiste. Bisogna muovevsi piano come dei gatti soviani. Lei non lo sa? È quasi cevto che tva un po’ noi della sinistva avvemo anche il contvollo dei contvollovi di volo … son ben impovtanti, i contvollovi, mica sono dei bottegai …

-       Venga onorevole … un goccino di champagne? È Veuve Clicquot Ponsardin quello che piace a lei.

-       Sì gvazie, molto gentile, (d’ora in poi la caratteristica e nobile lettera v verrà sostituita, per miglior comprensione del popolo, dalla lettera r) … ha ragione amo il Veuve Clicquot perché si riferisce ad una vedova, ricorda per questo una povera donna che ha perso il marito, quasi certo in un incidente sul lavoro, e che abbisogna di protezione e di difesa dei suoi diritti sociali. Non è come il Dom Perignon, che rievoca il clero e ha sullo stemma un panciuto frate ridente …

-       Parli piano, onorevole …, la prego! C’è il Cardinale vicario vicino. Mica si può … mi capisce!

-       Certo contessa, a proposito. Lei non lo sa? Lo champagne non è un’invenzione francese ma russa! Le terre attorno al Mar Nero sono state la culla del vino e dello champagne. Esistono dei documenti che citano i Cosacchi che sulle rive del Don, in Crimea, producevano vino frizzante 50 anni prima di quello del fratozzo di Dom Perignon che, ad onore del vero, ha aggiunto qualche miglioria tipo il tappo legato col filo di ferro per resistere alla pressione sviluppata durante la fermentazione. E, anche se i francesi dicono che il primo vino frizzante apparve nel 1535 nella regione di Languedoc e che Moët lo ha portato alla celebrità chiedendo nel 1866 al canterino Gorge Leybourne d’osannarlo con una canzone, lo champagne è roba nostra: russa di nascita. Pensi che ora lo fanno anche in America e quegli sfrontati lo chiamano anche champagne, senza tenere in debito conto l’Appellation d’Origine Côntrolée dato che dicono che il Trattato di Versailles, firmato dal presidente Wilson, non è mai stato ratificato dal Senato USA e … allora, loro, si autorizzano ad usare come semi-generico appellativo il nome champagne. Bah! Che gente!

-       Una tartina al caviale? Onorevole?

-       Oh, grazie. Oscietra, vedo … Ottima qualità certo prodotta dallo storione Acipenser gueldenstaedtii, vediamo, colore marrone scuro e … mhm, leggero aroma di nocciola. Ma lei lo sa? Il caviale, il cui nome deriva dal persiano e che significa letteralmente “pesce generatore d’uova”, viene prodotto prevalentemente in Russia? C’è lo storione Beluga Huso-huso, un bestione usato per fare l’omonimo caviale Beluga e l’Acipenser gueldenstaedtii di lunghezza media o l’Oscietra realis che può anche essere lungo quattro metri e pesare 200 kg. Poi c’è l’Arcipenser stellatus, di circa 25 kg e taglia normalmente inferiore al metro e cinquanta che viene usato, come lei certamente sa, per produrre il Sevruga un caviale di colore grigio antracite, aromatico con uova piccole, di circa un millimetro. … Peccato che lo storione Arcipenser Ruthenus sia quasi estinto, il caviale Sterlet che lui produce è veramente prelibato, il favorito di Zar e imperatori, di grana piccola e colore chiaro. L’ho assaggiato un paio di volte a Mosca, lo producono, si sa, solo per il Comitato Centrale.

-       Ha ragione, onorevole, ha indovinato: Oscietra, accompagnato da pane tostato e burro, limone a spicchi o servito all’uso russo con blinis e panna acida … Le garantisco, abbiamo usato per la preparazione utensili in osso, corno, ed oro, evitando l’argento e l’acciaio, o comunque materiali metallici, che, come lei insegna, possono alterare sapore e colore …

-       Bravissima, vedo che la cultura russa non manca in questo residuo di nobiltà, … pur anacronistica, mi lasci dire. Avete ben imparato dalla finezza sublime degli zar e delle zarine che, anche se il compagno Lenin ha dovuto spazzar via, dato che opprimevano il proletariato, era fatta da grandi, raffinate, persone …

-       Com’è gentile, Onorevole. Lei sí che sa conciliare la difesa delle prerogative della classe proletaria, con la casta dei nobili. Mica è come quel, me lo lasci dire, buzzurro di Carl Marx, che se la prese con così tanta violenza con il capitale e ha anche montato a quelle teste calde di Vladimir Ilyich Lenin e Bukharin che hanno eccitato i villani e poi nessuno è più riuscito a fermarli …

L’onorevole Pagnigotti, da gran mediatore che è, essendosi formato nelle contrattazioni sindacali metalmeccaniche e chimiche, quelle che hanno portato a grandissimi risultati per i lavoratori, sapeva benissimo che non era il momento dello scontro frontale e, passeggiando con fianco la Contessa Orpinelli alla quale si erano aggiunte la Baronessa Contini e la Marchesa Pizzetti, si soffermò davanti alle bottiglie di superalcolici e disse:

-       Perbacco! Vodka Shatskaya, Russa originale. Che sorpresa! Complimenti Contessa una squisita cortesia. Ma voi lo sapete? Vodka è il diminutivo, in lingua slava, della parola acqua. La percentuale d’alcool può andare da 35% al 50% ma nel 1894 lo zar Alessandro III decise con un decreto che il contenuto doveva essere del 40%; questo, a seguito di uno studio fatto dal chimico Dmitri Mendeleev, quello del sistema periodico: lo conosco benissimo, dato che di contratti dei chimici ne ho negoziati parecchi. Torniamo alla vodka, bene, dicevo, … Mendeleev trovò che la percentuale perfetta era il 38% ma poi fu arrotondata al 40% per calcolare più facilmente la tassa sugli alcoolici. La vodka, inizialmente chiamata “vino di pane” risale agli anni compresi tra il 950 e il 1100 e viene descritta anche nel 1751 in documenti ufficiali russi, quando si stabilirono le leggi sulla proprietà delle distillerie. La vodka, principale liquore usato dai compagni lavoratori della Russia moderna, ha subito un leggero calo nel consumo essendo diminuita dall’89% al 70% nel periodo 1911-2000 …

-       Ma onorevole, non pensavo che sapesse tante cose e con tanti dettagli. Ero convinta, mi scusi l’ardire, che lei avesse fatto una scuola d’avviamento professionale o una scuola tecnica che insegna ad usare il tornio e la fresa; mi sembra si chiamino così quegli attrezzi che si usano nelle officine dei suoi amati metalmeccanici.

L’onorevole Pagnigotti, con un sorriso, sopprassedette e, con una larga voluta della mano desta, dato che la sinistra frenava il borsetto appeso al collo che aveva, da qualche minuto, iniziato ad ondeggiare, iniziò, un altro, impegnato discorso:

-       Se permettete, parliamo di temi sociali. Ma lo sapete, contessa, baronessa e marchesa che le differenze sociali sono ancora un grandissimo problema per questo paese? Le grandi battaglie del sindacato e del mio partito hanno ottenuto grandi vittorie ma … c’è tanto, tanto da fare. Lo sapete ci sono delle famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese?

-       Questo l’ha già raccontata, Onorevole … Oh, mi scusi c’è il conte Rispini, … è arrivato, finalmente … mi permetta solo un secondo …

La Contessa corse verso l’androne e quasi travolse il maggiordomo che aveva già il cappotto di cachemire, colore cammello, appoggiato sul braccio. 

-       Caro Dodi! benvenuto! … Come sempre ti vedo in gran forma, e poi … sempre elegante! Ma che cappotto bellissimo che hai! Vero cachemire!

-       Ciao, Lala, che noia, per venire qua ho dovuto sudare da matti, con la Porsche, porella, che soffriva a camminare ai 10 l’ora. Con tutti questi villani che vanno in giro di notte con macchinettacce di tutti i colori. L’avvocato era un signore distinto ma, perdiana, non pensava mica allo stile dei suoi prodotti. Almeno Ford, le macchine le faceva tutte nero, bel colore, il nero …

-       Dodi, stai attento, c’è Pagnigotti. Lui è tanto carino, anche se un po’ noiosino. Se parla di champagne, caviale o di vodka va bene ma, per favore, quando prendi il caffé, stagli lontano: abbiamo lo zucchero cristallizzato di canna e se ti vede mettere un cristallo nella tazzina lui attacca subito con la produzione di Cuba e che lui, che è un amicone di Fidel, c’è stato di persona nelle fabbriche e ti racconta tutto d’un fiato il processo, soffermandosi, anche, sulla fatica degli operai che lavorano ai filtri pressa. … Per fortuna, poi che sei arrivato al momento giusto, era appena partito con la menata, scusami il termine, delle famiglie che non arrivano alla fine del mese …

 

Il Prestigiatore

C’era una volta, in una città vecchiotta come il peccato, un giovane secco secco, che sembrava un grissino e a differenza, o similmente, ad altri ragazzi non voleva studiare. I professori della scuola avevano cercato in tutti i modi di dirgli che lui, poiché veniva da una casata perbene, doveva andare all’Università. Ma, testardo, lui volle seguire il suo sogno di luci e di suoni perché, quando era piccolo piccolo, aveva visto il leone della Metro-Goldwyn-Mayer che faceva lo sbadiglio ruggente. Così, senza ascoltare nessuno, andò alla scuola di cineoperatore e imparò come si fanno a costruire castelli fantastici che non ci sono ed esibire meraviglie di cartapesta che mascherano le brutture di ogni desolata periferia.

Insomma, quello che apprese, che sarebbe stato utile in un futuro radioso, era una singolare forma di prestigiazione che faceva sognare i sempliciotti, col fare apparire dal nulla fantastiche cose e oscurar le brutte schifezze.

Quando fu grandicello, ma neanche poi tanto, cominciò un grande mestiere: il far nulla da mattino al tramonto, e fare due chiacchiere prima di cena. Quel tanto parlare lo forgiò in dialettica e, anche, gli diede l’abilità di ribattere con invenzioni, fatte all’istante, a ragionamenti con solo la coda. Poi, dopo un po’ d’esercizio, riuscì anche a rimbeccare la testa dei ragionamenti che avevano quasi la coda.

Il lungo cammino verso il futuro fu punteggiato da grandi battaglie, anzi, di lotte all’ultimo sangue, fatte da altri che pagano il fio e lui che fischia in un angolo. Solo in un caso s’impegnò di persona: nella lite con un barbieretto, che aveva i baffi a punta di spillo e che credeva di poter fare barba e capelli a tutti i bullotti della borgata. Al barbieretto piacevano molto le conchiglie e la sabbia dorata, e il piccolo prestigiatore, senza colpo subire, convinse un amico a regalare un pattino che, ovviamente, confuse il barbiere e, dopo un po’ fu belle fregato.

Le cose migliori le fece in città, quando, stanco della borgata, seguì l’insegnamento del ragazzo delle via Gluck e, come lui, divenne famoso. Dopo essersi esercitato nel rendere invisibili buche di un metro, aver convinto la gente che una signora era inciampata nella casupola di un extracomunitario e reso edotti i concittadini che la metropolitana era linda come un gabinetto della McDonald, si affannò a tenere sveglia la gente, che deve capire e, a tal fine, organizzò serate danzanti e cantanti con tante luci che vorticano e ballonzolano.

Infine, un amico bonaccione che viveva sotto la torre degli asinelli, gli regalò un piffero tutto dorato e lui iniziò a suonare una struggente melodia che incantò i cinquantenni che, gettato alle ortiche il logoramento dal mite lavoro, lo seguirono, accompagnati da mogli o compagne, con tutte le nonne incorporate. Col suono del piffero guidò quella torma crescente su d’un palcoscenico incredibile e magico e tutti, felici e contenti, iniziarono a mangiare a quattro ganasce polli, capretti, e anche verdura.

L’unico neo erano i figli dei cinquantenni, che erano rimasti basiti nel degrado del “dietro le quinte” e, neanche, avevano un chiodo da battere. Ma che importa, a questo mondo, serve pur sempre qualcuno che paga.

Viva Napoli (ovvero Lapizzafumante)

C’era una volta in una terra lontana lontana, un villaggio un po’ strano, dove la gente invece di camminare coi piedi per terra e avere la testa di sopra, andava in giro al contrario: con le gambe all’insù. La postura del corpo era anche seguita da usi e costumi e il risultato, percepito da qualche straniero capitato per caso, era incredibile, fantastico e anche fantasmagorico.

Un giorno, il re di un paese normale decise di scoprire il segreto del luogo, che tutti i sudditi chiamavano ormai Lapizzafumante: la curiosità consumava i cittadini, li rendeva infelici e, anche, irrequieti. Il re, allora, prese il coraggio a due mani e chiamò un gran giornalista ed esploratore e gli disse: Voglio sapere! Vai e scopri il grande segreto. Trova, per dindirindina, dov’è il trucco. Il grande esploratore non aspettava che quello: anche lui aveva sentito cantare delle meraviglie di quella terra lontana e moriva dalla voglia dal correre là, farsi lambire dal vento gradevole, sentire nei lombi il fruscio delle acque, vedere i sorrisi, sentire la musica, e, pure, mangiare il cibo e bere il nettare di quella gente felice. Così, comprò un bidone di matite con il gommino, un centinaio di temperini e 1203 blocchi di carta giallina formato Us Letter, e poi, acchiappata la bottiglia d’acqua idratante senza sodio, s’imbarcò sulla torpediniera messa a disposizione dal re.

Dopo otto giorni arrivò e, con grande stupore, vide un vulcano fumante con tante case che arrivavano alla sommità, cosicché le massaie potevano cuocer gratis la pasta, e, gran meraviglia, una grande distesa di spazzatura. Imbarcò immantinente su un canotto l’attrezzatura dopo aver baciato sulle guance il capitano che, con le lacrime agli occhi, gli disse: “Good luck!” Dopo un po’ di remare approdò sulla spiaggia assolata, dove vide un ometto un pochino emaciato, con un paio di calzoni consunti e sopra una giacca da frac, addormentato sulla sabbia dorata e frastagliata da sacchetti di spazzatura. Si avvicinò circospetto e lo guardò da vicino, con un tantino di schifo. Poi, ancor più vicino. «Ma che vulete, signó» disse il meschino, sforzandosi di parlar comprensibile, dato che aveva capito chi era, avendolo visto assieme a quei fessi sulla torpediniera (magnificata da molti giorni a Forcella e nei quartieri Spagnoli per possibili vantaggi da contrabbando). Il guappo si chiamava Antò, e, da grande furbino, d’un botto pensò «Chisto è tutto fesso; mo’ me lo pappo per bene.» Aprì un occhio e biascicò : «Beh, se proprio vúlite, avrei un bisogno urgente di prestito, mica un regalo, sapete mammá ieri è stata male e l’hanno portata all’ospedale.» E l’esploratore, aperta una borsa di dobloni d’argento, ne cacciò ventitre.

Antoniuzzo si alzò e, con le ali alle mani, si allontanò veloce dicendo: «Aspettamme, faccio un salto all’ospedale, torno subbito.» L’esploratore attese solo 43 minuti e quando rivide il guappotto intuì che gli ospedali erano ottimamente distribuiti sul territorio, che le autostrade erano un’efficiente ragnatela con diramazioni fino alle spiagge e scrisse sul blocco giallino: Efficienza ottima, sia nel servizio sanitario che viabilistico. Solo non capiva quella macchia di pommarola nell’angolo della bocca di Antonio, …, ma, si riprese e scrisse: Madri generose e figli affettuosi, grandiosa solidarietà familiare.

Dopo qualche ora di scambio d’informazioni e tanti appunti presi e gelosamente archiviati, tra cui la richiesta di cosa facesse, e la risposta «Gnente, so’ disoccupato», la precisazione che talvolta, tanto per arrotondare il sussidio, comprava in nero e rivendeva la roba ‘na volta la settimana e l’ulteriore spiegazione su cosa volesse dire nero, l’esploratore scrisse anche: Non pagare le tasse, che tanto le pagano gli altri. Poi, Antò gli raccontò di Rosetta, la vicina paralitica che imboccava ogni giorno e, dopo avere donato per la meschina quaranta dobloni d’argento, l’esploratore scrisse: Squisita collaborazione tra simili, anche se non consanguinei, meglio che da noi.

L’esploratore, segnò a dovere tutto quel che diceva quella miniera d’informazione e iniziò a confezionare rapporti bellissimi, anche corretti con una matita rossa e blu da Antonio. In poco più di tre mesi era diventato quasi in lapizzafumantese. Il re era molto contento, ma un brutto giorno i rapporti dell’esploratore si estinsero. Il piccolo cerchio di consiglieri fu reso partecipe e dopo due settimane l’angoscia prese un po’ tutti, e la notizia sgusciò dalle stanze reali. Le televisioni non parlavano d’altro e si sparse anche la voce, non confermata, che l’esploratore era caduto nelle mani di una banda di mangiatori di scarpe da jogging che, invece di metterle ai piedi, le bollivano assieme ad interiora di esploratori. La realtà era che l’esploratore aveva annullato il suo impegno, anche perché passava un sacco di tempo con Antò e Rosetta, miracolata all’improvviso, e prendeva il sole spaparanzato sulla spiaggia con una barriera a due piani di sacchetti di monnezza, selezionata da un commissario straordinario, quasi santo, per fare da frangi-sole&vento.

Dopo tanto sgomento il re decise di lanciare una campagna di grande ricerca e chiamò il capo dello spionaggio con l’incarico imperativo di trovare, vivo (o se morto, ricondurne i resti sul patrio suolo) l’esploratore. Diede carta bianca che fu usata per mandare gli agenti migliori, con voli speciali che arrivavano vicino alla spiaggia usando aerei a decollo e atterraggio verticale, mascherati da scudo elettronico. Ma, con gran disappunto del re, anche se gli agenti segreti avevano profuso milioni di biglietti verdi dati a informatori veramente affidabili, dell’esploratore nessuna traccia. Allora, pur se il corpo non fu trovato, si decise di fare una gran cerimonia con sparo a salve di 512 colpi di cannone e inumazione del personal computer, del video gioco e del cappello texano dell’esploratore, con processione al cimitero degli eroi, per seppellire quei residui mortali invece del povero corpo.

Poi, seguendo il suggerimento del gran ciambellano, si decise anche di lanciare sul tratto di mare dove l’eroe era sbarcato una corona d’alloro. Si mandò una formazione di sottomarini, ovviamente nucleari con autonomia di 86 mesi, e a bordo il figlio del re. Giunto nelle vicinanze, il principino diede un’occhiata, con un cannocchiale tridimensionale a raggi gamma e infrarossi, sulla spiaggia fatale prima di lanciare la corona d’alloro. La spiaggia era completamente coperta da spazzatura fumante, doc, ma in mezzo c’era una piccola spianata, illuminati dalla luna piena e ridente, vide due uomini, di cui uno vagamente rassomigliante all’esploratore ma molto più scuro di pelle, che russavano tranquilli a pancia all’insù. Erano vestiti solamente di un paio di pantaloni col fondo sbrecciato.

«Porelli», pensò, il figlio del re «quelli sono l’umano ritratto del gran mistero … che sozzo, un luogo infido … Immersione rapida e …, tutti a casa!»

Nuovo, anzi Novissimo

C’era una volta, in un paese lontano da noi circa due ore di TAV, una casa bellissima a due piani. Al piano di sotto ci abitava una vecchina, che faceva filtri magici in un pentolone di rame. Sopra ci si andava con una scala esterna e, per questo, il di-sopra era chiamato con l’esotico nome di loft.

In quel posto vivevano due maghi gentili, uno pensava e l’altro parlava, e tanta gente saliva le scale per capire cos’avrebbe offerto loro il futuro. Per ognuno c’era una risposta buona e cortese che, spesso, rendeva molto felice l’interrogante, anche perché, dopo un’attenta analisi della problematica esposta, il mago-che-pensa ordinava il filtro più adatto alla bisogna. La vecchina del piano di sotto, in un batter di ciglia, lo preparava e lo mandava a quelli di sopra con un montacarichi.

I filtri più gettonati erano due (il mago-che-parla era poliglotta e tra le sue passioni c’era anche lo spettacolo, di risulta, aveva creato una piccola hit-parade dei filtri magici). Il primo, dicevo, era lo “sbianchettatore magico” che cancellava i peccati trascorsi meglio di un confessore del Santo Sepolcro e chi beveva quel filtro ritornava vergine come un agnellino di tre mesi e mezzo. Se per caso uno aveva ordinato di bombardare inermi villaggi, era trasformato in uno strenuo difensore della foca monaca e se qualcun altro aveva proposto delle regole televisicide, diventava di botto un abbonato di Sky. Quel filtro era, in buona sostanza, un generatore di nuovo e, siccome c’era una tale grande necessità di nuovo, anzi novissimo, la vecchina stava pensando di ordinare alla fiat una catena di montaggio robotizzata per velocizzare la fabbricazione del filtro.

Il secondo filtro più gettonato era il “rinnovapoltrone”. Se uno arrivava con una poltrona sfondata, il filtro, molto meglio dell’olio di noce o di una crema per rughe profonde, la faceva diventare nuova, anzi novissima, come se fosse appena uscita da una fabbrica della Brianza. Ad esempio, la poltrona di ministro dello sport diventava un lucente divano per i rapporti col Parlamento; la seggiola (veramente scassata) del grande capoccia delle ferrovie si trasformava, con pronta magia, in una bella poltrona di pelle di struzzo per Ceo di banca controllata dal ministro delle finanze. Certe volte, il filtro aveva effetto ancora più magici, giacché creava, dal nulla e senza fatica, una poltrona nuova di zecca. Raramente, si manifestavano effetti collaterali come, ad esempio, la sparizione del padrone della poltrona delle finanze (non la poltrona, s’intende), svanito nel tetro antro di Belzebù.

C’era anche un filtro speciale, innominato, che si ergeva al terzo posto della hit-parade, che trattava di volgarissimi soldi ma, data la nobiltà d’animo dei convitati, il filtro veniva preparato solo nelle notti di luna piena, con una cagna che abbaiava alle stelle splendenti e due generali  che ispezionavano la provenienza doc degli ingredienti. La ricetta era alquanto complessa con giri tra provette caraibiche, beute cifrate e scatole cinesi, e prevedeva tra l’altro, d’infilare Cannella dentro un condom.

Ma il problema dei maghi, della vecchina e dei convitati col tovagliolo allacciato era che l’effetto dei filtri era solo presunto e chi li beveva non diventava novo di colpo ma solo ne prendeva le sembianze; chi arrivava con una poltrona, non l’aveva mutata in novissima all’istante, come succede in tutte le favole con un gran lampo e un “plof”. Anche i soldi, milioni a go-go tenuti nascosti sotto un tappeto, non erano oro sonante, ma solo oro virtuale. Il tutto dipendeva da un’ultima frasetta magica: “se ce la famo”. E allora, per aumentar la speranza, il mago-che-pensa fece dire dal mago-che-parla agli amici del circondario di cantare un coretto, scaccia-sgomento: “yes, we can”.